Tra Pristina e Bondsteel

Kosovo, Serbia, Solidarieta' — By on 4 gennaio 2011 19:06

30 dicembre 2010

Partenza mattutina anche oggi con meta la zona compresa tra Pristina e Bondsteel, la base americana più grande d’Europa.

Lungo la strada ci fermiamo a Gazimestan, il monumento commemorativo della battaglia di Kosovo Polje del 1389, che vide affrontarsi esercito serbo contro gli ottomani e che ancora oggi rappresenta un mito fondante dell’identià serba. Sul monumento è ancora riportata la “maledizione di Lazar”, il re che guido l’esercito serbo e che, come la gran parte dell’aristocrazia serba, perse la in battaglia:

Gazimestan, il monumento alla battaglia del 1389

Chiunque sia nato di sangue o di ceppo serbo, non viene a lottare contro i turchi a Kosovo, a lui: mai più un suo figlio o figlia nati , mai più nessun bambino od erede, mai più la sua terra possano sopportare di sentire ancora il suo nome. Per lui nessun acino d’uva possa mai più crescere rosso, mai più nessun seme di mais possa crescere bianco, nella sua mano nulla prosperi mai più. Possa egli vivere solo più in solitudine, non amato, e morire da nessuno pianto, solo e abbandonato!

Nel 1989 Slobodan Milosevic, a seicento anni dalla battaglia, tenne proprio qui il suo forse più importante discorso.

Il monumento è in evidente stato d’abbandono. E’ circondato da una rete alta due metri, con telecamere ovunque. All’entrata due albanesi del corpo di polizia del Kosovo prendono nota su un grande registro di tutti coloro che entrano: documento, indirizzo, città, motivo della visita. Dall’alto della torre si vede la tomba del sultano Murad I, anche lui morto in quest’epica battaglia.

Riprendiamo la strada verso Pristina, all’orizzonte la centrale termoelettrica di

la statua di Bill Clinton a Pristina

Obilic con le sue ampie ciminiere getta nel cielo fumo grigiastro. E’ solo l’antipasto di quello che troviamo a Pristina, e di cui avremo dovuto avere sentore già dall’autostrada che conduce in città: buche ovunque, cambi di corsia non segnalati e improvvisi, sorpassi improbabili, sporcizia e polvere. La città infatti è il perfetto sinonimo di confusione, disorganizzazione, cialtroneria, sporcizia, malaffare, inquietudine e fastidio. Lungo Bill Clinton Avenue (sic!), all’altezza dell’incrocio dove è stata eretta la statua del presidente americano famoso per le fellatio nella stanza ovale, si incontrano ben 14 (quattordici) corsie … non un semaforo, un vigile, una rotonda… In tutta la città bandiere albanesi; come nel resto del Paese infatti la bandiera del Kosovo è in evidente minoranza rispetto quella rossa con l’aquila bicefala del vicino Stato, a cui viene spesso accompagnata quella americana.

Superato il disagio della capitale albanese, giungiamo dopo poco a Silovo, per incontrarci con la dottoressa responsabile della struttura sanitaria locale.

Siamo nella comunità di Kamenica, tutt’intorno ci sono trentacinque villaggi, alcuni misti altri no, per un totale di undici mila serbi. Molti altri villaggi sono stati distrutti e molte persone costrette ad andarsene. Ancora oggi almeno quattro mila persone sono sistemate in campi profughi nella Serbia centrale.

Anche qui ci sono due sistemi amministrativi paralleli: quello serbo e quello albanese. Ogni paese ha due sindaci, due consigli comunali; così come i documenti: due patenti, due libretti per la macchina, due certificati di nascita, ecc. … in qualche paese i serbi partecipano alla vita pubblica comune, ma sono casi sporadici.

... nei pressi di Kamenica ...

Anche in quest’area infatti non è molto sicuro per loro muoversi in aree completamente abitate da albanesi. «Se la polizia fosse presente nel posto giusto e al momento giusto» ci dicono, «certo che interverrebbe. Ma non possono essere ovunque, e anche se non posso dire che si comportino male o con pregiudizio, non posso certo nascondere che le indagini nate da episodi di violenza nei nostri confronti si sono sempre risolte in bolle di sapone».

A Gnjialane vivevano più di dieci mila serbi nel 1999, ora solo poche famiglie. Il problema più grande è la libertà di movimento seguito dalla disoccupazione. Molti continuano ad andarsene perchè non vedono un futuro. Non possono vendere i prodotti perchè sono boicottati, non ci sono strade, non c’è acqua, non c’è energia.

L’ospedale che visitiamo è coordinato dalla dottoressa Jelica Krcmarevic. Insieme a una trentina di piccoli ambulatori sparsi nei villaggi ha una utenza di più di trentamila persone. E’ infatti l’unico ospedale che serve i serbi nel sud est della regione, per un totale di un’area che rappresenta il 20% della superficie totale del Kosovo. L’ufficio si trova all’ultimo dei tre piani della struttura, la dottoressa ci fa accomodare attorno un tavolo e ci racconta quello che fanno. Si occupano di medicina interna e pediatria, hanno otto letti in tutto (quattro per gli adulti e altrettanti per i bambini). Gli impiegati dell’ospedale e di tutti gli ambulatori sono quattrocentoquaranta, tutti pagati da Belgrado. Non c’è naturalmente nessuna preclusione alle cure: chiunque può venire a farsi curare qui.

Sono molti infatti gli albanesi che, in cerca di un servizio migliore di quello offerto dal neo-nato sistema sanitario albanese, vengono qui o addirittura a Belgrado. E’ il caso ad esempio di un ragazzo albanese di 22 anni ammalato di leucemia. Prima si è recato a Pristina dove gli stessi dottori gli hanno consigliato di rivolgersi ai serbi. Ora si trova già da tre anni a Belgrado gratuitamente, trasporti compresi da e per il Kosovo.

La struttura ospedaliera continua comunque a rimanere “parallela”, non riconosciuta dalle autorità albanesi. Se infatti ne richiedessero il riconoscimento diverrebbe una struttura ospedaliera alle dipendenze di Pristina e, con molta probabilità, il personale in parte licenziato e in parte re-distribuito in altre strutture.

Così è difficile rifornirsi di medicine e macchinari. In questi undici anni hanno dovuto arrangiarsi … La mancanza di energia causa inoltre notevoli disagi. Oltre a quelli facilmente comprensibili all’interno di un’ospedale c’è anche infatti la conservazione di alcuni tipi di medicine, che vanno poi regolarmente buttati via.

la macchina dell'ospedale. Ha più di due milioni di km

Per la dialisi i pazienti devono arrivare a Vranje e lo fanno con il mezzo messo a disposizione dell’ospedale: una Opel di trent’anni acquistata undici anni fa da uno sfasciacarrozze in Germania e che oggi ha più di due milioni di chilometri. Ha un solo posto a sedere e il posto per la barella, ma le persone che necessitano della dialisi ono sei e quindi ogni volta viaggiano seduti per terra. Il riscaldamento non funziona più e l’aria condizionata non c’è proprio mai stata. Spesso la macchina ha dei problemi e devono aspettare ore, medici e pazienti, per l’arrivo di qualcuno in aiuto.

Hanno anche un’auto nuova, ma è registrata presso le autorità albanesi e non può quindi espatriare (Vranje, così come gli altri ospedali attrezzati per cure speciali, si trovano in Serbia).

Anche in questo caso emergono le necessità più impellenti: un veicolo per il trasporto dei pazienti, un ecografo, uno strumento per radiografie, medicine in generale. E naturalmente il generatore, di cui ci stiamo occupando con la prima fase del progetto “Accendi la Speranza”.

Chiediamo alla dottoressa di parlarci dei casi di cancro e dell’uranio impoverito.

Prima di rispondere ci tiene a sottolineare che sono ventisette anni che fa questo mestiere e sempre nella stessa zona, dopodiché ci conferma, dati alla mano, che i casi di cancro sono cresciuti incredibilmente. Molti sono i bambini con meno di un anno a cui viene riscontrato il male, e molti addirittura nascono già malati. Tanti altri, adulti compresi, sono malati e non lo sanno perchè non c’è la possibilità di diagnosticarlo.

un momento dell'incontro con la dott.ssa Krcmarevic

Anche l’ospedale ha sofferto il recente lutto di una collaboratrice, ci dice la dottoressa facendoci vedere la foto di una giovane ragazza bionda. «Aveva 38 anni», continua un po’ emozionata. Alla figlia di un altro collega, di 22 anni, mai stata fumatrice o malata, è stato diagnosticato la settimana scorsa un cancro ai polmoni. E poi ancora un elenco interminabile di nomi, età, situazioni e drammi. Dal 2004 sono circa 20 le persone a cui settimanalmente viene diagnosticata una qualche forma di cancro; ai polmoni ai maschi per lo più e al seno e all’utero alle donne.

Nel villaggio vicino l’80% degli ultimi deceduti (15 in tutto) sono morti per cancro. Ogni giorno c’è un nuovo caso. E’ tutto inquinato: l’acqua, la terra, i prodotti agricoli ecc.

I bombardamenti hanno interessato pesantemente questa zona per la presenza di una postazione antiaerea. Ma non sono mancati i bombardamenti dell’allevamento di polli di Ropotovo (!) e alle falde acquifere. E nemmeno sono mancate le cluster bomb, le bombe a grappolo, che contengono un certo numero di submunizioni e che al funzionamento dell’ordigno principale (cluster), vengono disperse, secondo diversi sistemi, a distanza, portando morte e amputazioni a distanza di tempo. Senza quindi un particolare disegno strategico se non quello di terrorizzare la popolazione.

La corrente elettrica non è una sicurezza anche perchè se in un villaggio una sola famiglia non paga la bolletta, l’energia viene tagliata a tutti.

L’incontro finisce con la visita della struttura, così lontana dai nostri standard, e dai ringraziamenti sinceri da parte della dottoressa per il nostro interessamento «anche se non potremo fare niente» ci dice «per noi è già importante parlare con qualcuno di quello che succede qui».

Riprendiamo il viaggio.

[il video delle foto su l’Uomo Libero TV - clicca qui]

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