La casta dei sindacalisti

Senza categoria — By on 6 settembre 2011 13:10

Le tre grandi sigle Cgil, Cisl e Uil operano in regime di oligopolio nel business Non vogliono fare sacrifici e incrociano persino le braccia contro la manovra. Nel 2011 il ministero ha stanziato 287,5 milioni a favore dei patronati. Alla rivoluzione. il sindacato dei metalmeccanici si mette in luce per le posizioni oltranziste nella contrattazione, come è avvenuto sulla vicenda Fiat. E la Cgil teme sempre di essere scavalcata a sinistra.

Con leggi e leggine si sono rita gliati privilegi su privilegi. Una norma qui, un articolo là e tutto s’incastra al punto giusto. I sinda cati dovrebbero tutelare i lavora tori, ma in realtà sono, come ha in titolato un suo libro il giornalista dell’ Espresso Stefano Livadiotti, l’altra casta. Una nomenklatura che spesso si sovrappone e si con fonde con quell a ospitata sui ban chi di Palazzo Madama e Monteci torio. Nella scorsa legislatura 53 deputati e 27 senatori, per un tota le di 80 parlamentari, provenivano dalla Triplice. Secondo Livadiotti costituiscono il terzo gruppo par lamentare, insomma formano una lobby agguerrita quanto se non più di quella degli avvocati. E nel tempo hanno strutturato un si stema di potere studiato fin nei dettagli.Non che non abbiano me riti storici impo rtantissimi nell’af­francamento di milioni di italiani, ma col tempo i sindacati hanno cambiato pelle. E anima. Basti dire che i rappresentanti dei lavoratori hanno un patrimo nio immobiliare immenso, ma non pagano un euro di Ici. Si fa un gran parlare di questi tempi delle sanzioni di cui gode la Chiesa cat tolica ma i sindacati non versano un centesimo. Altro che santa eva sione. Il lucchetto è stato fabbrica to col decreto legislativo numero 504 del 30 dicembre 1992, in pie no governo Amato. Con quella tro vata, i beni sono stati messi in sicu rezza: lo Stato non può chiedere un centesimo. Peccato, perché non si tratterebbe di spiccioli. Per capirci la Cgil dice di avere 3mila sedi in giro per l’Italia. È una sorta di autocertificazione perché, al­tra prerogativa ad personam , i sin dacati non sono tenuti a presenta re i loro bilanci consolidati. Sfug gono ad un’accurata radiografia e non offrono trasparenza, una mer ce che invece richiedono punti gliosamente agli imprenditori. Dunque, la Cgil dispone di un al bero con 3mila foglie ma la Cisl fa anche meglio: 5mila sedi. Uno sproposito. E la Uil, per quel che se ne sa, ha concentrato le sue pro prietà nella pancia di una spa, la Labour Uil, che possiede immobi li per 35 milioni di euro. Lo Stato che passa al pettine le ricchezze dei contribuenti non osa avvici narsi a questi beni. Il motivo? La legge equipara i sindacati, e in ve rità pure i partiti, alle Onlus, le or ganizzazioni non lucrative di utili tà sociale. Dunque la Triplice sta sullo stesso piano degli enti che raccolgono fondi contro questa o quella malattia e s’impegnano per qualche nobile causa sociale. Insomma, niente tasse e map pe s fuocate perché in questa mate ria gli obblighi non esistono. E pe rò lo Stato ha alzato un altro ponte levatoio collegando il passato al presente con un balzo vertigino so. Risultato: le principali sigle hanno ereditato le sedi dei sinda cati di epoca fascista. Gli immobi li del Ventennio sono stati asse gnati a Cgil, Cisl Uil, Cisnal (l’at tuale Ugl) e Cida (Confederazio ne dei dirigenti d’azienda). Senza tasse, va da sé, come indica un’al tra norma: la 902 del 1977. Leggi e leggine. Così un testo ad hoc , questa volta del 1991, permet te alle associazioni riconosciute dal Cnel di poter creare i centri di assistenza fiscale. I mitici Caf. Qui i lavoratori ricevono assistenza prima di compilare la dichiarazio ne dei redditi. Attenzione: la con sulenza è gratuita perché, ancora una volta, è lo Stato a metterci la faccia e ad allungare la mano. Per ogni pratica compilata lo Stato versa un compenso. È un busi ness che vale (secondo dati del 2007) 330 milioni di euro. Soldi e un trattamento di lusso. Altro capitolo, altro scivolo, altro privilegio: quello dei patronati. Ogni sindacato ha il suo. Il moti vo? Tutelare i cittadini nel rappor to con gli enti previdenziali. Co me i Caf, ma sul versante pensio nati. Questa volta la legge è la 152 del 2001. Lo Stato assegna ai patro nati lo 0,226 dei contributi obbli gatori incassati dall’Inps, dal l’Inpdap e dall’Inail. Altri trecen to e passa milioni che servono per far cassa. E per tenere in piedi la baracca. Le stime, in assenza di bi lanci, sono approssimative ma i sindacati mantengono un appara to di prima grandezza e hanno cir ca 20mila dipendenti. Sono i nu meri di una multinazionale che però si comporta come un’azien dina con meno di 15 dipendenti. Altrove, vedi lo Statuto dei lavo ratori, le tute blu sono tutelate tan t’è che Berlusconi a suo tempo aveva provato, invano, ad aprire una breccia proponendo la can cellazione dell’articolo 18. Ma dal le parti della Triplice valgono al tre regole, diciamo così, più libe ral o, se si vuole, meno restrittive. Un’altra leggina, questa volta del 1990, offre a Cgil, Cisl, Uil la possi bilità di mandare a casa i dipen denti senza tante questioni. In somma, è la libertà di licenzia mento. Una bestemmia per gene razioni di «difensori» degli ope rai, dei contadini e degli impiega ti. Ma non nel sancta sanctorum dei diritti. Due pesi e due misure. Come sempre. O almeno spesso. Per non smarrire le ragioni degli ultimi si sono trasformati nei pri mi. Creando appunto un’altra ca sta. Ora, la Cgil di Susanna Camus so proclama lo sciopero generale per il 6 settembre e chiama a rac colta milioni di uomini e donne. Un appello, legittimo, ci manche rebbe. Ma per una volta i sindaca ti farebbero bene a guardarsi allo specchio. Forse, qualcuno non si riconoscerebbe più.

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