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Nei due paesi asiatici la lotta armata delle
minoranze non conosce tregua
Chakma e Karen contro i regimi oppressivi
di Bangladesh e Birmania
La
guerriglia è l’unica via per non soccombere al
genocidio
di
Fabrizio Legger
Il Bangladesh e la Birmania sono due paesi
asiatici confinanti. Il primo è a maggioranza
islamica (l’85% della popolazione, con piccole
minoranze induiste e buddiste), il secondo è a
maggioranza buddista (il 56% dei birmani, con
minoranze cristiane e islamiche). In entrambi
questi paesi, però, i diritti delle minoranze
non sono rispettati. In Bangladesh, la
maggioranza musulmana, tratta gli indù e i
buddisti come cittadini di serie B, mentre in
Birmania la dittatura militare al potere non
concede nessun diritto: solo oppressione,
repressione e morte. Così, nei due paesi, alcune
minoranze hanno impugnato le armi, in quanto
quella della guerriglia è l’unica via per non
soccombere al genocidio.
In Bangledesh, nella regione sud-orientale degli
Hill Tracts, le etnie di origine
sino-tibeto-birmane (in particolare i Chakma, i
Marma e i Marung) hanno dato vita al movimento
armato Shanti Bahini, ovvero Forza di Pace,
guidato dall’intrepido Joytirindra Bodipriyo,
detto “Shantu” (il pacifico) ma conosciuto come
il “Che Guevara del Bangladesh”. I guerriglieri
della Shanti Bahini sono buddisti e la loro
lotta armata mira essenzialmente a strappare al
governo di Dacca una autonomia per le regioni
degli Hill Tracts e un riconoscimento del
Buddismo come religione di Stato del Bangladesh
accanto a quella islamica e a quella indù.
Ovviamente, i nazional-islamisti al governo in
Bangladeh non vogliono nemmeno sentir parlare
della Shanti Bahini e da anni mantengono nella
regione migliaia di militari che si sono resi
responsabili di stragi, deportazioni, stupri e
massacri a danno dei civili delle etnie
buddiste. Gli accordi di pace firmati nel 1998
sono ormai carta straccia, perché il governo
bangladeshi, approfittando del silenzio del
mondo sulla eroica lotta della Shanti Bahini,
vuole annientare la guerriglia buddista con
l’opzione militare. Ma la guerriglia prosegue
dall’inizio degli Anni Ottanta, e nonostante
tutti gli sforzi compiuti dai governi islamici
che si sono succeduti a Dacca, la ribellione
armata dei buddisti non è affatto stata
stroncata.
Nella vicina Birmania, invece, i buddisti sono
al potere. La dittatura militare birmana è una
delle più repressive del pianeta. A tenere testa
al governo dei generali di Yangoon sono
soprattutto i Karen, la principale minoranza
etnica del paese (ben 5 milioni e mezzo), di
religione cristiana, i quali si oppongono allo
strapotere dell’esercito birmano con i
combattenti del Karen National Liberation Army (KNLA).
Ogni anno, l’esercito birmano compie due
offensive, una in primavera e una in autunno,
per annientare i ribelli, e ogni anno le truppe
della dittatura vengono respinte. Negli ultimi
12 anni sono stati distrutti più di 3000
villaggi karen e sono stati uccisi oltre 6000
civili appartenenti a questa bellicosa etnia. Ma
i Karen sono combattivi, audaci e spavaldi: non
si perdono d’animo e resistono, resistono,
resistono, perché combattono per la loro terra e
per la loro libertà. Purtroppo, la dittatura
militare birmana ha due buoni protettori nella
Cina e nella Russia, che la riforniscono di armi
di e munizioni, consentendole così di portare
avanti la sua guerra di sterminio nei confronti
delle etnie ribelli (infatti, oltre ai Karen,
lottano contro la dittatura birmana anche le
etnie dei Kachins, degli Shans, degli Arakanais).
La brutalità dell’esercito birmano è stata ben
documentata da molte organizzazioni umanitarie,
i rapporti economici tra Birmania, Cina e Russia
sono noti, il narcotraffico operato da molti
generali della giunta non è una novità. A questo
punto perché l’Onu non dichiara la dittatura
militare birmana un “governo-canaglia” e non
organizza un intervento armato per abbatterla? E
invece, silenzio, un silenzio che dura da
decenni, e che in tutto questo tempo ha permesso
alle giunte militari che si sono succedute al
potere in Birmania di massacrare, angariare ed
opprimere tutte le etnie che si ribellano al
loro giogo dispotico. Di fronte a tante
crudeltà, l’opinione pubblica non può tacere,
deve intervenire, sostenendo la sacrosanta lotta
per la libertà della Shanti Bahini in Bangladesh
e del Knla in Birmania: la sopravvivenza di
questi popoli dipende anche dal nostro
interessamento e dalle pressioni che, come
opinione pubblica, riusciremo ad esercitare qui,
nel nostro indifferente ed edonistico Occidente!
Fabrizio Legger
novembre 2008 |