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I KAREN PRONTI ALLA BATTAGLIA
Ore decisive per la Birmania. Quello che avverrà
poi, lo vedremo in seguito.
di
Franco Nerozzi
Ore decisive per la Birmania. Quello che avverrà
poi, lo vedremo in seguito
Il
mondo si accorge che esiste la Birmania. Uno dei
meriti della protesta sacrosanta dei monaci
della capitale e delle principali città del
Myanmar è innanzitutto questo. L’attenzione del
mondo si concentra su questo angolo del sud est
asiatico, scosso dalla più imponente
manifestazione degli ultimi venti anni. E per
tutti gli attori, diventa così più difficile
agire senza dare nell’occhio, senza scatenare
reazioni nelle coscienze delle “pubbliche
opinioni” delle nazioni democratiche.
Fare pronostici su chi vincerà questo pericoloso
braccio di ferro (i rigorosi monaci interpreti
dell’esasperazione di un intero popolo o i
paranoici gerontocrati in stellette rinchiusi
nella finta capitale Naypidaw) è difficile.
C’è chi sostiene che vinceranno i generali,
soffocando la rivolta nel sangue, nella
repressione di cui sono maestri, o semplicemente
facendo valere il peso delle minacce nei
confronti di gente che conosce la brutalità e la
capillare efficienza della macchina poliziesca
del regime. C’è chi è invece certo della
vittoria dei manifestanti, forti appunto di una
solidarietà ideale del resto del mondo e dello
spettro di nuove sanzioni economiche prospettate
dall’Occidente al regime.
“Popoli” guarda con attenzione all’evolversi
della situazione. E’ normale che chi si occupa
da qualche anno di portare aiuti umanitari ad
una etnia perseguitata dalla giunta militare
speri che l’aggressore venga indebolito, messo
in crisi, ridimensionato dalla dissidenza
interna. A “Popoli” interessa innanzitutto la
sicurezza e la libertà per i Karen, che in
questo momento sono ancora negate dai generali
birmani.
Ma
siamo consci del fatto che questa sfida,
chiunque ne sia il vincitore, porterà
probabilmente nuovi drammi per le orgogliose
genti delle colline dell’est.
Personalmente, e forse troppo ottimisticamente,
ho la sensazione che il regime abbia il tempo
contato. Ci sono due motivi per cui mi lascio
andare a tale speranza (conscio però di poter
essere smentito nelle prossime ore da qualche
decisione forsennata dei vecchi di Naypidaw). Il
primo è l’atteggiamento dell’esercito in questa
fase della protesta. Straordinariamente pacato
negli interventi. Cinque, dieci morti, forse
venti e qualche centinaio di arresti dopo
diversi giorni di agitazioni sono un bilancio
incredibile, in un paese in cui quotidianamente
le forze armate investono i villaggi dell’est
incendiando, stuprando e uccidendo.
La
grande manifestazione del 1988, alla quale
parteciparono soprattutto studenti universitari
e lavoratori di Rangoon, venne stroncata
immediatamente dai fucili dei soldati: allora
non si sparò in aria per disperdere i
manifestanti. Si mirò alle teste dei birmani che
osavano chiedere maggiore libertà. Diverse
centinaia di vittime, c’è chi parla addirittura
di 3000 morti. L’ odierna cautela dell’esercito
potrebbe essere il prezzo pattuito per un
passaggio di potere che risulti indolore per i
vecchi generali.
L’altro elemento che mi fa sperare in un non
lontano cambiamento ai vertici dello stato è la
presa di posizione della Cina, principale e
indispensabile angelo custode della giunta
militare.
Pechino ha auspicato una ragionevole soluzione
della crisi, invitando di fatto il governo di
Rangoon ad evitare eccessive violenze. Non credo
che la raccomandazione sia scaturita dal
fastidio della leadership cinese per la vista
del sangue (chiedete ai tibetani o ai dissidenti
interni), quanto dalla considerazione che la
Birmania, rappresentando un buon partner
commerciale e un alleato strategico importante,
va resa “presentabile” agli occhi delle altre
potenze, USA in testa, con cui Pechino ha
interesse a dialogare. Non va scordato che le
Olimpiadi sono alle porte, e che l’ormai
capitalista Cina cura molto il “look”.
Il
business, credo, vincerà la sfida. India, Cina,
Tailandia, Singapore, Israele, più alcune
importanti multinazionali occidentali hanno
grandi interessi nel “paese delle mille pagode”.
Il
rischio di incontrare ostacoli di carattere
diplomatico, problemi di immagine e legali
(sanzioni) è forte, d’ora in avanti. Prima della
marcia dei monaci tutti facevano quel che
volevano, all’ombra del potente “Tatmadaw”,
l’esercito birmano.
La
Unocal (l’azienda californiana amica dei
Talebani durante la guerra che le milizie filo
pachistane, foraggiate dal Dipartimento di Stato
USA, conducevano contro il comandante Massoud) è
da molti anni socia dei generali birmani. Il
gasdotto di Yadana, costruito in partnership con
la Total, attraversa territori “ripuliti” dalla
presenza dei legittimi abitanti (Karen e altre
etnie) grazie a violente azioni dei soldati di
Rangoon.
Israele da circa venti anni vende armi e
“servizi” a esercito e sbirri birmani: si vede
che la solidarietà, tra massacratori di popoli
originari, è d’obbligo.
New Delhi sta riempiendo gli arsenali del
Myanmar in cambio del gas birmano, di cui la
frenetica economia indiana ha estremo bisogno.
Singapore ha stipato le sue banche di
narcodollari provenienti dalle tasche dei
trafficanti birmani e dei loro protettori in
divisa. E la Tailandia (fedele alleato degli
Stati Uniti) firma con Rangoon accordi milionari
per costruire dighe e impianti idroelettrici sui
fiumi che attraversano le terre dei Karen,
destinate ad essere sommerse dalle acque.
Non è escluso quindi che tutte le componenti
della ambigua economia birmana premano sul
governo perché questo inizi a considerare la
possibilità di un negoziato con le forze
democratiche. Per evitare danni alle loro
redditizie imprese. E per continuare, in regime
liberale, a rapinare le ricchezze del Myanmar,
questa volta con altri complici.
Infatti, i monaci stanno forse porgendo (più o
meno inconsciamente) su di un piatto d’argento
il Paese alle fameliche oligarchie britanniche,
statunitensi e apolidi. C’è un forte legame che
unisce la principale figura della dissidenza,
Aung San Suu Kyi, alla Gran Bretagna. I circoli
influenti, quelli della “esportazione della
democrazia” a tutti i costi, sono
particolarmente eccitati, in queste ore.
E
anche questo ci piace poco. Non ci pare infatti
che le democrazie occidentali siano istituzioni
particolarmente attente alle istanze
fondamentali dei popoli che desiderano vivere
preservando la propria specificità culturale.
Se
la piazza dovesse vincere, se il regime si
dichiarasse disponibile a trattare con
l’opposizione, se si preparasse un graduale
cambiamento degli assetti politici,
probabilmente nel giro di alcuni mesi verrebbe
disegnata una “road map” verso la democrazia.
Immaginiamo folle di “esperti” occidentali
indaffarati a ristrutturare il sistema
giudiziario, legislativo, economico del Paese.
Sarebbero molto probabilmente ex dipendenti
della Unocal e della Total, ex funzionari
dell’antidroga statunitense impiegati per molti
anni in Birmania in finte campagne di
distruzione dell’oppio. O magari vecchi
importatori svizzeri di rubini color “sangue di
piccione”.
Cosa succederebbe ai Karen in cerca di autonomia
? Verrebbero forse bloccati i progetti milionari
che violentano la loro terra ? Verrebbero forse
chiuse le fabbriche di eroina e di anfetamine
contro le quali si sono così coraggiosamente
battuti per tanti anni ? Verrebbe riconosciuto
loro il diritto di chiamarsi “nazione” ?
Temo che se dovessero continuare ad avanzare le
loro legittime rivendicazioni, rifiutandosi
magari di deporre le armi, da “combattenti della
libertà”, come vengono ora definiti poiché si
oppongono ad una dittatura, diventerebbero, per
il baraccone mediatico internazionale governato
dai soliti sovrani senza patria ne’ etica, dei
“signori della guerra”, ovvero elementi
terroristici che incomprensibilmente rifiutano
le allettanti promesse della democrazia.
Autodeterminazione, identità, tradizione: cosa
sono per i freddi burocrati del parlamentarismo
d’assalto ?
Ma
lasciamo la dimensione dei pronostici fantasiosi
e torniamo ad oggi.
I
Karen, dimostrando ancora una volta una indole
saggia e poco incline allo sciacallaggio, sono
fermi, nella giungla, in attesa dello sviluppo
della situazione. Agire subito con le armi
avrebbe significato provocare i generali,
costringere il regime ad una risposta violenta,
avrebbe esposto i manifestanti al rischio di un
bagno di sangue. Hanno invece fatto sapere che
sono pronti (l’ordine è già arrivato ai
comandanti operativi del KNLA), assieme alle
truppe di altri gruppi etnici, a scatenare una
grande offensiva contro il Tatmadaw in caso di
repressione violenta della protesta dei monaci,
nelle prossime ore.
Non resta, per il momento, che attendere. Da
parte nostra auspicando intanto la fine di una
casta di macellai, trafficanti di droga, avidi
affaristi senza scrupoli che ha affamato il suo
popolo. La democrazia non c’entra. Vi sono stati
nella storia regimi non democratici che hanno
goduto del reale consenso popolare. Che hanno
creato stati etici. Che hanno messo al primo
posto il bene della nazione. Che hanno sfidato e
combattuto le oligarchie criminali. Non è certo
il caso della giunta birmana. Ne’ delle nazioni
che in queste ore alla giunta stanno facendo la
ramanzina, fingendo di non vedere quanto in
fondo le assomiglino.
Quel che verrà poi, è un’altra pagina di storia.
Che “Popoli” spera verrà scritta dai Karen con
lo stesso rigore, la stessa onestà e chiarezza
di ideali che hanno accompagnato durante gli
ultimi sessant’anni la loro lotta per la
libertà.
Franco Nerozzi
settembre 2007 |