Napolitano, funzionario BCE

pensieri — By on 4 novembre 2011 17:31

E’ l’ora delle decisioni irrevocabili. Pardon, impopolari. L’imperativo categorico è uno solo e valido per tutti: abbattere il debito pubblico e varare riforme strutturali per la crescita economica.

Così ha parlato dal balcone presidenziale alla folla oceanica dei media asserviti non il Cavalier Silvio Berlusconi, capo del governicchio e ducetto del fascismo televisivo, ma l’ex comunista Giorgio Napolitano, il Presidente della Repubblica che compensa la dabbenaggine berlusconiana con un fanatismo filo-Europa da far impallidire un Ciampi, il suo predecessore più bruxellianamente oltranzista.

L’altro ieri [26 ottobre], parlando all’inaugurazione del College d’Europe in Belgio, il Capo dello Stato ha dato l’ultimatum ai partiti: «Nessuna forza politica può continuare a governare o può candidarsi a governare senza mostrarsi consapevole delle decisioni, anche impopolari, da prendere ora». Quali decisioni? Ma quelle richieste, anzi ordinate con apposito diktat, dalla Banca Centrale di Francoforte: tagliare, liberalizzare, spianare la strada ai profitti e far pagare il conto alla massa di schiavi che lavorano e si svenano di tasse.

Fin qui, nulla di nuovo. Se non fosse che questa volta Napolitano ha voluto fare il punto e stendere un vero e proprio memorandum per chiarire il senso del dissanguamento che si sta preparando. «La classe politica italiana non si è resa conto che, approvando il Trattato di Maastricht, si è posta nelle condizioni di aver già accettato un cambiamento di una vastità tale che difficilmente essa vi sarebbe passata indenne». Bisogna dargli atto che re Giorgio ha almeno il pregio dell’onestà, per quanto offensiva. La lezione che non entra in testa a quegli asini che si azzuffano in parlamento, dice col ditino alzato Napolitano, è che l’Italia non è più sovrana da quel fatidico 1992 in cui fu firmato l’atto di fondazione dell’Europa delle banche. Asini doppiamente, perché non hanno capito che approvandolo decretavano la propria fine, la morte della politica che si tramutava definitivamente nello sportello pubblico delle speculazioni bancarie.

Nel discorso di Napolitano non poteva allora mancare il già sentito ammonimento di sapore autoritario: «Non c’era alternativa all’Unione monetaria, e non ce n’è oggi alcuna alla prosecuzione del cammino dell’euro». Capito, euro-delusi di ogni sorta? Non si torna indietro, il diritto divino dell’eurocrazia è sacro e inviolabile, e che nessuno si azzardi a metterlo in dubbio. Il dominio intoccabile della moneta come il regno dei sovrani assoluti dell’ancien regime: e poi parlano di modernità.

Infine, per non farsi mancare proprio niente in questa stentorea difesa della dittatura europea, il presidente dell’Italietta sodomizzata e vigliacca (vedi Libia) si toglie pure lo sfizio di rivendicare la propria patente e ripetuta violazione della Carta costituzionale. Sentiamo: «Da 60 anni abbiamo scelto, secondo l’articolo 11 della Costituzione e traendone grandissimi benefici, di accettare limitazioni alla nostra sovranità, in condizioni di parità con gli altri Stati: e lo abbiamo fatto per costruire un’Europa unita, delegando le istituzioni della Comunità e quindi dell’Unione a parlare a nome dei governi e dei popoli europei». Ora, è vero che secondo l’articolo 1 la sovranità appartiene al popolo “che la esercita nelle forme e nei limiti” del dettato costituzionale, cioè tramite il parlamento; ma questa seconda parte non può giungere fino a capovolgere e svuotare completamente la prima. E’ il popolo italiano, in ultima istanza, a dover decidere del proprio destino. Adesso, invece, la sede ultima delle scelte finali è trasferita a Francoforte e a Bruxelles, capitali di facciata del potere senza patria della finanza internazionale. Se poi chi dovrebbe impersonificare l’indipendenza è il primo che garantisce la sua distruzione, inutile star qui a cianciare di Costituzione, legalità e simili formalismi per i pochi fissati, come noi, che pretenderebbero quanto meno il rispetto delle forme: al Quirinale c’è il più fedele alleato dell’occupante straniero, e il resto viene di conseguenza.

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