Il Nazi-fondamentalista….amico di Isralele

Senza categoria — By on 29 luglio 2011 16:44

Del norvegese che ha fatto una strage ne sono state dette di tutti i colori. Come sempre accade quando succede un fattaccio, le grandi corazzate dell’informazione di casa nostra riempiono pagine e pagine cercando di sopperire alla mancanza di notizie verificate con quello che un tempo si chiamava “colore”, cioè annotazioni di contorno che corredavano il pezzo forte, l’articolo di prima pagina. Ci mancava poco che non fossero tirati in ballo “sospetti legami con la mafia” e/o “strani rapporti con un imprenditore televisivo”. La lettura dei quotidiani da venerdì in poi dà un quadro desolante dello stato dell’informazione. Colonne di terrorismo islamico, di fanatismo neonazista, di fondamentalismo cristiano, di massoneria… in un minestrone con mille ingredienti mescolati senza criterio. A dirla tutta, non c’è soltanto la necessità di confezionare pagine e pagine. C’è anche una convinzione ideologica che s’è diffusa dal 1996, da quando cioè cominciò a circolare il libro di un politologo americano, Samuel Phillips Huntington, intitolato “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”. La tesi dello “scontro di civiltà” è diventata un grosso corpo contundente, che però non è stato ancora possibile trasformare in un’arma seria. Ogni volta che Washington (ovviamente il toponimo va allargato a Wall Street, al Pentagono, a Tel Aviv…) ha provato a lanciare una crociata contro l’Islam in difesa dell’Occidente, la Chiesa di Roma (Karol Wojtyla prima e Joseph Ratzinger dopo) ha negato che fosse in atto uno “scontro di civiltà”. Senza un Pontefice che accusi l’Islam di terrorizzare il mondo al fine di islamizzarlo è difficile pure per le teste d’uovo di Washington (allargata…) mettere in piedi una crociata alla quale poter arruolare l’Occidente, Giappone incluso. Si son dovuti accontentare di una strategia di antiterrorismo globale. Come questo influisca sugli opinionisti, commentatori ed esperti distribuiti fra le più “autorevoli” testate nazionali lo si è visto anche per la strage norvegese. Dietro il folle sparatore c’era nientedimeno che al-Qaida, la centrale terroristica del fondamentalismo islamico. Come mai in Norvegia? Perché lì c’è una organizzata e nutrita colonia di immigrati musulmani. Nella capitale, Oslo, su mezzo milione di abitanti si contano circa quarantamila muslim e per loro i minareti chiamano ogni giorno alla preghiera e lanciano l’invocazione “Allah akbar”, Dio è grande. Essendo fedeli debbono per forza fare la guerra agli infedeli e se pensiamo che proprio a Oslo la federazione degli atei aveva chiesto di poter diffondere dai tetti il messaggio “Dio non esiste”, si capisce come i muslim fossero arrabbiati. Pagine e pagine sugli insediamenti in Norvegia di immigrati provenienti da Paesi “pericolosi” quali il Pakistan e l’Iraq. Pagine su pagine della “nuova” strategia del terrorismo made in al-Qaida. E giù stampando. D’un tratto, il contrordine. Qui il vecchio cronista ricorda una famosa vignetta del “Candido” di Guareschi che raffigurava una schiera di comunisti armati di coltello e a pantaloni calati. Sul disegno campeggiava un urlo: “Contrordine compagni, dovete scaglionarvi lungo il fiume…”. Il contrordine stavolta ha sorpreso “il Giornale” di Sallusti: ha dovuto cambiare la prima pagina che accusava al-Qaeda con una prima pagina intitolata alla “pista politica” della strage. In alcune zone del Paese gli italiani hanno letto che l’autore era il terrorismo islamico ed in altre che si indagava su una pista politica. Roba da ridere, se non facesse piangere per come stiamo combinati. Eliminato il fondamentalismo islamico, su quale conosciuta e ben collaudata spiaggia approdare? Un documento diffuso sul web dal trentaduenne Anders Behring Breivik, dall’omicida cioè, fotografa una “educazione” politica vagante tra la massoneria, il fondamentalismo cristiano, il neonazismo e non si sa bene che altro. Sono 1.500 pagine intitolate “2083 – Una dichiarazione d’indipendenza europea” che, secondo l’autore, comporrebbero il “manuale per i futuri adepti di un nuovo Ordine dei Templari che dovrà opporsi alla jihad islamica”. Ciò che traspare, sottolinea il sociologo Massimo Introvigne, è “l’entusiasmo per gli ebrei che – secondo una vecchia teoria ottocentesca – sarebbero etnicamente affini ai popoli del Nord Europa”. In quel documento-testamento si cita anche l’Italia dove ci sarebbero “60mila patrioti pronti alla battaglia” e dove ci sono molte raffinerie di petrolio facili da colpire (il Corsera ripesca, indovinate un po’, il sabotaggio del 1972 alla raffineria di Trieste…) e il ministro degli Esteri, Franco Frattini, batte per l’ennesima volta Catalano, il trombettista di “Quelli della notte”. Ha auspicato, l’attuale inquilino della Farnesina, che le idee di Breivik siano “estirpate non solo arrestando questo assassino ma anche tutti i suoi seguaci”. E’ un “obbedisci al forcaiolo che è in te”, onde per Frattini andrebbero arrestati tutti i seguaci del Ku Klux Klan che, invece, gli americani lasciano in pace finché non commettono un reato, perché da quelle parti la libertà d’opinione è una cosa seria. E, a proposito di cose serie, l’attentatore rischia il massimo della pena che in Norvegia è di 21 anni di carcere. Come mai? Perché in un Paese civile la galera è strumento rieducativo e si presuppone che dopo tanti anni dietro le sbarre una persona cambi. Il portavoce della polizia norvegese, Henning Holtaas, ha spiegato che se dopo 21 anni il criminale è rimasto pericoloso la pena potrà essere allungata. Se il detenuto non è rieducato e pronto a tornare alla vita civile, le porte del carcere restano chiuse. Che ne pensano i manettari nostrani? E quelli che invocano la pena di morte? Torniamo alla “dichiarazione” di Breivik per annotare che era stata postata su internet il 23 luglio da un membro (tale Kevin Slaughter) della Chiesa di Satana operante in California ma che ha il massimo numero di fedeli nei Paesi scandinavi. Introvigne, però, punta il microscopio su un altro elemento e scrive: “Mi colpisce la fotografia di Breivik che lo rappresenta con tanto di grembiulino massonico come un membro di una loggia di San Giovanni, cioè di una delle logge che amministrano i primi tre gradi nell’Ordine Norvegese dei Massoni, la massoneria regolare della Norvegia”. Il sociologo riporta anche che “secondo la stampa norvegese Breivik farebbe parte della Sǿilene, una delle logge che praticano il cosiddetto rito svedese, che richiede ai membri la fede cristiana”. Tuttavia è il collegamento al nazismo quello che mette d’accordo tutti e fa disegnare lo stesso identikit da Oslo a Londra, da Mosca a Pechino. I più “dotti” usano il composto “nazifondamentalista cristiano”, ma più di questo non si può fare senza finire nel ridicolo. Restano fuori la massoneria e la simpatia per gli ebrei, ma tant’è. C’è un’inezia: Breivik nel suo scritto mette sullo stesso piano marxismo, islamismo e nazismo. C’è anche il piccolo particolare che i giovani presi di mira da Breivik stessero manifestando a favore dei Palestinesi, ma poco importa. Gli esperti scrivono lunghissimi articoli su quanto nazista fosse stata la Norvegia ai tempi di Quisling e come la “purezza razziale” delle norvegesi le avesse fatte scegliere da Himmler per accoppiarle con giovani ariani tedeschi e generare esseri razzialmente superiori. Sono annotazioni storiche che c’entrano poco con Breivik, ma lo spettro nazista spazza via qualunque residuo di raziocinio. La prova regina è che l’omicida fin dal 2009 risulta registrato su “Nordisk”, un forum tenuto sul web da nazionalisti svedesi. Viviamo tempi di grande confusione, con ex marxisti che sono più liberalizzatori di ex liberali, con nazioni liberiste che nazionalizzano le banche, con bombardamenti umanitari e missioni di pace affollate di morti, con magistrati che contestano le leggi invece di applicarle, con studenti che si autodefiniscono giovani laureati a 30 anni e passa, con Israele che occupa impunemente le terre palestinesi e l’Ue che si occupa delle dimensioni delle carote, con la Cina che sfrutta i lavoratori all’insegna della via comunista cinese al capitalismo… è un elenco lunghissimo nel quale può lecitamente trovare posto un neonazista simpatizzante di Israele, un razzista himmleriano amico degli ebrei, un massone cristiano nemico degli arabi. Non c’è limite. Gli schemi inventati a metà dello scorso secolo sono duri a morire. Invano la realtà si incarica di smentirli quotidianamente. E’ così facile servirsi di schemi, invece di pensare! Che diamine, si troverà pure un intellettuale che a tanto al chilo saprà sfornare tonnellate di spiegazioni delle “apparenti” contraddizioni.

2 commenti

  1. Vasco scrive:

    da La Bussola Quotidiana, del I.VIII.MMXI:

    Breivik e i critici del multiculturalismo

    di Vito Punzi

    01-08-2011

    Il Corriere della Sera di venerdì scorso, tramite Paolo Lepri, ha riferito parte delle azzardate dichiarazioni rilasciate da Sigmar Gabriel, il presidente del partito socialdemocratico tedesco, la SPD, durante una sua visita in Austria, a proposito dell’azione criminale compiuta da Andres Behring Breivik. Nelle sue parole c’era un chiaro accostamento tra l’ampia società tedesca che nell’ultimo anno ha letto il libro di Thilo Sarrazin dedicato al fallimento delle politiche d’integrazione in Germania (un milione e trecentomila copie vendute) e le azioni criminali di folli che proprio grazie a quella società e alle riflessioni di personalità come Sarrazin si sentirebbero legittimati a compiere atti estremi.

    Peccato che Lepri non abbia riportato però quanto aggiunto da Gabriel il giorno successivo, cioè che nelle sue parole non vi era alcuna intenzione di stabilire una relazione tra le azioni violente di Oslo ed il suo compagno di partito. “Nessuno dei dibattiti svoltisi da noi o altrove”, ha precisato, “può essere preso a pretesto per azioni violente, del tipo di quelle accadute in Norvegia”. Oltre a non riportare la rettifica del presidente della SPD, Lepri, evidentemente ancor più convinto dello stesso Gabriel che esista, come lui stesso sottolinea, “una trama di contatti tra le organizzazioni che operano alla luce del sole e i fanatici che agiscono nell’ombra”, mette in relazione i cittadini aderenti al movimento “Pro Köln” con Breivik solo perché questi inviò loro tempo fa il suo “manifesto” e qualcuno fece l’azzardo di valutarlo positivamente. Colpisce la superficialità del corrispondente del Corriere, che definisce “Pro Köln” “anti-islamico”.

    È bene ricordare allora che la battaglia, alla fine persa, attorno alla quale è nato quel movimento voleva impedire la costruzione della grande moschea di Colonia. “La grande moschea è una dichiarazione di guerra da parte di chi è nemico dell’integrazione”, tuonò a suo tempo Necla Kelek, la sociologa turco-tedesca che si batte da anni a difesa delle donne musulmane e collaboratrice della Frankfurter Allgemeine Zeitung, “dunque non c’entra nulla con la libertà religiosa: è un’espressione politica dell’islam turco”. Promotrice e futura proprietaria della grande moschea è infatti la Ditib (Unione Turco-Islamica per la Promozione della Religione), una realtà finanziata direttamente dal governo di Ankara (sarebbe da chiedersi come mai il Corriere anche su questo dato, in un articolo del 9 agosto 2008, preferì tacere…).
    “Il progetto richiama espressamente l’ex-Basilica di Santa Sofia di Istanbul”, aggiungeva la Kelek. “a suo tempo occupata e trasformata in moschea dagli Osmani. Proporre quel modello significa dire: ecco, siamo arrivati fin qui.” Nulla di xenofobo dunque, nelle parole della Kelek, come pure negli argomenti di “Pro Köln”, che a quelle s’ispirava e s’ispira, piuttosto una valutazione di fatti che, per la natura stessa dell’islam, sono soprattutto politici, prima che religiosi.

    Tornando a Sarrazin e alle sue idee, sarà utile ricordare quello che è successo un paio di settimane fa, quando, ad un anno dalla pubblicazione del suo libro La Germania distrugge se stessa (tanto discusso dai tedeschi e tuttavia pregiudizialmente non letto da Angela Merkel) il canale televisivo pubblico ZDF aveva deciso di girare un documentario sull’ex ministro delle finanze del Land di Berlino proprio per le vie di Kreuzberg, il quartiere della capitale a stragrande maggioranza turca. Accompagnato dalla giornalista Güner Balci, anch’essa turco-tedesca come la Kelek e assai critica verso i suoi connazionali che vivono in Germania, Sarrazin non si è sottratto ai duri confronti avuti al cosiddetto “mercato dei turchi”, al ristorante “Hasir e presso la sede della comunità alevitica e il 17 luglio ha pubblicato un breve resoconto su “Welt” (ignorato dal Corriere) a conferma di quanto documentato dalla ZDF: “nei mesi passati”, ha scritto tra l’altro, “non avevo avuto la sensazione di subire per strada espressioni di inimicizia, ma questa volta, davanti alle telecamere è stato diverso”.

    “Razzista”, “Nazista, vattene”, queste le grida lanciate da più parti per le vie di Kreuzberg a lui destinate. Una volta entrato da “Hasir”, dove era previsto un incontro con il proprietario Ahmet Aygün, la cui famiglia possiede cinque ristoranti e un hotel quattro stelle, una donna grida da fuori: “Come residente di questo quartiere non verrò più a mangiare in questo locale, perché dopo la visita di Sarrazin, con le sue tesi, rimarrà appestato”. Dopo poco arriva il manager del ristorante: “Noi turchi siamo molto ospitali, ma credo di non poterLa servire”. L’ex banchiere e la Balci sono stati costretti a lasciare il ristorante tra le invettive dei passanti e chiedendosi come mai il manager non avesse chiamato la polizia: “Proprio questo è il problema”, commenta Sarrazin, “una volta sotto pressione quell’uomo d’affari di successo turco-tedesco ha scelto di essere leale con i provocatori del suo gruppo etnico, piuttosto che con l’ospite tedesco”.

    La giornata per le vie di Kreuzberg non è proseguita meglio, visto che il consiglio della comunità alevitica si è rifiutato di incontrare Sarrazin. “Un benemerito ex senatore di Berlino che di null’altro può essere accusato se non di aver scritto un libro con cifre sgradite e relative analisi”, queste le amare parole conclusive nel suo articolo per Welt, “è stato costretto a subire mobbing e ad andarsene da quel quartiere di Berlino che dovrebbe rappresentare la punta di diamante dell’integrazione in Germania. Guai a noi se, come molti sperano, le condizioni di Kreuzberg rappresentano l’officina della Germania futura”.

    Tutto questo accadeva a Berlino alcuni giorni prima dei massacri di Oslo e di Utroya. Qualcuno può davvero credere che a Sarrazin possa essere attribuita una qualche responsabilità per i crimini di Breivik?

  2. Vasco scrive:

    Breivik e i critici del multiculturalismo

    di Vito Punzi

    01-08-2011

    Il Corriere della Sera di venerdì scorso, tramite Paolo Lepri, ha riferito parte delle azzardate dichiarazioni rilasciate da Sigmar Gabriel, il presidente del partito socialdemocratico tedesco, la SPD, durante una sua visita in Austria, a proposito dell’azione criminale compiuta da Andres Behring Breivik. Nelle sue parole c’era un chiaro accostamento tra l’ampia società tedesca che nell’ultimo anno ha letto il libro di Thilo Sarrazin dedicato al fallimento delle politiche d’integrazione in Germania (un milione e trecentomila copie vendute) e le azioni criminali di folli che proprio grazie a quella società e alle riflessioni di personalità come Sarrazin si sentirebbero legittimati a compiere atti estremi.

    Peccato che Lepri non abbia riportato però quanto aggiunto da Gabriel il giorno successivo, cioè che nelle sue parole non vi era alcuna intenzione di stabilire una relazione tra le azioni violente di Oslo ed il suo compagno di partito. “Nessuno dei dibattiti svoltisi da noi o altrove”, ha precisato, “può essere preso a pretesto per azioni violente, del tipo di quelle accadute in Norvegia”. Oltre a non riportare la rettifica del presidente della SPD, Lepri, evidentemente ancor più convinto dello stesso Gabriel che esista, come lui stesso sottolinea, “una trama di contatti tra le organizzazioni che operano alla luce del sole e i fanatici che agiscono nell’ombra”, mette in relazione i cittadini aderenti al movimento “Pro Köln” con Breivik solo perché questi inviò loro tempo fa il suo “manifesto” e qualcuno fece l’azzardo di valutarlo positivamente. Colpisce la superficialità del corrispondente del Corriere, che definisce “Pro Köln” “anti-islamico”.

    È bene ricordare allora che la battaglia, alla fine persa, attorno alla quale è nato quel movimento voleva impedire la costruzione della grande moschea di Colonia. “La grande moschea è una dichiarazione di guerra da parte di chi è nemico dell’integrazione”, tuonò a suo tempo Necla Kelek, la sociologa turco-tedesca che si batte da anni a difesa delle donne musulmane e collaboratrice della Frankfurter Allgemeine Zeitung, “dunque non c’entra nulla con la libertà religiosa: è un’espressione politica dell’islam turco”. Promotrice e futura proprietaria della grande moschea è infatti la Ditib (Unione Turco-Islamica per la Promozione della Religione), una realtà finanziata direttamente dal governo di Ankara (sarebbe da chiedersi come mai il Corriere anche su questo dato, in un articolo del 9 agosto 2008, preferì tacere…).
    “Il progetto richiama espressamente l’ex-Basilica di Santa Sofia di Istanbul”, aggiungeva la Kelek. “a suo tempo occupata e trasformata in moschea dagli Osmani. Proporre quel modello significa dire: ecco, siamo arrivati fin qui.” Nulla di xenofobo dunque, nelle parole della Kelek, come pure negli argomenti di “Pro Köln”, che a quelle s’ispirava e s’ispira, piuttosto una valutazione di fatti che, per la natura stessa dell’islam, sono soprattutto politici, prima che religiosi.

    Tornando a Sarrazin e alle sue idee, sarà utile ricordare quello che è successo un paio di settimane fa, quando, ad un anno dalla pubblicazione del suo libro La Germania distrugge se stessa (tanto discusso dai tedeschi e tuttavia pregiudizialmente non letto da Angela Merkel) il canale televisivo pubblico ZDF aveva deciso di girare un documentario sull’ex ministro delle finanze del Land di Berlino proprio per le vie di Kreuzberg, il quartiere della capitale a stragrande maggioranza turca. Accompagnato dalla giornalista Güner Balci, anch’essa turco-tedesca come la Kelek e assai critica verso i suoi connazionali che vivono in Germania, Sarrazin non si è sottratto ai duri confronti avuti al cosiddetto “mercato dei turchi”, al ristorante “Hasir e presso la sede della comunità alevitica e il 17 luglio ha pubblicato un breve resoconto su “Welt” (ignorato dal Corriere) a conferma di quanto documentato dalla ZDF: “nei mesi passati”, ha scritto tra l’altro, “non avevo avuto la sensazione di subire per strada espressioni di inimicizia, ma questa volta, davanti alle telecamere è stato diverso”.

    “Razzista”, “Nazista, vattene”, queste le grida lanciate da più parti per le vie di Kreuzberg a lui destinate. Una volta entrato da “Hasir”, dove era previsto un incontro con il proprietario Ahmet Aygün, la cui famiglia possiede cinque ristoranti e un hotel quattro stelle, una donna grida da fuori: “Come residente di questo quartiere non verrò più a mangiare in questo locale, perché dopo la visita di Sarrazin, con le sue tesi, rimarrà appestato”. Dopo poco arriva il manager del ristorante: “Noi turchi siamo molto ospitali, ma credo di non poterLa servire”. L’ex banchiere e la Balci sono stati costretti a lasciare il ristorante tra le invettive dei passanti e chiedendosi come mai il manager non avesse chiamato la polizia: “Proprio questo è il problema”, commenta Sarrazin, “una volta sotto pressione quell’uomo d’affari di successo turco-tedesco ha scelto di essere leale con i provocatori del suo gruppo etnico, piuttosto che con l’ospite tedesco”.

    La giornata per le vie di Kreuzberg non è proseguita meglio, visto che il consiglio della comunità alevitica si è rifiutato di incontrare Sarrazin. “Un benemerito ex senatore di Berlino che di null’altro può essere accusato se non di aver scritto un libro con cifre sgradite e relative analisi”, queste le amare parole conclusive nel suo articolo per Welt, “è stato costretto a subire mobbing e ad andarsene da quel quartiere di Berlino che dovrebbe rappresentare la punta di diamante dell’integrazione in Germania. Guai a noi se, come molti sperano, le condizioni di Kreuzberg rappresentano l’officina della Germania futura”.

    Tutto questo accadeva a Berlino alcuni giorni prima dei massacri di Oslo e di Utroya. Qualcuno può davvero credere che a Sarrazin possa essere attribuita una qualche responsabilità per i crimini di Breivik?

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