Pagine dal Kosovo

Kosovo, News, Serbia, Solidarieta', World news — By on 26 aprile 2011 16:12

Introduzione

Nei giorni precedenti alla partenza, da più voci mi veniva posta una domanda: “Perché?”

Evidentemente non è facile comprendere dai più il motivo di un viaggio che di affaristico o turistico non ha nulla.

“Sentirsi dentro” la necessità di intraprendere una spedizione simile può riassumersi in questa espressione: stabilire un percorso.

Percorso “materiale”, anche se è improprio dire così, che consiste nel portare ogni sorta di sostegno utile alle minoranze etniche, su tutte per numero quella serba, presenti in Kosovo, che specialmente dopo la proclamazione d’indipendenza del 2008 hanno visto un’impennata nell’escalation di vessazioni. Soprusi, emarginazione, da parte della maggioranza albanese a danno di chiunque, ma particolarmente infami nei confronti di coloro che non hanno la forza di reagire, come i bambini della scuola dell’enclave di Osojane o dei pazienti del nosocomio di Silovo.

Il contributo, per quanto limitato, a loro favore prevede un programma di fornitura di beni, la cui assenza pregiudicherebbe non soltanto il presente, ma soprattutto il futuro di questa gente, condannandoli a rimanere in una costante posizione di esposizione ai rischi quotidiani e di chiusura di orizzonti nella vita.

Ecco perché il progetto de “l’Uomo Libero” onlus, Comunità Giovanile di Busto Arsizio e CasaPound Italia reca il titolo “Accendiamo la speranza – in sostegno alle minoranze del Kosovo”: proprio ciò che si propone di fare è di mettere tali minoranze nella condizione di poter reagire, credere in un futuro certamente più radioso rispetto al travagliato presente.

Si tratta di un aiuto che però non si risolve nella loro terra, ma prosegue qui in Italia, con l’impegno di diffondere la loro storia, la loro realtà, la verità, troppo spesso dimenticata dal disinteresse della società opulenta e travisata dalla retorica del politicamente corretto, sempre al servizio degli interessi dei potentati economico-finanziari.

Da qui, muoviamo verso un altro percorso, stavolta interiore, di coloro che intraprendono il viaggio nelle enclavi del Kosovo ma anche di coloro che prestano orecchio e mente ai racconti delle testimonianze.

Partire per quelle terre riserva una doppia lezione: la prima, fondamentale, è che non esistono mondi paralleli, ma ciascuno influisce sull’altro: è quindi ottuso disinteressarsi di “problemi degli altri”, perché questi un giorno possono sempre poi toccare noi. La seconda lezione impartita è invece quella di saper sempre dare il giusto peso relativo alle difficoltà quotidiane del vivere sociale; significa comprendere la differenza tra l’organizzare come vivere e il sapere come sopravvivere, osservare la differenza di spirito tra chi lotta per raggiungere un obiettivo, seppur con flebili speranze, e chi si arrende agli agi, apprezzare chi mantiene sempre viva nel cuore la fiamma dell’identità sopra a chi si conforma a standard e stereotipi di benessere.

Date queste premesse, andiamo a riportare, giorno dopo giorno, il diario di viaggio.

Venerdì 15 aprile, arrivo a Kosovska Mitrovica

Dopo un breve soggiorno a Belgrado, ripartiamo alla volta di Kosovska Mitrovica, città del nord del Kosovo.

Oltrepassata la frontiera (o meglio sarebbe dire la “linea amministrativa”, così da non urtare la sensibilità serba che non ha riconosciuto lo stato kosovaro), ci si rende subito conto della situazione surreale dell’area.

Non troviamo, difatti, stendardi del proclamato stato indipendente, ma ovunque drappi serbi. Bisogna comunque specificare che ci troviamo nell’area settentrionale a maggioranza serba; basterà spostarsi un pò più verso sud per vedere cambiare colore di bandiera…

Come ci ha informato la sig.ra Petkovic del Ministero serbo per Kosovo e Metohija durante il ricevimento del giorno precedente a Belgrado, su questa area così come su tutte le enclavi serbe si sovrappongono due amministrazioni, quella serba e quella kosovara, con tutte le difficoltà del paradosso. In questi termini, il Kosovo viene inteso frazione di stato serbo soggetto a diversa giurisdizione.

La prima cosa che balza all’occhio è la ripetizione, quasi ossessiva, su ogni muro e comunque ogni spazio disponibile, dell’epigrafe “CHΠ 1389”. E’ questa la manifestazione più diretta dell’orgoglio nazionale serbo mai domo, che va a richiamare, nel suo significato, pagine di storia. Correva l’anno 1389 quando re Lazar, alla guida di 30.000 serbi, si schierò contro l’avanzata turco-musulmana che contava 100.000 soldati: sebbene le vicende storiche daranno poi ragione ai turchi, il sacrificio di Lazar e dei suoi uomini, che riuscirono in quel 28 giugno a rinviare la conquista ottomana ed entrare nell’olimpo degli eroi nazionali, come dimostrazione di un popolo che non si arrende nemmeno ad un nemico così tanto potente.

L’assurdità della situazione del Kosovo sta proprio in queste righe: quest’area è la culla della nazione serba, nonché, tra l’altro, ancora oggi vi trova sede il centro spirituale della chiesa ortodossa serba, presso il monastero di Pec.

Simboli di una nazione che per effetto di un atto unilaterale del tutto non condiviso si trovano a sottostare in un territorio e sotto l’amministrazione straniera. Si badi che la proclamazione d’indipendenza del Kosovo è avvenuta, e questo per la prima volta, come atto unilaterale di una delle tante etnie presenti sul territorio, quella albanese; in questo caso, il movente del principio di autodeterminazione dei popoli non conta nulla, e questo viene confermato nei fatti dal momento che la bandiera kosovara compare ben poco per le vie, mentre domina l’aquila albanese e la “stars and stripes”. Giusto per fare un parallelo significativo e provocatorio, è come se un giorno una comunità cinese delle tante nelle città italiane diventasse abbastanza numerosa da scalzare quella italiana ed indurla a dichiararsi autonoma, in barba ad ogni tradizione.

Kosovska Mitrovica riflette tutti i paradossi e le contraddizione suddette.

La città, che conta circa 300.000 abitanti, è attraversata dal fiume Ibar, che taglia il centro in due macroaree: quella serba, a nord, e quella albanese, a sud (anche se in effetti la divisione è in pratica non così netta). Una convivenza complicata: rivalità e tensione sono palpabili, ed è sufficiente un incosciente, innocente sconfinamento da una zona all’altra, identificato simbolicamente dal ponte sul fiume, per innescare sassaiole e ripicche nei giorni a venire (motivo per cui il ponte è monitorato continuamente dalle forze internazionali della K-for e dell’Eulex).

Questo è solo un assaggio di quanto ci aspetta lungo tutto il paese.

Sabato 16 aprile, visita ai monasteri di Pec e Decani

Il programma della giornata prevede la visita a due monasteri che meglio rappresentano la tradizione serba: i monasteri di Pec e Decani.

Il monastero di Pec, fondato nel XIII sec., è lo scenario che vede la nascita della Chiesa ortodossa serba autonoma nel corso del XIV sec. Fino al XVIII sec. è sede amministrativa della Chiesa stessa, oggi invece rimane solo come punto di riferimento spirituale nonché monastero femminile.

Decani è invece sede di un laborioso centro religioso modello di auto sostentamento, la cui abbazia rappresenta architettonicamente l’incontro tra lo stile occidentale misto romanico-gotico della struttura esterna e la decorazione interna tipicamente orientale ortodossa.

La visita non è casuale, frutto della curiosità del turista medio. Come risulta dalle parole dei monaci stessi, la religione è sempre stata elemento di unificazione e separazione al contempo.

Ha unificato perché nell’eterna antipatia tra kosovari serbi e albanesi, i monasteri si sono rivolti a porgere aiuto ad ogni gente in difficoltà, senza contare inoltre la comunanza tra ortodossi serbi e albanesi che vince il fattore etnico.

Laddove terminano gli elementi di coesione (riconosciamo sono ben pochi), iniziano i fattori di scontro. Scontro che non si concentra sulla contrapposizione fideistica, che semmai viene assunta talvolta come pretesto, ma sul fatto che l’ortodossia di Pec rappresenta l’identità serba stessa. E’ su questa scia che sono avvenuti, fino a tempi più recenti, tentativi di aggressione ai monasteri, che giustificano la costante presenza militare del perimetro a tutela dell’incolumità delle strutture e delle persone. Ai monaci piace ironizzare sul fatto che questa sia sempre avvenuto: come oggi vi stanno le truppe della K-for, in passato era la milizia ottomana ad assicurare l’ordine della zona.

Sulla strada verso Pec e Decani, ci si offre uno scorcio della realtà kosovara, mentre sottofondo ci accompagnano le parole di Saša, la nostra guida.

Vediamo scorrere dai finestrini del nostro pulmino l’aperta campagna, cornice del mondo contadino che si ritrovò catapultato una quindicina di anni fa nel bel mezzo di una guerra, che si alterna con le aree urbane di frenetica costruzione edilizia (che poi, chi ci andrà a vivere, chissà… tanto che ai cantieri aperti si affiancano edifici già finiti ma abbandonati).

Assistiamo a scena di profonda desolazione per le strade dei villaggi, poca merce sulle bancarelle, tristezza e abbandono sui volti, luce spenta negli sguardi. Decenni di socialismo reale, poi di guerra civile e astio quotidiano, hanno segnato profondamente questa gente, il più delle volte priva di prospettive. Si potrebbe dire che prima di “accendere la speranza”, bisognerebbe accendere un sorriso sui loro volti e nei loro animi, inteso come voglia di riscattarsi da questa vita difficile, di credere nella possibilità di essere felici e non solamente vessati da una miriade di stenti.

Passiamo via ad esempi di autentica barbarie, come il vilipendio delle tombe “nemiche” da parte albanese, di degrado civile, rappresentato dalle discariche improvvisate lungo gli argini dei torrenti o dei campi arati, contro ogni logica prudenziale.

Ed ancora, gli innumerevoli mausolei dedicati ai guerriglieri dell’UCK, l’”esercito di liberazione del Kosovo” di stampo albanese.

“Terroristi e malviventi – ricorda Saša, poche parole ma sempre ben piazzate – che gestivano (gestiscono?) il traffico internazionale di droga e di armi, e per questo fortemente repressi da Milosevic. Poi, durante la guerra, scomparvero. Si rifecero vivi nelle battute finali, quando scesero dai monti per assumere il comando dei battaglioni di volontari albanesi, essendo l’unica organizzazione adeguatamente già preparata, e mettere a frutto le enormi ricchezze accumulate illecitamente in tanti anni. Oggi li ritroviamo eroi nazionali e membri della classe dirigente.”

Attraversando Mitrovica, la sua città natale, si lascia sfuggire un commento a metà tra l’ironico e il malinconico: “Sono rifugiato nella mia città”.

Racconta di come un giorno tornando a casa se la trovò occupata da un albanese, e da allora dovette trasferirsi nell’area nord. Lui, che, ricorda, fino al giorno prima viveva in mezzo a loro albanesi, vi ci aveva fatto le scuole insieme, ora era diventano l’”altro”. Nella sua terra.

Domenica 17 aprile, visita all’ospedale di Silovo

Dopo giorni passati a girare per le strade del paese, cercando di immergersi nel clima che ci attornia, finalmente oggi ci aspetta il primo vero impegno di rilievo, ossia la visita all’ospedale di Silovo, una delle maggiori enclavi serbe nel cuore del Kosovo albanese.

Per arrivarci, dobbiamo prima passare da Kosovo-Polje e da Pristina, la capitale.

Kosovo-Polje è certamente il luogo più significativo per ogni serbo. Qui, il 28 giugno 1389, presso la “Piana dei Merli”, le truppe di re Lazar, ammontanti in circa 30.000 uomini, si scontrarono con quelle turco-musulmane del sultano Murad, superiori per mezzi e numero (100.000 unità). La battaglia finì con una “sconfitta vittoriosa” per l’esercito serbo: il sacrificio dello stesso sovrano e di circa il 60% della popolazione maschile dell’epoca non bastarono per impedire l’invasione ma bastarono per rinviarla a qualche anno più tardi; la morte del sultano colpì infatti le fila avversarie.

Sul luogo, nel 1957, Tito fece erigere un monumento commemorativo; da qui, nel 1989, Milosevic promise di mettere fine alle angherie albanesi sui serbi della provincia, rilanciando l’idea di una “grande Serbia”. A breve distanza, sorge il mausoleo dedicato al sultano Murad; ancora una volta Occidente e Oriente che si incontrano su queste terre.

Pristina, invece, si presenta come l’esatta discontinuità rispetto al territorio di campagna dominante. Una città che vuole proiettarsi verso il modello occidentale, con il classico contrasto tra il “bronx” e le aree residenziali di classe, le zone commerciali in cui non possono mancare i cartelli delle “grandi marche”. Finalmente aumentano le bandiere “nazionali” kosovare a fianco di quelle albanesi e statunitensi, dando una parvenza di stato autonomo e non del tutto fantoccio. Ma è l’America a rimanere impressa come modello di civilizzazione e libertà: ecco comparire un cameo della statua della libertà, poi, lungo la via principale della città, la “Bill Clinton boulevard”, anche una statua dedicata allo stesso presidente statunitense.

Arriviamo quindi all’ospedale di Silovo. Si presenta come una palazzina nel mezzo di un paese modestissimo, case spoglie, poco asfalto e molto fango.

Ci accoglie la direttrice del centro, la dott.ssa Jelica Krcmarevic, carattere tenace nonostante un paio di agguati subiti alle spalle. Una persona che non molla, insomma: una persona scomoda.

Ci introduce all’interno, ci mostra le stanze e gli ambulatori (pediatria, medicina generale, analisi e odontoiatria), quindi, nel suo ufficio, ci mette al corrente della situazione.

Il nosocomio possiede solo otto posti letto, quattro destinati ai bambini e quattro agli anziani; può offrire soltanto servizio day hospital, quindi per i casi più seri è necessario il trasferimento in Serbia, negli ospedali più vicini alla “linea amministrativa”.

Qui sorgono i problemi. Innanzitutto, perché i casi gravi sono sempre più, considerando l’aumento esponenziale di cancri e leucemie registratesi a causa dell’impiego di cluster bombs, le famose bombe all’uranio impoverito durante la guerra del 1999. Secondo, il deficit di mezzi di trasporto: Silovo ha a disposizione una sola ambulanza adatta a tali trasporti; considerando le beghe burocratiche che le autorità di frontiera kosovare creano, può capitare che l’ambulanza debba mettersi in coda e subire gli accertamenti di routine, privando in tal modo la clinica del mezzo per qualche ora, lasciando quindi altri pazienti al loro destino.

La struttura, che serve un’area di circa 35.000 persone, è priva sia di macchinari per eseguire radiografie, che ecografie. I serbi delle enclavi circostanti sono quindi costretti a recarsi in Serbia oppure ai centri albanesi, anche se sono sempre di meno, vuoi perché sono inseriti sistematicamente in fondo alle liste d’attesa, vuoi perché si teme un utilizzo non proprio prudente dei macchinari stessi.

Altri problemi riguardano le comunicazioni e la fornitura di medicinali. Per lunghi periodi (si parla di settimane) tra l’obsolescenza degli impianti e atti di vandalismo, l’ospedale è privo di telefono e fax, tenendo poi conto della linea del cellulare non sempre continua.

In riferimento invece ai medicinali, questi devono essere importati, ma anche in questo caso molto spesso le autorità doganali rallentano i tempi di approvvigionamento per le pratiche burocratiche volte in modo strumentale a creare problemi.

Attorno ad un tavolo, definiamo le esigenze e le nostre possibilità di aiuto. All’interno del progetto facciamo rientrare il recupero di macchinari ai raggi X e un van che andrà ad arricchire il parco automezzi a disposizione, e che faccia finalmente andare in rottamazione la vecchia autovettura anni ’70 che conta, sul proprio contachilometri, due milioni, e dico due milioni, di kilometri percorsi per trasportare qua e là i diabetici bisognosi di dialisi. Ed ovviamente, ancora altri medicinali, oltre agli scatoloni che già in questa spedizione abbiamo portato.

Siamo in attesa, inoltre, che l’amministrazione doganale liberi i generatori di energia elettrica che avevamo provveduto a recuperare (uno per la clinica di Silovo, l’altro per la scuola di Osojane) ma che sono, al momento, ancora bloccati presso i suoi depositi. Questi generatori dovrebbero garantire le risorse necessarie per far fronte alla domanda energetica e ai black out che sovente accadono, lasciando per lunghi periodi (specialmente duri quelli invernali) l’ente senza fornitura.

La dottoressa ci porta a vedere nel villaggio di Pasjane anche l’ospedale di nuova costruzione, più ampio, finanziato dall’amministrazione kosovara, che secondo le più rosee aspettative sarà pronto per l’estate.

Dopodiché ci conduce nel suo villaggio d’origine, Grncar, pochissime case con pochissimi servizi, delle quali la maggior parte prive di luce e canali di scolo. Lontano dalle enclavi maggiori si sta sempre peggio…

Ho la fortuna di salire in auto con Sergio, il nostro traduttore. Fortuna perché è un gran chiacchierone, simpatico e miniera di informazioni.

Parla un italiano fluente, frutto di un paio d’anni di lavoro presso Rovigo, poi ha svolto il ruolo di assistente per i carabinieri in missione in Kosovo. Sfrutto il fatto per porgergli qualche domanda e cercare di capire il più possibile del polveraio in cui siamo di mezzo.

“Il Kosovo è una “bomba” nel cuore dell’Europa, – ammonisce – che qualcuno pensa bene di tenere innescata, ritenendo di poterla controllare a proprio vantaggio. E’ ormai risaputo dalle forze internazionali che qui stanno e si preparano alcune cellule di terroristi islamici, ma nessuno interviene per debellarle prima che la “bomba” esploda.

“Solo i carabinieri hanno mostrato buon senso e coraggio in certi frangenti. Sono stati loro i primi a denunciare pubblicamente gli effetti dell’impiego delle bombe all’uranio impoverito; ancora loro a condurre tenacemente a fondo le indagini contro terroristi di ogni natura. Eppure, hanno le mani legate: non possono intervenire senza l’autorizzazione dall’alto dei vertici della Kfor (a sua volta controllata dalla Nato, ndr). Alcune volte è accaduto che al termine delle indagini quest’autorizzazione non è stata concessa, facendo andare in fumo mesi di lavoro.

“Se bisogna riconoscere a qualcuno di non essersi fatto deviare rispetto al conformismo imperante imposto dai “liberatori”, quel qualcuno sono proprio gli italiani. Anche loro, ai primi tempi, erano diffidenti nei confronti di noi serbi, ascoltando ciò che i mass media trasmettevano. Dopo qualche mese di missione, si erano già fatti un’opinione propria ben diversa di come erano accadute e stavano accadendo le cose quaggiù in Kosovo.

“Tito, con la sua politica di repressione, disincentivava le espressioni nazionalistiche, che tuttavia non sono mai state sopite. Il suo regime faceva desistere ogni sorta di rivendicazione e di terrorismo.

L’avvento di Milosevic ha invece risvegliato i nazionalismi, sia nel loro aspetto positivo, che in quello negativo. Qui, per i serbi del Kosovo, come Presidente fece molto, assunse una decisa presa di posizione contro ogni sorta di prevaricazione che l’etnia albanese perpetrava ai danni dei serbi (si arrivò alla sospensione dell’autonomia della regione e a riportare l’amministrazione sotto il controllo di Belgrado, ndr).

“Pulizia etnica? Stragi? Qui Milosevic non commise proprio nulla di quanto gli venne imputato. E’ vero, ci furono scontri aspri e rastrellamenti di albanesi, ma da parte di gruppi paramilitari che portarono avanti una propria guerra, dei propri interessi sull’area, non quelli del popolo serbo. Arkan? Ecco, proprio lui è il massimo esempio di quanto appena detto.

“Sono convinto che senza la mano dell’Occidente, qui, nei Balcani, negli anni ’90 non sarebbe successo niente, o comunque in ben altro modo. Hanno creato un loro sistema di equilibri di potere, giostrando “buoni” e “cattivi”, maschere che si compensano l’un coll’altra. Lo posso dire anche dall’alto del fatto che qui, in Kosovo, c’è la base dell’esercito USA più grande d’Europa (Camp Bondsteel, ndr). Quella del Kosovo era una guerra che si doveva fare per garantire un controllo più diretto sull’Europa e su questo viatico fondamentale sulla tratta Oriente-Occidente, soprattutto in termini di intervento nelle politiche energetiche.

“E cosa hanno permesso gli USA nel perseguire questa loro politica? Che il controllo del territorio venisse preso in mano da terroristi e malviventi di carriera, che si riciclano un giorno nella veste di liberatori nazionali. Gente che oggi sta al governo, o comunque nei centri di potere; gente che ha tombe adorne lungo tutte le strade.

“Oggi quest’area di libertà mostra tutta la sua ipocrisia. Ci sono delle minoranze che, nonostante i bastoni tra le ruote di un’amministrazione antipatica, s’ingegnano a trovare in un modo o nell’altro come vivere dignitosamente, grazie anche ai sussidi e ai finanziamenti che da Belgrado non mancano mai. Poi c’è la maggioranza albanese che prevalentemente può permettersi di oziare, di vivere all’occidentale; questo grazie ai fondi che provengono dall’Arabia. Avete visto, passando per la strada venendo verso qui, campi seminati? No. Vedete invece, qui, nelle enclavi?

“Comunque, percepisco che ben presto anche la popolazione albanese si stuferà e scaricherà l’amico americano. Perché stanno capendo che tutto quello che è stato fatto, gli USA l’hanno fatto per il loro esclusivo interesse, senza risolvere realmente nulla nell’area, nemmeno per loro albanesi.”


Lunedì 18 aprile, visita alla scuola di Osojane

Siamo quasi a conclusione della nostra missione, ma il nostro furgoncino è ancora pieno di beni da consegnare. Dopo ore e ore di dogana, di carte, intoppi burocratici, sarà ancor più forte la soddisfazione di aver “vinto” tutte queste difficoltà e portare a compimento le tappe della spedizione.

Sulla nostra agenda rimane il ricevimento alla scuola di Osojane, enclave serba nel Kosovo occidentale.

Per il centinaio circa di ragazzini che frequentano l’istituto, abbiamo provveduto a raccogliere 22 pc a schermo piatto, materiale didattico, oltre ad un generatore di corrente elettrica.

Partecipano alla giornata anche i funzionari del Ministero per Kosovo e Metohjia della Repubblica di Serbia e una troupe televisiva locale.

A margine del passaggio dalla scuola, sediamo ad un tavolo con il sig. Repanovic, sindaco della cittadina. Ci accoglie visibilmente soddisfatto: abbiamo mantenuto la parola data nello scorso dicembre, quando per la prima volta passammo da qua e fu fatto un primo punto della situazione.

Iniziamo anche a discutere della possibilità di renderci utili per un campo-lavoro settimanale, in una delle prossime spedizioni. C’è da dare una mano nei campi e alla messa in funzione del nuovo asilo, i cui lavori vanno terminando; insomma, di occasioni per rendersi utili non ne mancheranno mai.

Usciamo dal municipio e ci dirigiamo verso la scuola. Qui troviamo trepidanti i ragazzini che, senza che qualcuno gli chieda alcunché, ci danno una mano a scaricare il van, ansiosi di vedere cosa contengono tutti quegli scatoloni.

Il momento dell’apertura delle confezioni è una gioia per tutti. Per i ragazzini, ovviamente, innanzitutto, che fino ad ora avevano fatto conoscenza di quel marchingegno detto “personal computer” attraverso modelli ormai vecchi, lenti, ed estremamente insufficienti (in ragione di un apparecchio ogni 20 alunni); e bisogna tenere conto che non significa solamente avere mezzi limitati a scopi didattici, ma, essendo che qui pochissimi privilegiati ne possiedono uno, avere un accesso limitato alla conoscenza mondo che li circonda. La loro scuola sarà sempre più un punto di riferimento.

Ma è la soddisfazione anche di chi, amministratori scolastici e locali, vedono l’incarnazione del loro futuro sorridere, credere e pensare avanti, avere mezzi che loro, da ragazzi, non credettero mai di poterne disporre. Al “tutto dovuto”, ai capricci dell’adolescente-medio occidentale, sempre alla ricerca del nuovo modello come status symbol, questi giovani serbi contrappongono la condivisione, il sacrificio delle loro famiglie per mandarli a scuola (sacrificio di cui loro stessi sono consci), l’accontentarsi di un impianto che, secondo i nostri standard, sarebbe già “superato”. Stanno insegnando a tutti, insomma, a realizzare il vero valore dei beni.

Giusto per aggiungere un tocco d’italianità, abbiamo portato a tutti loro in omaggio una colomba pasquale. Che sia davvero per loro e per le loro famiglie una buona Pasqua.

Chiudiamo gli sportelli del furgoncino e ripartiamo. Stiamo arrivando in dirittura d’arrivo del nostro viaggio. Prima però vogliamo dare un’ultima occhiata alla zona.

Ci spostiamo verso il vicino villaggio di Zac, poche case disseminate tra i campi, lungo le cui vie ancora stanno a pattuglia i blindati della K-for. Il sig. Repanovic ci informa che la situazione sta pian piano avviandosi vero la “tranquillità” già rispetto alla prima visita di ricognizione del dicembre 2010, ma che a volte, ancora oggi, capita qualche attacco vandalico alle abitazioni, specialmente a quelle isolate, senza poi contare i sabotaggi alle linee della corrente elettrica.

Accanto alle macerie delle vecchie case, eredità del conflitto bellico, sorgono le nuove di ciascuna famiglia. Passato e presente l’uno al fianco dell’altro, desolazione e speranza…

Torniamo sui nostri mezzi e ripartiamo alla volta di Belgrado, per quest’ultima nottata.

Domani, ritorno in Italia, alla nostra vita frenetica, al nostro mondo così vicino eppure così disinteressato a quanto avviene quaggiù.

Epilogo – Cosa resterà?

Eccoci giunti al termine del nostro viaggio, una settimana densa di impegni, scoperte, riflessioni.

Vogliamo fare un ultimo “briefing” prima della ripartenza, tutti seduti ad un tavolo: Fabio e Stefano, ai quali vanno tutti i ringraziamenti per l’impegno profuso nell’organizzazione; Gianluca, Massimiliano ed Eligio, il nostro fotografo.

Resteranno quei chili in più di pancetta messa su a furia di pasti tipici serbi: grigliate di carne a pranzo e cena, accompagnate da abbondanti insalate e pane caldo, il tutto innaffiato da vini ed infine, immancabile, la rakija, la grappa locale. Senza mai provare ad ordinare pasta o pizza che fossero; ci siamo superati, da italiani.

Resteranno vive nei ricordi tutte le immagini che dai finestrini dei nostri mezzi vedavamo scorrere via, bizzarre, inusuali: le discariche a cielo aperto lungo strade e fiumi; il mercato abusivo delle auto, in una piazzola; le autostrade interrotte da una casa, con tanto di giardino, dato che non si è riusciti ad espropriarla, e comunque con cambio di direzione; le pompe bianche di benzina che quasi superano per numero i mezzi che si vedono in giro, i quali, a loro volte, senza targa; chiese e moschee che si rincorrono; i bambini albanesi che ci hanno atteso all’uscita del mausoleo dedicato al sultano Murad I, e che non se ne sono andati finché non hanno ottenuto la moneta da 2€ che avevano notato sul cruscotto; un matrimonio zingaro lungo il marciapiede, e bambini zingari che pure qui sembrano essere nati per chiedere elemosina; la partecipazione ad una messa ortodossa. Un altro mondo, un nuovo piccolo grande mondo scoperto.

Resterà ancora la parola data, di ritornare il più presto possibile, già dalla prossima estate. Il lavoro è appena iniziato, nessuno ci ha mai chiesto nulla ma capiamo sin troppo bene da soli che possiamo, quindi dobbiamo, offrire anche a questa gente un’opportunità. Porteremo ancora più beni, più persone per testimoniare cosa sia oggi il Kosovo, una volta che i mass media l’hanno usato e gettato per creare la loro notizia.

Ma poi ci domandiamo anche: di queste minoranze, che ne sarà? Fino a quando l’amministrazione serba sarà disposta e avrà i fondi necessari per supportare questa gente? Fino a che punto i loro sforzi non saranno vanificati da ritorsioni? Il “piano di rientro” di molti serbi dalla Serbia che effetti porterà, andrà a dare nuova energia alle enclavi o aumenterà le difficoltà di sopravvivenza dignitosa?

A questi quesiti non sappiamo rispondere, o forse non vogliamo per paura di prendere in considerazione possibilità che non piacciono. Questo però non sarà mai un motivo per abbandonare questi serbi del Kosovo, ritirare quella mano che noi abbiamo voluto porgere loro. Pensiamo a fare del nostro meglio, tutti quanti, poi quel che sarà, sarà.

Vivi ringraziamenti a Fabio e Stefano per la loro idea, la loro assoluta dedizione alla causa, la loro pazienza nell’affrontare ogni difficoltà che ci si è trovata innanzi; ed anche a Gianluca, Massimiliano ed Eligio, compagni di viaggio.

Fine.

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1 commento

  1. Vasco scrive:

    Da Il Foglio del 29.VII.11 apprendo che il sig. Hashim Thaci, premier albanese del Kosovo, ha posto un embargo sui prodotti della Serbia, nonché che l’Albania, membro della Nato, spende il 2% del Pil per la difesa, così come Usa,Uk,Francia e Grecia. due osservazioni:

    1. sembra che il Sig. Thaci sia implicato nel traffico di organi espiantati a prigionieri serbi;

    2.su 28 Paesi della Nato la “terra delle aquile” tiene testa a 3 grandi (in fondo, la Grecia ha vecchie ruggini con la Turchia….). Non c’è qualcosa di strano?

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