L’orgoglio dei Karen

Birmania, News, Solidarieta', World news — By on 15 settembre 2010 10:55

Blooming, Fiorente, è il nome che ha scelto per comunica- re con il mondo esterno. Ar- riva in motorino attraverso le strade ormai buie e semi-

deserte di Mae Sot, al confine tra Thailan- dia e Birmania, dopo una riunione di ore con altre donne della Karen Woman Orga- nization. È un organismo dove si raccoglie in esilio una piccola costellazione di grup- pi femminili di questa etnia, divisi spesso da usi, costumi, religione, ma accomunati dal dramma della guerra nei loro luoghi d’ori- gine, da decenni sotto il controllo dall’eser- cito birmano. Facile immaginare dal- l’espressione stanca di Blooming, che segue la fede battista, le discussioni estenuanti tra i diversi orientamenti buddhisti, animisti, cristiani (un sesto del totale) sul modo mi- gliore di promuovere la causa karen. Pochi sanno, al di fuori della cerchia degli esper- ti di diritti umani, ciò che i karen sopporta- no in una striscia di terra isolata da tutto, nel militarizzato sud-ovest birmano.

Così è nato un dossier redatto in gran par- te da Blooming grazie al difficile e perico- loso lavoro svolto in diversi anni, villaggio per villaggio, tra i distretti di Papun, Doo- playa, Thaton, Nyaunglebin, Pa-an. Diver- si team di donne della Kwo sono partiti da Mae Sot, senza macchine fotografiche e te- lecamere per motivi di sicurezza. Dopo aver girato diversi campi profughi lungo il confine e ascoltato le storie delle donne scappate dalle zone di guerra, le inviate del- la Kwo sono entrate clandestinamente in

Birmania per contattare i kaw kisa, i capi maschi delle comunità rurali devastate dal conflitto. Ma presto hanno potuto scopri- re che negli ultimi anni gli uomini sono qua- si scomparsi dai villaggi, per diventare guerriglieri o per sfuggire in esilio alle per- secuzioni. Anche il posto dei kaw kisa era stato preso da coraggiose kaw kisa mux, le donne-capo, nella speranza che i soldati potessero mostrarsi meno brutali verso di loro. Ma basta leggere le testimonianze, ora inviate anche alle Nazioni Unite, per ca- pire come mai al dossier sia stato dato il ti- tolo: “Camminando su coltelli affilati”.

Il testo completo riporta 95 storie di donne trai25egli82anni,ingranparteexkaw kisa mux, qualcuna ancora in carica. Ognuna di loro, indistintamente, si è trovata a mediare in condizioni di pe- renne pericolo tra truppe militari del Consiglio per la Pace e lo Sviluppo (si-

gla dei generali birmani), i loro allea- ti karen dell’Esercito democratico buddhista (Dkba), i guerriglieri sepa- ratisti del Karen National Union, e infine i propri stessi paesani. Troppo spesso hanno assistito impotenti al- l’esproprio di riso, polli e maiali, alle razzie di donne, alla fame, alla depor- tazione, a rappresaglie brutali, a vio- lenze carnali, perfino alle crocifissio- ni di uomini e donne. Loro stesse han- no pagato con la vita o con tragedie

familiari di ogni genere la decisione di ac- cettare l’incarico di capi villaggio. «È stato come scavarsi la fossa con le proprie ma- ni», racconta Daw Way Way Thein, cin- quantunenne del distretto di Thaton. Naw Htu Pit, una karen del distretto di Pa- an, ha smesso di dirigere il villaggio quan- do «sono stata costretta a seguire con la forza il capitano Myint San del battaglio- ne 108. Sono stata violentata ma non vo- glio parlare di questo. I miei figli ora sono grandi e non voglio che si vergognino di me. Ero andata in segreto a portare del ci- bo a una ragazza in campagna, e quando i soldati l’hanno vista hanno stuprato anche lei. Aveva solo 14 anni. L’esecutore era il capitano Tun Oo dal battaglione 28».

Non sempre le testimoni sono in grado di rivelare i nomi dei soldati più crudeli, come quelli che rapirono la figlia quindicenne di una delle capovillaggio di Dooplaya, di- ventata pazza per il trauma. Nella stessa area Daw Pyone May, 53 anni, è stata pro- tagonista di un episodio che ha messo a du- ra prova anche la sua stabilità mentale. «L’esercito birmano», dice, «sparò coi mortai contro il villaggio e molti innocenti vennero uccisi o feriti. Delle dieci vittime cinque appartenevano alla stessa famiglia. Ho chiesto il permesso di vedere i cadaveri e quando me li sono trovati davanti ho per- so il mio cuore. Non posso esprimere più di questo, è troppo doloroso per me ricorda- re lo stato orribile di quei corpi di innocen- ti. Ma ho dovuto organizzare la loro sepol- tura, è stato il mio dovere più triste».

È dal giorno della liberazione dagli ingle- si (ai quali i karen furono devoti alleati contro principi e generali birmani) che questa etnia paga quasi in silenzio, giorno dopo giorno, la sua fedeltà. A poco è ser- vito anche l’interesse suscitato a Hollywo- od dal “Rambo IV” di Sylvester Stallone, ispirato proprio all’oppressione dei ka- ren. Ma la storia del “popolo di Meikti- la”, il lago delle Lacrime cadenti, va indie- tro nei secoli, quando i principi guerrieri del Myanmar presero a trattare la secon- da minoranza del Regno peggio degli ani- mali. I racconti della guerra contro il Siam (attuale Thailandia), descrivono l’abitu-

dine dei soldati birmani di usare i karen come portatori (succede ancora oggi) e di praticare dei buchi nelle loro orecchie per far- ci passare gli spaghi del giogo, impedendogli così di scappare durante le lunghe marce nella fo- resta. I karen hanno un passato di sottomissione sotto ogni re- gno o regime, non avendo mai avuto un proprio Stato, né una terra promessa. Solo gli inglesi, a parole, volevano dargliene una. Ma poi furono costretti ad andarsene, lasciando gli ex al- leati al loro destino. Il Karen Na- tional Union nacque principal- mente per iniziativa di leader cri- stiani che erano stati educati dai britannici, salvo poi vedervi confluire volontari di ogni reli- gione. Ma presto una larga fetta di buddhisti, stanchi della ege- monia cristiana sulla guerriglia, si staccò dalla leadership e si alleò all’esercito bir- mano sotto la sigla Dkba. Secondo le te- stimonianze delle donne capo-villaggio, questi militanti sono diventati dei nemici della propria stessa gente. «Ogni anno», racconta Daw San Pyu, «il Dkba pretende 2 mila tetti di palme intrecciate e io devo commissionarli ai miei paesani e conse- gnarli. Nel 2001 un esattore del Battaglio- ne numero 1 venne ferito da una mina e

tutta la gente del villaggio, me compresa, fu minacciata e picchiata». Per Blooming, fuggita dalla Birmania nel 1988 durante le rivolte studentesche e i ra- strellamenti casa per casa, tirare fuori le storie delle capo-villaggio e farle conoscere al mondo è stata una missione. Il suo im- pressionante rapporto va ad aggiungersi agli altri che da anni si accumulano sulle scrivanie delle Nazioni Unite e delle orga- nizzazioni dei diritti umani del tutto impo-

tenti di fronte al potere dei mi- litari birmani, protetti dall’ap- poggio cinese, oltre che russo e ora anche indiano.

Le protagoniste di molte delle 95 storie descritte vivono an- cora nei sette campi profughi che ospitano più di 120 mila persone e dove sono spesso na- ti e cresciuti i loro figli, oggi adulti. Qualcuna è operaia nel- le fabbriche tessili thai dove si lavora 12 ore al giorno per guadagnare il pasto quotidia- no e qualche soldo da manda- re a casa. Altre vivono come possono in un’attesa senza tempo tra baracche e tende, sfamate dalla misericordia del- le organizzazioni religiose e umanitarie. Ma per quelle ri- maste all’interno della cortina di ferro l’incubo resta, e il lieto fine è relegato ai soli film di Hollywood. ■

Articolo de L’Espresso, clicca qui per scaricare il pdf

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