DEPORTAZIONE DEGLI ITALIANI DI CRIMEA. RISPOSTA ALLA LETTERA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Senza categoria — By on 24 luglio 2011 15:21

DEPORTAZIONE DEGLI ITALIANI DI CRIMEA. RISPOSTA ALLA LETTERA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

pubblicata da l’Uomo Libero onlus il giorno domenica 24 luglio 2011 alle ore 14.24

Alla buon’ora, pian-pianino, le Istituzioni si fanno sentire, perlomeno rispondendo in modo cortese alle numerose sollecitazioni sul caso. I risultati, però, sono prossimi allo zero perchè -nonostante i proclami per il 150°- non vi è interesse politico ed elettorale. Potevamo aspettarci qualcosa di diverso da un “togliattiano” di ferro come Napolitano?

L’importante è non demordere e continuare le concrete iniziative di solidarietà a favore di questi nostri sfortunati fratelli di Crimea. Almeno, avremo così compiuto il nostro dovere d’Italiani.

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Gentile Signor Presidente della Repubblica

Giorgio Napolitano

La ringraziamo innanzitutto per aver risposto alla nostra lettera del 5 dicembre 2010 contenente l’appello rivolto alla S.V. e alle altre Autorità dello Stato (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministro degli Affari Esteri e Ambasciatore d’Italia a Kiev in Ucraina), competenti per avviare a soluzione la vicenda drammatica della nostra comunità di italiani, soprattutto pugliesi, di Crimea. Per la verità al momento non abbiamo ancora ricevuto risposte oltre la sua: come interpretare questo silenzio? Speriamo dipenda dal fatto che la vicenda è piuttosto complicata. Non vogliamo pensare che continui il disinteresse, atteggiamento che perpetuerebbe quanto si è consumato in questi settant’anni dalla deportazione (si compiranno giusto nel gennaio del 2012!).

La Sua è stata una lettera molto importante per noi, che perciò ha meritato attenta riflessione sia per la comprensione piena dei suoi contenuti (giuridici) sia per poterLe indirizzare una risposta motivata.

L’aspetto più importante che secondo noi in essa viene sottolineato è la constatazione, come si riporta dalla lettera, che “costoro… (riferendosi ai nostri connazionali che emigrarono in Crimea a partire dal 1800 e che furono deportati per ordine di Stalin nel 1942 in Kazakhstan) non si trovavano sul territorio nazionale all’atto della deportazione e non risulta che fossero titolari dello status civitatis italiano”. Tuttavia “i discendenti dei nostri connazionali emigrati all’estero – essa continua – possono comunque ottenere il riconoscimento della cittadinanza jure sanguinis, secondo la normativa vigente, ove dimostrino la discendenza in linea retta dal soggetto originariamente investito dello status di cittadino e l’inesistenza di interruzioni nella trasmissione della cittadinanza”. Si aggiunge che “deve essere provata la mancanza di naturalizzazione straniera dell’avo dante causa prima della nascita del figlio e l’assenza di dichiarazioni di rinuncia alla cittadinanza italiana da parte dei discendenti”. Questa possibilità si estende anche a chi sia emigrato dall’Italia  prima dell’Unità. Infine si indica la competenza per espletare i procedimenti di riconoscimento nel Sindaco del paese di residenza o nel Console nel caso il richiedente viva all’estero.

Ovviamente sul piano giuridico nulla da eccepire e quindi invitiamo chi si trovi nelle condizioni previste dalla legge di utilizzare le preziose indicazioni del Capo dello Stato.

Ma, Signor Presidente, c’è un altro aspetto che non viene toccato nella lettera ed è quello che ci preme sottolineare di più: l’aspetto storico e politico della deportazione subita dai nostri connazionali. Essi furono deportati, da un territorio collocato fuori dai confini nazionali, proprio in quanto italiani. Non va dimenticato che la lista degli italiani era stata compilata dai tedeschi invasori della Crimea e utilizzata, poi, la medesima lista, dai sovietici una volta che riconquistarono la penisola. I nostri connazionali subirono la stessa sorte delle popolazioni straniere: l’armena, la greca, la tedesca, la bulgara e la tartara, alle quali – occorre aggiungere – è stato dedicato un monumento, come popolazioni deportate, dalla Municipalità di Kerč. Su quel monumento eretto nella piazza  cittadina della stazione ferroviaria non compare, fra le altre, il nome della comunità degli italiani di Crimea.

Questa esclusione non si comprende, se non come conseguenza del disinteresse dimostrato, nel corso degli anni, dalle Autorità Governative Italiane o di motivi politico-diplomatici, dovuti alla tensione fra blocchi contrapposti durante la guerra fredda.

Questa discriminazione deve cessare! Confidiamo perciò nella sua azione di sensibilizzazione istituzionale. Da parte nostra ci stiamo adoperando per rendere il visivo omaggio ai nostri deportati di Crimea, installando un monumento alla memoria degli italiani deportati, da collocare sulla banchina del porto della città, da cui cominciò il lungo viaggio dei deportati per mare e poi per terra nei vagoni piombati fino in Kazakistan, Siberia e altre località disseminate nella steppa sovietica. Sarebbe significativo se il monumento fosse inaugurato alla sua presenza nel gennaio del prossimo anno, quando ricorrerà il 70° della deportazione!

Ritornando sul mancato riconoscimento dello status di deportati, non risulta ai fatti che i sovietici prima, gli ucraini poi, abbiano considerato le migliaia di italiani deportati come proprie vittime, che hanno subito lo sterminio: questo proverebbe che per i sovietici i nostri sono sempre stati considerati stranieri immigrati, da punire per supposta “intelligenza” con il nemico, i tedeschi, con cui l’Italia era alleata.

Signor Presidente, la situazione politico-diplomatica tra l’Italia e l’Ucraina, regolarizzata,  ora consentirebbe di riprendere la questione irrisolta, di afferrare il filo della storia e compiere i passi necessari nei confronti delle Autorità Russe e Ucraine al fine di addivenire ad una soluzione che chiuda la ferita di questa pagina dolorosa. A questo riguardo il Suo ruolo di rappresentante della comunità italiana, quale Capo dello Stato, è di grandissima importanza.

Fatte salve le determinazioni che autonomamente vorrà adottare sulla vicenda il Parlamento Italiano in relazione alla volontà di concedere, con l’approvazione di una norma specifica, la cittadinanza ai deportati italiani, soprattutto pugliesi, di Crimea e ai loro discendenti.

Ringraziandola per il suo interessamento e per quanto potrà ancora fare, Le inviamo cari e ossequiosi saluti.

Associazione Regionale Pugliesi di Milano

1 commento

  1. Emanuele Piloni scrive:

    Ho da poco scoperto e studiato a fondo la questione degli italiani di Crimea che subirono le purghe staliniane e la deportazione del 29 gennaio 1942. Sono rimasto davvero molto deluso nel notare come le alte cariche dello Stato nel corso del tempo non abbiano mai fatto nulla di rilevante per questi nostri fratelli. Io sono discendente di esuli istriani, e capisco meglio di altri il disagio di trovarsi e vivere in una situazione di oblio e indifferenza. Per questo volevo rendervi noto che io, uno dei fondatori del Movimento Irredentista Italiano (ossia quattro ragazzi che per passione studiano e diffonodo le storie dei territori irredenti), scriverò un articolo sugli italiani di Crimea nel prossimo numero de “La Voce Irredentista” (giornale online del nostro piccolo Movimento). La Voce può essere trovata nel nostro sito a questo indirizzo: http://movimentoirredentistaitaliano.wordpress.com/category/la-voce-irredentista/ . Ci farebbe davvero piacere poter interagire con voi e dare più spazio a questa parte di storia dimenticata, che verrà pubblicata nel numero de La Voce Irredentista dedicato al Giorno del Ricordo dei martiri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Una ricorrenza questa, che secondo me ha molte affinità con quella degli italiani di Crimea, con i quali condividono l’orrore subito, la deportazione, ma soprattutto l’OBLIO nel quale sono stati gettati e mai più ripescati nel corso di decenni. Spero di risentirvi presto e grazie per il lavoro che svolgete, e che non mancherò di citare anche nel mio articolo. Un saluto e a presto. Emanuele Piloni

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