Le ‘invisibili’ del Corno d’Africa

Senza categoria — By on 2 settembre 2011 13:28

Etiopia, Gibuti, Somalia ed Eritrea. Sono i quattro paesi che compongono il Corno d’Africa, quella parte che tende verso l’Asia come fosse il corno di un rinoceronte. Quest’anno la zona in questione è soggetta ad una delle peggiori siccità degli ultimi decenni: la pioggia che in genere tra aprile a giungo rende un pò più fertili queste regioni aride, è caduta in una percentuale valutata in meno della metà.

Si calcola che dieci milioni di persone stiano in questo momento, vivendo la più grande emergenza sanitaria del mondo. Eppure una ricerca del Dipartimento per lo sviluppo internazionale del Regno Unito ha evidenziato che sete e fame non sono al primo posto tra le paure delle donne del campo profughi di Dabaab in Kenya dove affluiscono mille persone al giorno.

Le paure principali delle donne sono la violenza ed i rapimenti di cui sono vittime ogni giorno.Ogni donna che cammina da sola nel campo profughi e nei dintorni può essere fatta oggetto di atti di violenza che sempre finiscono con uno stupro collettivo. Negli ultimi sei mesi sono stati denunciati 358 episodi del genere, ma il numero è certamente più alto perchè la stragrande maggioranza delle donne stuprate e rapite non parla. “Meglio essere vive e non dirlo a nessuno”  ha commentato una di queste. Perché anche lì vige ancora fortissimo il complesso della vergogna, della paura di essere escluse dalla società, dal matrimonio. Gli uomini violentano in maggioranza le ragazzine al di sotto dei 15 anni perché è a quell’età che una su sette di loro viene data in sposa. La violenza diventa quindi una colpa della donna che viene rifiutata dal resto della tribù, dalla famiglia, dalla comunità.

E questo porta le donne violentate o rapite dalle bande armate di criminali a non esistere, ad essere invisibili, a non essere censite : perché spariscono nel nulla magari vendute sui mercati della prostituzione o della pedofilia internazionale, o perché appunto scelgono il silenzio.Una condizione infamante per chi ne è responsabile ed umiliante per chi ne è vittima, che accomuna (ma non c’è affatto il mezzo gaudio sia chiaro) le donne africane di questa zona alle donne dell’occidente dove ancora è dura a morire una certa visione bacchettona e cattolica dello stupro, per cui è meglio tacere.

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