Eritrea, la “nostra” Africa

Eritrea, News, Solidarieta', World news — By on 5 febbraio 2011 07:17

Un volto eritreo: il mosaico della popolazione del Paese si compone di 9 etnie (Foto Antonio Politano)

Sul finire del giorno il viale si anima a poco a poco. Figure alte, il passo lieve, incedono a coppie o gruppetti sotto le palme, lungo gli ampi marciapiedi con le mattonelle a quadrettini. Scambiandosi occhiate, un saluto. Si concedono alla lentezza, nel tempo sospeso della sera. Il rito della chiacchiera, un cappuccino, un gelato. Ai tavolini all’aperto dei caffè, nei saloni interni con le tv che trasmettono le partite, tra negozi di foto e parrucchieri ancora aperti. Il tropico è più vicino dell’equatore, ma qui a 2.400 metri sul livello del mare arriva il vento. Si sente di stare più in alto, l’aria è leggera. Il cielo è spesso terso, blu.

Per quest’aria, la posizione sull’altopiano, Asmara è diventata un gioiello, una concentrazione di architetture con pochi eguali al mondo, una Miami Beach del Corno d’Africa, un’Avana totalmente nera. Sul finire dell’Ottocento, gli italiani ne fecero il centro delle colonie d’Africa orientale al posto di Massaua, la prima capitale sulla costa da cui scappavano per la calura asfissiante, trasformando un villaggio tigrino in una città coloniale ideale. Poi vennero gli investimenti del ventennio fascista, la seconda guerra mondiale, gli inglesi, l’occupazione etiope, trent’anni di guerra di liberazione.

Asmara è rimasta in sostanza intatta. Tant’è che l’Unesco sta valutando di inserire nel patrimonio dell’umanità la sua collezione unica di edifici: razionalisti, déco, liberty, cubisti, espressionisti, futuristi, neoclassici, funzionalisti. Integra, paradossalmente, per gli scarsi mezzi a disposizione che hanno fatto argine all’omologazione. L’Eritrea resta un paese povero, senza segni di modernità travolgente, ma senza degrado. Lo si vede anche nei mercati. Ad Asmara ce n’è uno immancabile, il Medeber: nel recinto del caravanserraglio dove arrivavano le merci dall’intera Abissinia, è mercato e fabbrica insieme, in cui si ricicla e si trasforma di tutto per la carenza di materie prime.

I riti copti della vicina cattedrale ortodossa Nda Mariam convivono con il richiamo del muezzin della moschea di Al Khulalfa e le campane della cattolica Nostra Signora del Rosario che spicca sul grande viale che attraversa la città: oggi Liberation Avenue, già viale Mussolini, Corso Italia, Avenue Hailé Selassié. Le cose cambiano. Eppure sono innumerevoli i luoghi che evocano gli anni della presenza italiana. Dall’Albergo Italia al Cinema Roma con i proiettori originali e le foto di Mastroianni e la Lollo alle pareti, i bar con le macchine espresso, il quartiere dei villini con le buganvillee e le scuole italiane più grandi al di fuori dei nostri confini. In centro, strade asfaltate non trafficate, camion e auto, asinelli e capre, qualche corriera e tante bici; fuori, il rosso della terra, il verde degli eucalipti. Nel cimitero italiano, tombe e cappelle in un giardino pieno di fiori, una Spoon River da immaginare dietro foto, nomi, date. Non lontano un altro cimitero, di carri armati: cataste di tank, jeep, cannoni americani, sovietici, anonimi. Più in là, case a schiera a due piani, quartieri in costruzione, l’Asmara che sarà.

Lasciando l’altopiano, si scende verso est lungo la strada panoramica costruita dagli italiani nel 1890, destinazione Massaua. Tornanti, aperture su vallate, il tracciato della ferrovia che incrocia l’asfalto. Ai lati, scimmie, corvi, dromedari. Pastori, contadini, poche costruzioni, poche macchine. I luoghi storici dell’espansione italiana, come Dogali, per noi solo nomi nella memoria da sussidiario. Attorno, un paesaggio arso, colline terrazzate, acacie, fichi d’India. Sullo sfondo, il piatto vuoto della terra, chiarore diffuso, il tropico che si intuisce.

È quasi un tuffo, 115 chilometri, oltre duemila metri di dislivello. In fondo alla striscia regolare della costa, la città nata su due isole di madreperla. Massaua, porto naturale, snodo di vie e commerci nel Mar Rosso vicino all’Oceano Indiano. La posizione strategica ne ha determinato la fortuna, ma anche il destino. Nei secoli è stata occupata da arabi, portoghesi, turchi, egiziani, italiani, inglesi, etiopi. Gli ultimi bombardamenti l’hanno quasi rasa al suolo. Massaua è ancora semidistrutta, ma conserva una strana bellezza tra le rovine. Lì vi sono le abitazioni più antiche, il porto, i ristoranti, i bar.

Negli edifici l’impronta più profonda è arabo-ottomana. E di nuovo architettura e urbanistica coloniale, la Banca d’Italia e l’Hotel Torino, alcune piazze. La gente raccoglie l’acqua dai pozzi, vive all’aperto, con i bambini che sciamano e gli uomini nei caffè a giocare a carte. Meglio andare a piedi, girare tra i vicoli. Massaua è ritenuta una delle città più calde del pianeta. La sera soffia un po’ di brezza dal mare. Molti dormono fuori. Sotto i portici, locali illuminati con marinai russi ed egiziani, qualche turista. Massaua è ancora un porto, prima o poi rinascerà, e cambierà, bisogna affrettarsi a vederla.

02/02/2011

[fonte: La Repubblica]



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