Con la gente

Kosovo, Serbia, Solidarieta' — By on 6 gennaio 2011 09:26

uno dei numerosi manifesti pubblicitari della KFOR

31.12.2010

L’ultimo giorno dell’anno la partenza è più rilassata: abbiamo solamente un incontro in agenda, un po’ perché vogliamo tornare presto in albergo non conoscendo le abitudini albanesi per il capodanno, e un po’ perché questa mattina vogliamo dedicare un’oretta all’acquisto di gadget e ricordi da riportare a casa.

Partiamo quindi alle 10:30 passate, in direzione Mitrovica, per incontrare Dragan.

Un ragazzo di mezz’età che, se non fosse per l’accento un po’ strano, potrebbe essere tranquillamente scambiato per uno dei ragazzi che incontriamo la sera al bar con uno spritz in mano.

Ha lavorato in Italia e poi, tornato in Kosovo, ha collaborato per diversi anni con le autorità militari italiane, fino al loro ritiro da questa zona.

Ci racconta che la situazione ora è più calma, un po’ anche perché la vita è dura per tutti: non ci sono soldi e la disoccupazione è molto alta. Alla dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo, Belgrado ha risposto con la sospensione immediata di pensioni, contributi e sostegni vari.

Dragan è costretto ad avere doppi documenti: quello serbo, naturalmente, e quello albanese perché altrimenti la vita sarebbe ancora più difficile in molte occasioni. E oltre al documento ci sono il doppio libretto della macchina, il doppio certificato di nascita, il doppio certificato di residenza, ecc. ecc. …

Da Belgrado riceve un sussidio di disoccupazione di ca. 110€ netti al mese, a cui aggiungere gli assegni famigliari e i contributi che il Governo serbo versa per la sua pensione. Si dice contento per l’aiuto che riceve, e ci tiene a sottolineare che non si sente abbandonato dalla Serbia e i suoi governanti, dice che fanno quanto possono, quanto nelle loro capacità: la situazione non è florida neanche per loro infatti. Dopo 15 anni di embargo e una guerra infatti l’economia ne ha inevitabilmente risentito.

Gli chiediamo di continuare, di raccontare a ruota libera …

«A Vranjie - città serba appena al di là della linea amministrativa che divide la Serbia dal Kosovo e Metojia - ogni giorno ci sono centinaia di albanesi in coda per prendere i documenti serbi e riprendere così la pensione, gli assegni famigliari e il diritto a una assistenza medica decente».

La sua esperienza con i militari è chiara: «gli Stati Uniti non facevano niente … arrivavano sempre dopo qualsiasi cosa, con i carriarmati e gli elicotteri, ma sempre dopo… La guerra prima era solo a Metojia (la parte est della regione), poi con l’ingresso della NATO si è trasferita anche qui nel Kosovo (a ovest)».

Ci racconta di Dobarcan dove sono avvenuti decine di omicidi nonostante la presenza delle forze internazionali, che spesso chiudevano gli occhi o addirittura attaccavano o arrestavano la popolazione dei villaggi che si difendevano.

«I Carabinieri facevano il loro lavoro: indagavano e spesso arrestavano i colpevoli, ma poi dovevano rilasciarli su ordine della KFOR … se gli italiani non fossero stati presenti anche il monastero di Pec (la sede della Chiesa ortodossa serba) sarebbe già bruciato.

Le ultime elezioni sono state una farsa, in un villaggio vicino si è registrata un’affluenza del 140% …

La presenza di mujaidiin durante la guerra e dopo è sempre stata chiarissima. Tutti sapevano quali erano i loro “uffici”, le loro attività di copertura. Ancora oggi molti ricevono una specie di salario da queste attività, senza fare nulla … ma prima o poi qualcuno ne chiederà conto.

Dopo la guerra sono anche sorte diverse moschee, che a colpo d’occhio si notano non essere del posto: le moschee del Kosovo sono infatti diverse da quelle arabe.

Gnjilane è come un grande hub della droga: tutto passa da questa zona e tutti sanno dove andare a cercarla …»

Nonostante tutto la gente di questi villaggi cerca di riprendere una vita normale e considerata la disoccupazione una delle poche attività che restano è l’agricoltura. Accade però che nei campi si incontrino mine, o qualche residuo di bomba cluster… «Però si va avanti e nei villaggi completamente serbi comunque si riesce ancora a vivere … in quelli misti, invece, non si riesce a dormire, 24 ore al giorno sei sotto attacco: le sassate alle finestre, gli insulti, le urla e le bombe la notte… è un inferno…»

la base americana di Bondsteel, la più grande in Europa

Gli americani ci sono ancora, sono a pochi chilometri da qui, nella base più grande d’Europa, trecento ettari. E’ Bondsteel e nessuno sa che accade lì dentro, probabilmente nemmeno loro.

E’ stato anche al nord a Mitrovica, e anche in quell’occasione ci racconta che la presenza degli italiani è stata fondamentale. Si trattava infatti di un’operazione di disarmo, portata avanti congiuntamente da americani e italiani. Quando trovavano un’attività o una casa chiusa gli italiani ne cercavano il proprietario, si facevano aprire e iniziavano la perquisizione in sua presenza. «Gli americani invece hanno iniziato a sfondare porte e rompere vetrine, gettando tutto all’esterno e distruggendo le poche cose di questa povera gente… dopo una mezz’oretta la gente è scesa per strada minacciosa, dicendo agli italiani di spostarsi che non ce l’avevano con loro ma che volevano prendere “quelli là” … gli americani hanno battuto in ritirata, inseguiti, finché non si sono piazzati sopra le loro jeep e hanno messo il colpi in canna sui mitragliatori a grosso calibro, urlando alla gente di venire…» Dragan ricorda che il sangue non fu versato perché un carabiniere si mise in mezzo, tra i mitragliatori e la gente, per evitare un massacro…

Il tempo è tiranno, sono già passate più di due ore e i racconti di Dragan sono interessantissimi e di quelli che non trovi sul giornale di casa nostra. Gli chiediamo di prima della guerra, di Milosevic e anche di Tito

«Milosevic era ok, l’unico errore che ha fatto e di copiare Tito e le sue politiche di dislocazione delle genti, che alla fine hanno creato solo tanto dolore. con Tito si era sicuri, potevi dormire con le porte aperte lungo la strada … ma era una dittatura e chi parlava male di Tito il giorno dopo scompariva. … Comunque la gente non da la colpa della guerra a Milosevic, ma alla NATO. I funzionari del’OSCE e dell’UNMIK, che sanno bene come vanno le cose, prendono casa nei villaggi serbi, non in quelli albanesi … ma a l’Aia ci sono solo serbi: com’è possibile che i “cattivi” stiano tutti da una parte? Perché Carla Dal Ponte non ha detto niente quando era qui? Ha dovuto aspettare di andarsene per denunciare la questione del traffico degli organi. Haradinaj, l’ex Primo Ministro, è stato inquisito… ma tutti i testimoni sono stranamente morti».

E l’uranio impoverito?

«Solo gli italiani hanno denunciato la situazione, tutti gli altri hanno taciuto… ma qui ogni giorno scompare qualcuno: un giorno lo vedi e il giorno dopo non c’è più.»

«Mia moglie è morta tre anni fa.»

[il video delle foto su l’Uomo Libero TV - clicca qui]

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