Solidarité Kosovo

News, Serbia, Solidarieta', World news — By on 25 ottobre 2010 16:49

Solidarité Kosovo è un’associazione umanitaria francese nata dopo gli attacchi albanesi ai danni del Popolo serbo durante la Pasqua del 2004. Il Natale seguente quattro ragazzi partivano da Nizza verso Kosovska-Mitrovica carichi di giocattoli e vestiti per gli abitanti della minoranza serba. Al loro ritorno hanno deciso di formalizzare la loro azione e, insieme ad alcuni ragazzi di Grenoble, hanno fondato un’associazione che s’impegna al sostegno dei serbi residenti nel Kosovo-Metohija, cuore storico della Serbia, e terra della sua Chiesa ortodossa. La dimensione etica dell’opera è essenziale: si tratta di concretizzare la solidarietà tra i popoli d’Europa e di contrastare il sentimento d’abbandono che ha soffocato i serbi quando le bombe americane colpivano Belgrado. Rompere il muro del silenzio e della “normalizzazione” che circonda ancora oggi il destino degli abitanti non albanesi del nuovo “Stato” indipendente. Aiutare i bambini, sostenere i genitori e garantire la sicurezza dappertutto dov’è necessario, ecco gli obiettivi dell’associazione
Abbiamo intervistato Arnaud Borella, Presidente di Solidarité Kosovo, ecco cosa ci ha raccontato.

NATO soldiers in Kosovo

State attualmente preparando l’undicesima missione in Kosovo. A giudicare del silenzio mediatico intorno al Kosovo e il ritiro progressivo delle truppe internazionali la situazione sembra normalizzata. Cosa giustifica ancora la vostra attività?

Media e politica sono indissociabili: c’e un silenzio mediatico oggi intorno alla questione del Kosovo perché non vi è più nessun interesse politico a riguardo. Gli americani hanno creato e dominano uno stato fantoccio, dannoso per loro svelare le zone oscure che macchiano quest’indipendenza. Il comportamento degli albanesi è inoltre cambiato: non sono più in fase di conquista. Commettono meno attentati spettacolari ma esercitano una pressione costante sugli ultimi abitanti serbi della regione.

Il ritiro progressivo delle truppe della KFQR (Kosovo Force, della NATO, ndr.) non ha per motivazione la pacificazione progressiva del Kosovo ma il bisogno crescente di soldati per l’Afghanistan. La crisi finanziaria che colpisce tutti i paesi inoltre non permette più il mantenimento di un numero elevato di soldati in operazioni esterne. Anche questo ha amplificato il fenomeno di diminuzione degli effettivi delle truppe internazionali in Kosovo.  Nonostante i rapporti dell’ONU descrivano una situazione calma e pacificata i 17 e 18 marzo 2004 giganteschi pogrom anti-serbi e anti-cristiani scuotono tutta la regione. Migliaia di persone sono evacuate, centinaia sono ferite. diciannove sono brutalmente assassinate. Oltre trenta chiese, forte simbolo della loro identità, sono incendiate.

I militari sono incapaci di prevenire o di contenere queste sommosse.  A marzo 2004 erano circa ventimila i soldati della KFQR sul posto, oggi meno di diecimila soldati, come potrebbero riuscirci?

La situazione si è evoluta ma non migliorata da quando gli albanesi musulmani hanno proclamato l’indipendenza. Gli attacchi contro i serbi continuano, i rifugiati non posso tornare a casa loro, le chiese sono distrutte o svaligiate. I serbi non possono circolare senza scorta militare e la maggioranza della popolazione cristiana vive in ghetti circondati da filo spinato chiamati enclave. Ovviamente i “grandi media” preferiscono tacere, è più facile dissertare sulle favelas del Brasile che dei ghettid’Europa. Si preferisce sempre vedere la miseria che ci sta lontana e sulla quale non si può agire. Noi pensiamo il contrario.

Secondo Lei, di cosa i Serbi delle enclave hanno di più bisogno attualmente? E quale sono le vostre azioni in Francia per sensibilizzare l’opinione pubblica?

Manca di tutto. Cibo, vestiti, materiale per neonati e scolastico, sistemi di comunicazione, materiale informatico, ecc …  materiale che anche dei partenariati con aziende o comuni ci permettono di avere. Ma oltre a questo, hanno bisogno soprattutto di un aiuto morale. Questi serbi delle enclave vivono in una galera a cielo aperto: non possono quasi mai uscirne e potrebbero anche essere massacrati senza che nessuno lo venisse a sapere.

Vedere dei ragazzi francesi attraversare l’Europa e affrontare rischi per offrire dei regali ai loro figli al momento di Natale è un segno fortissimo. “Non siete da soli” è il messaggio di sostegno principale che diamo loro. Spesso ci chiedono di tornare anche senza doni. Il piacere di vedere degli europei interessarsi alla loro sorte, sapere che non sono considerati da tutti come i “boia serbi” è un grande conforto per loro.

In Francia facciamo delle conferenze su tutto il territorio, ne terremo tre questo mese. L’anno scorso a Parigi abbiamo organizzato un’esposizione di disegni di bambini serbi del Kosovo. I loro disegni mostravano chiese in fiamme, soldati appostati, Babbo Natale che atterrava con la slitta in mezzo al filo spinato … Grande successo, che ci ha permesso di interessare un largo pubblico alla realtà del Kosovo odierno. Manifestiamo anche contro l’indipendenza del Kosovo. Il 17 febbraio eravamo davanti all’ambasciata del Kosovo a Parigi per denunciare i ghetti serbi e ricordare che i dirigenti attuali del Kosovo sono degli ex-membri dell’organizzazione terrorista UCK che ha costruito il suo impero grazie al traffico di droga. È fondamentale sensibilizzare l’opinione pubblica: l’indipendenza del Kosovo non è una questione serba, è  un problema europeo. Una terra originariamente serba e cristiana che è diventata, a forza di immigrazioni e violenze, una terra albanese e musulmana. Dal 1999, aiutata da paesi come l’Arabia Saudita o la Turchia quattrocento moschee sono state costruite, mentre centocinquanta chiese (alcune risalenti all’XI secolo) sono state distrutte. Con quest’indipendenza la demografia ha preso il passo sul diritto storico. I paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo (tra cui Francia e Italia) legittimano così il diritto delle minorità etniche a fare secessione quando diventano maggioritarie in una zona. Facciamo un esempio: un domani la Seine Saint-Denis in Francia potrebbe diventare un territorio indipendente sottomesso all’Islam, visto che la soglia di musulmani raggiungerà a breve i 50%. In Italia invece possiamo immaginare un domani i quartieri cinesi di Torino o di Milano chiedere l’indipendenza vista la maggioranza relativa di quei luighi… Ma al di là di questo precedente che potrebbe ripetersi in tanti altri paesi europei sottomessi alla pressione demografica extra-europea, il fatto di avere uno Stato musulmano supplementare nei Balcani pone un vero problema di stabilità. La Bosnia, legata al Kosovo dal Sandjak musulmano, legato alle regioni musulmane del Montenegro e della Macedonia, formano con l’Albania un esagono verde in pieno cuore dell’Europa. Considerando inoltre che in queste terre le basi americane sono installate un po’ ovunque è difficile intravedere un interesse europeo!

Quindi oltre l’aspetto umanitario, l’obiettivo principale dell’associazione è di natura politica?

La nostra visione dell’umanitario è iscritta in una linea politica. Sosteniamo i serbi del Kosovo perché sono minacciati da un nemico che è anche il nostro. Aiutiamo i serbi del Kosovo perché lottano contro l’invasione musulmana in Europa e perché si sono opposti all’imperialismo americano. In quanto Europei dobbiamo intervenire quando un popolo di Europa è in pericolo.

Quando decidiamo di agire in una zona dove le forze internazionali sono presenti, è impossibile non tenere conto di alcuni fattori geopolitici e quindi muoversi senza intenzione politica.

È anche indispensabile restaurare la verità nei nostri media occidentali. È una guerra delle parole che dobbiamo condurre. Il nostro impegno in Francia è chiaramente politico e si manifesta attraverso diverse manifestazioni, conferenze, azioni di sensibilizzazione.

Com’è percepita la vostra azione dalle istituzioni francesi? E da quelle serbe?

Le istituzioni francesi sanno che la nostra posizione sulla questione è in totale disaccordo con la loro, ma non hanno nessun interesse a frenarci. Sul posto riabilitiamo presso i serbi la reputazione della Francia (uno dei primi paesi ad avere riconosciuto l’indipendenza), il che facilita il contatto dei soldati francesi con la popolazione.

Le istituzioni serbe rimangono distanti sulla questione Kosovo. Lo scopo primario del governo di Belgrado è di entrare nell’UE e nella NATO, non di legare con associazioni che non possono controllare. Ci conosciamo ma nessun lavoro concreto è stato realizzato. Al contrario il centro culturale russo ci ha gentilmente accolto con la mostra dei disegni e un seminario.

Avete dei contatti con altre associazioni che aiutano la comunità serba del Kosovo-Metochia?

In Europa siamo l’unica associazione ad aiutare direttamente le popolazioni serbi del posto. Ma esistono alcune associazioni di sostegno come la spagnola “Kosovo no se vende” che organizza conferenze e manifestazioni e con la quale siamo in contatto. In Italia, a Torino, raccogliamo ogni anno del materiale raccolto da persone sensibili alla questione. Abbiamo numerosi contatti in Serbia con delle associazioni serbe di aiuto umanitario.

Qual è la natura della vostra prossima missione?

Abbiamo iniziato un’azione di aiuto agli enti sportive del Kosovo due anni fa con la consegna del materiale necessario alla creazione di un club di boxe (guanti, sacchi, un ring vero e proprio, ecc.). Il tutto grazie al partenariato con un club di boxe francese.  A maggio per continuare su questa strada e consegnare nella stessa città e nelle enclave del materiale sportivo e del materiale d’ufficio per i club.

In seguito alla guerra i ragazzi serbi non hanno più attività e si ritrovano per strada. Manca in questa zona disastrata dalla guerra e dai pogrom antiserbi un aiuto materiale per sostenere e incoraggiare le iniziative che mirano a tirare fuori i ragazzi della strada. Il club di boxe che abbiamo aiutato l’anno scorso conta oggi sessanta membri e speriamo quest’anno di raddoppiare. Centoventi ragazzi serbi che boxano sono centoventi ragazzi che si rinforzano mentalmente e fisicamente per potere affrontare la terribile sfida della loro vita: quella di un Popolo diventato minoritario sulla propria terra.

Quando infatti le amministrazioni serbe e i comuni serbi saranno completamente spariti saranno le associazioni locali di calcio o di boxe a diventare i luoghi di incontro della gioventù serba. ·

[traduzione dal francese a cura di Audrey D'Aguanno]


Il Kosovo è una piccola provincia situata a sud della Serbia.

Popolato esclusivamente da serbi prima del XIV secolo, ebbe una svolta decisiva con l’invasione ottomana e la sconfitta di Kosovo Polje. Gli ottomani vincitori inviarono degli albanesi (divenuti musulmani) a popolare il Kosovo al fine di pacificare e sottomettere l’area. Inizio 900, gli albanesi rappresentavano il 30% della popolazione locale. Nella seconda parte dell’900, agli sforzi di Tito per rompere l’omogeneità etnica dei vari popoli iugoslavi si è combinata la demografia sfrenata dei musulmani per fare degli albanesi la principale popolazione del Kosovo-Metohija. Sono ormai il 90%. La popolazione serba del Kosovo ha subito dal 1999 una politica di epurazione etnica sistematica. Sono più di 200.000 i serbi che hanno dovuto abbandonare la loro terra. Proclamata il 17 febbraio 2008, l’indipendenza del Kosovo che decuplica il potere degli albanesi, aggrava questo processo. Il nome di Metohija (letteralmente “terra dei monasteri”) è allora stato cancellato onde occultare le radici serbe e cristiane della provincia.



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