I falchi di Decani

Kosovo, News, Serbia, Solidarieta', World news — By on 4 gennaio 2011 19:22

il monastero di Decani

I monasteri ortodossi erano i maggiori contribuenti dell’efficientissimo sistema fiscale ottomano. È per questo che i turchi li proteggevano: avevano cura particolare per chi era tassato dieci volte di più dei cittadini di religione islamica. Serviva certo molto denaro alla perfetta amministrazione imperiale, ma Decani aveva un rapporto speciale con la Sublime Porta perché la riforniva anche degli amatissimi falchi da caccia. Quando al monastero qualcosa non andava per il verso giusto, i rapaci smettevano di arrivare. Allora, il Sultano stesso provvedeva a disporre rapida soluzione del problema, per far tornare a volare i suoi falchi di Decane.

È una bella giornata di sole e la chiesa dell’Ascensione appare di colpo, appena varcate le antiche mura. Sappiamo che lì ci sono candele sempre accese per i soldati italiani, che vigilano dal check point a pochi metri dal grande portone di legno. La visita dell’edificio di culto è emozionante per la ricchezza di affreschi, la solennità dei mille anni di vita che questi testimoniano, la passione con la quale il monaco alto e segaligno, con la lunga barba incolta e paludato di nero, ci illustra il nartece, la navata, l’altare.

Padre Nifont

Abituati allo sfarzo barocco delle chiese romane, rimaniamo interdetti di fronte al mondo bizantino che incontra l’indomabile spirito guerriero: il Cristo che perdona, ma porta anche la spada, come l’abbiamo visto al Patriarcato. Questa chiesa, assieme al monastero intorno, è stata dichiarata patrimonio del’umanità dall’Unesco.

Visoki Decane, questo il nome completo del monastero, chiamato così per l’altezza della sua cupola che raggiunge i trenta metri, risale al 14 secolo. È dono del Santo Re Stefano di Uros III, che ha iniziato la sua costruzione dopo aver ricevuto dal padre in eredità miniere d’oro e d’argento: questo è testimoniato da un’iscrizione che risale al 1347-48.

I kosovari albanesi più intransigenti odiano Decani perché la certezza della sua origine sconfessa in pieno la tesi secondo cui gli antichi monasteri sono stati usurpati dai serbi ortodossi, sopraggiunti a precedenti cattolici albanesi. Decani testimonia l’antica presenza serba sul territorio del Kosovo, perciò deve sparire.

Risale al 2007 l’ultimo attacco, proveniente dalle colline di boschi che lo sovrastano: un razzo ha colpito il muro di cinta. Si sa bene che i soldati non possono vigilare su tutto e i monaci scendono in paese ancora scortati dai nostri militari.

Dopo la visita alla chiesa, Padre Nifont ci serve succo di mele, rakjia e biscotti. Ci racconta che il governo norvegese ha regalato 33 mucche e hanno distribuito quelle che non sono state rubate in tre villaggi della zona: Velika Hoca, Kos, Blagaca. Cibi e vestiti vengono portati nei villaggi regolarmente, grazie ai militari italiani che hanno fornito i camion per la consegna. Prima del socialismo jugoslavo il monastero possedeva ancora 800 acri della terra che aveva intorno, ora solo 22. Racconta anche che qui vengono spesso gruppi di giovani albanesi cristiano ortodossi, con i quali si è instaurato un grande rapporto di amicizia. D’estate si incontrano con i kosovari albanesi di qui alla fonte di acqua minerale che è distante una cinquantina di metri dalle mura del monastero: «è bello vedere la loro sorpresa e dimostrare con i fatti che i preti vestiti di nero che considerano dei nemici serbi, possono invece essere fratelli albanesi che parlano la loro stessa lingua».

23/09/2010

[fonte: La Stampa]

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