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Myanmar: la tragedia dei Karen
La
repressione delle proteste dei monaci. Il
rapporto tra regime birmano e culto buddista. Il
problema delle etnie. Il caso dei Karen. La
testimonianza di un reporter impegnato sul
fronte dei diritti civili.
di
Federico
Saracini
(da Limes - 28 settembre 2007)
E’
periodo di piogge nel sud-est asiatico. Grigie
masse nuvolose cariche d’acqua sovrastano i
cieli del Myanmar, scaricando il loro peso con
scrosci violenti. Questo lo scenario nel quale,
da un mese, i monaci buddisti marciano per le
strade di Yangoon – l’ex capitale del Paese. Ma
la pace dei cortei ormai è rotta. Gas
lacrimogeni e colpi di fucile si mischiano al
rombo dei tuoni. Il diluvio più preoccupante
adesso è quello delle pallottole dell’esercito
che colpiscono ad altezza uomo.
Sono stato da quelle parti proprio un anno fa.
Il contesto climatico era lo stesso, ma non
quello conflittuale. O almeno poteva non
sembrare tale, agli occhi di un estraneo. E
invece la rivolta covava sotto la cenere. Quella
coltre di cenere cosparsa con un colpo di Stato
militare nel marzo del 1962 e ispessita dalle
repressioni del 1988. Ma se allora fu una
manifestazione di civili a dare fuoco alle
micce, stavolta la presa di posizione dei monaci
lasciava intravedere una seppur flebile
speranza. C’era chi credeva possibile un non
intervento armato dell’SPDC – State Peace and
Development Council, la giunta militare al
governo retta in maniera quasi monarchica dal
Generale Than Shwe.
Essendo una dittatura fortemente legata al culto
buddista, in un modo che si avvicina quasi alla
scaramanzia, era possibile che mai si sarebbero
decisi ad usare la forza contro chi ha sempre
pregato anche per i militari. Così non è stato e
il risultato lo vediamo quotidianamente al
telegiornale. O almeno parte del risultato. C’è
un elemento che in questi drammatici giorni
viene trascurato: le minoranze etniche.
Il regime birmano combatte da sempre una guerra
contro alcune di queste minoranze che, sin dal
1948, anno della fine del colonialismo inglese,
lottano per ottenere una propria autonomia
regionale. Essendo una dittatura fortemente
caratterizzata in senso xenofobo, oltre a negare
loro la terra fa di tutto per spingerli ad
abbandonare il territorio in cui vivono,
seguendo una politica di birmanizzazione del
Paese volta a renderlo etnicamente omogeneo. E
infatti molti di essi sono dovuti fuggire nei
paesi vicini, soprattutto in Tailandia. Tra
queste minoranze, comprendenti le popolazioni
Shan, Kachin, Karenny, Chin, Mon, Rakhine, Bamar
e Karenny – ognuna delle quali suddivisa al suo
interno in sottogruppi etnici per un totale di
135 popolazioni – ho avuto il piacere di
frequentarne una in particolare, i Karen.
I Karen sono un popolo di circa 5 milioni di
persone che ne vede quasi un altro milione
vivere la condizione di profughi nella vicina
Tailandia. La loro lotta inizia ufficialmente il
31 gennaio 1949, vedendosi costretti ad
impugnare le armi per i forti contrasti con la
visione politica eccessivamente nazionalista
della neonata Birmania. Guerra che ancora oggi
continua, tra le più vecchie al mondo.
Durante un incontro avuto lo scorso ottobre con
il segretario generale del Karen National Union
- il partito unico karen – Padho Mahn Sha, gli
chiesi cosa ne pensasse delle nuove prese di
posizione del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite, finalmente favorevole alla messa
in agenda della questione birmana. Questi mi
confessò di sentirsi piuttosto ottimista.
Sperava che raggiungere una platea del genere
avrebbe finalmente portato la situazione del
Myanmar all’attenzione di tutto il mondo e che
questo avrebbe avuto effetti positivi anche
sulla loro lotta. Ma le votazioni contrarie del
gennaio 2007 - che oltre alle solite Russia e
Cina hanno visto protagonista anche il Sud
Africa - e i fatti di questi giorni stanno
dimostrando il contrario. Non solo preoccupano
le consuete divisioni in sede ONU, ma anche il
fatto che del dramma delle minoranze non sembra
esservi traccia nelle dichiarazioni degli
esponenti governativi. Eppure non parliamo di
piccoli numeri.
In un rapporto dell’organizzazione
internazionale Human Rights Watch (2005) si
legge che dal 1960 i civili sfollati nella sola
regione dei Karen sono stati oltre un milione;
mentre il Norwegian Refugee Council ci dice che
ad oggi, in tutto il territorio birmano, ce ne
sono circa cinquecentomila. E, sempre
relativamente ai Karen, dall’inizio del 2006
sono stati distrutti quasi trecento villaggi e
una cifra intorno alle centomila persone ha
dovuto fuggire di fronte ai continui attacchi
dei militari birmani, i temibili Tatmadaw.
A giustificazione dell’immobilismo che
continuano a promuovere Cina e Russia – alle
quali si è aggiunta l’India – viene pronunciata
la solita frase: è un problema di politica
interna e nessuno può intromettersi.
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