Palestina

News, Palestina, Solidarieta', World news — By on 1 febbraio 2011 10:02

Un capolavoro, meglio precisarlo subito. Un immenso colpo all’anima, composto da tanti piccoli colpi al cuore quanti sono i brevi (talvolta anche di una sola pagina) capitoletti che formano questa complessa opera. Tante come le persone che Joe Sacco, all’epoca trentunenne, incrocia, incontra, intervista, conosce, osserva. Come le innumerevoli storie che scorrono sotto ai suoi (e nostri) occhi, attraverso i suoi inespressivi occhiali, nello spazio di poche vignette, o anche di una soltanto. E il titolo Palestina diventa un contenitore delle più varie esperienze che si possono vivere in questa regione dolorosamente occupata.

Non siamo di fronte a un testo politico o a un reportage vero e proprio, piuttosto una sorta di diario personale di un giovane occidentale, catapultato in una realtà incredibile. Un viaggio compiuto da Sacco in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza nell’inverno freddo e piovoso fra il dicembre 1991 e il gennaio 1992, con frequenti riferimenti all’importante situazione storica appena verificatasi, ovvero l’Intifada cominciata nel 1987.

Dall’iniziale caos del Cairo passiamo bruscamente alla tumultuosa Gerusalemme, per spostarci alla città vecchia di Nablus e così via, nel corso dei nove capitoli, toccando Hebron, Ramallah, i campi profughi di Nuseirat e Jabalia, e infine il benessere di Tel Aviv. Un panorama capace di cambiare radicalmente faccia nello spazio di pochi chilometri, ma in cui regnano prevalentemente povertà, baracche, pozzanghere, e tanto pantano. L’unica cosa che rimane fissa è il nostro protagonista, tutt’altro che un eroe, un uomo che più comune non si può, con la voracità d’informazioni tipica dei giornalisti, la paura di fronte alle situazioni più rischiose, e soprattutto la fatale impotenza rispetto alla realtà dei fatti.

L’unico potere nelle mani di Sacco è infatti quello di divulgare le storie che gli vengono presentate, fatte di soprusi, violenze, privazioni, scontri, indicibili efferatezze, e anche, in qualche sporadico caso, di sogni probabilmente irrealizzabili. La sua figura si muove nell’alieno mondo palestinese attraverso spettacoli di desolazione e volti scavati, cercando di essere discreta, ma fallendo, in quanto tutti vengono attirati dalla sua aria da straniero, e dalla speranza che forse sia portatore di cose migliori.

la copertina del libro

Sacco invece per questa gente ha solo domande, è stato portato lì proprio dalla sua curiosità sulla questione palestinese, che gran parte del mondo ignorava. Vuole raccontare l’occupazione israeliana non su una cartina politica, bensì nella realtà delle vita quotidiana. Solo mangiando e dormendo con loro, entrando a far parte delle loro vite, una tazza di tè (troppo zuccherato) dopo l’altra, ha potuto realizzare questo drastico documentario su come può diventare “chi crede di avere il potere dalla sua”, e chi invece “crede di non averne alcuno”. Lo sgomento cresce pagina dopo pagina, ma Sacco non ha intenzione di fare un melodramma, vuole solo riportare i fatti, e sceglie di trattare con più freddezza possibile le scene disturbanti di violenza e prepotenza, sceglie di concentrarsi sui volti, infila dove possibile una pungente e talvolta cinica ironia, e pone sempre al centro l’umanità, le emozioni, la paura, il coraggio e il dolore, piuttosto che le ragioni politiche. È proprio per questo che Palestina è un’opera che trascende quello specifico luogo e tempo, e che conserva il suo valore allora come oggi. Per via dell’universalità del suo messaggio: il ritratto di un’umanità sofferente.

Sacco però non si limita a questo, fra le righe di queste pagine è presente un secondo livello, molto più fine. Dopo averci mostrato la realtà la usa come punto di partenza per compiere una riflessione, per andare oltre il semplice resoconto. Nei dialoghi con i suoi interlocutori e nei monologhi di pensiero, emergono le questioni più generali sulla convivenza dei popoli, sull’effetto dell’influsso europeo e americano in queste terre, sulla concezione della vita occidentale, di quanto i problemi quotidiani della nostra società siano poca cosa rispetto alle situazioni in cui si trovano a vivere queste persone. Un’esistenza infelice, un’infanzia distrutta dalle tragedie, nessuna speranza per il futuro, l’abbandono di qualsiasi gioia di vivere. Come nel simbolico finale dove i bambini di un villaggio vengono evitati quasi come creature selvagge, e dove regna il completo smarrimento di fronte alla strada da seguire per riuscire ad uscirne.

Ma quest’opera, che già solo nella sua complessa e sfaccettata parte narrativa è straordinaria, ha una marcia in più, ovvero la parte visiva. Sacco è portatore di uno stile pop riconoscibilissimo, un’impronta autoriale unica. Ciò che spicca maggiormente è la forte dinamicità del suo tratto, vignette storte, oblique, verticali, linee spesse e profonde come solchi nella pagina. Le sue figure sono quasi caricaturali ma dotate di un’intensa espressività, i punti di vista che adotta variano continuamente dall’alto al basso, alla costante ricerca del dinamismo. Le tavole sono pesanti, ricche di segni, ognuna costellata da decine di didascalie piccole, grandi e storte. Gli occhi del lettore rimangono spesso e volentieri a soffermarsi sui tanti particolari che caratterizzano i paesaggi; la lettura procede lenta, fra spunti di riflessione, battute sarcastiche e lampi agghiaccianti. Generalmente le vignette, per tutti questi motivi, tendono ad essere ampie e spaziose, solo tre o quattro per tavola, ma Sacco sa adattare lo stile mutandolo anche in modo radicale, e nelle scene maggiormente lunghe propone delle gabbie sempre più fitte, adottando un andamento cinematografico. Ma non mancano nemmeno episodi prevalentemente testuali corredati da una sola immagine.

In pratica questo fumetto cambia e propone un’invenzione nuova ad ogni pagina, e Sacco, sfruttando appieno le capacità del medium fumetto, compie un lavoro che con nessun altro mezzo espressivo avrebbe potuto essere così completo ed efficace. La verità è che questo fumetto è così bello proprio perché è un fumetto. E ormai si tratta di un classico, una pietra miliare del giornalismo a fumetti, un inevitabile paragone per tutti quelli che sono venuti dopo, un’inestimabile testimonianza su un capitolo doloroso di Storia, e un impeccabile esempio di come si racconta e si disegna una storia. La traduzione di Daniele Brolli è impeccabile e accuratissima come sempre, l’edizione Mondadori è buona e il prezzo in linea con gli altri sul mercato. Un volume preziosissimo, da far leggere a tutti, e in special modo a coloro che sostengono che il fumetto non sia una cosa seria.

di Michele Fidati

31/01/2011

[fonte: MangaForever]

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