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perché
STO CON IL TIBET
di
Gabriele Adinolfi
Un
popolo abbandonato a se stesso, in preda ai suoi
feroci occupanti, che non può contare che sulla
sua determinazione per non essere sterminato,
detta e merita simpatia, solidarietà e sostegno.
Questo vale per qualsiasi popolo angariato e
oppresso, che si tratti dei tibetani, dei karen
o dei palestinesi. Non esiste, non può esistere,
uomo libero e degno di chiamarsi tale che, a
meno di essere direttamente coinvolto in quanto
appartenente per sangue alla nazione dominante,
possa reagire altrimenti nella tragedia. E
questo è il primo dei motivi per il quale mi
batto oggi per il Tibet, e perché ero domenica
in piazza con i tibetani insieme con Casa Pound
ed almeno altre quattro associazioni di area nr
che mi riservo di nominare ché non so quanto
gradiscano la pubblicità.
Nel mondo del materialismo scatenato, del
razionalismo irrazionale, della bulimia informe
e globale, ogni legame con lo spirito, ogni
espressione della Kultur, ogni reminiscenza del
sapere va imperativamente sostenuto: è una
questione di essenza, pena l'accettare di vagare
tra la culla e la tomba come larve che non
vivranno mai. E questo è un altro dei motivi
per il quale ho accolto immediatamente il
richiamo del Tibet, già punto di riferimento
negli anni Trenta e Quaranta per le forze che
diedero vigore alla rinascenza europea.
Non c'è due senza tre
Quanto esposto basta e avanza e lascia perplessi
il fatto che oggi ci sia qualcuno per il quale
non basti e non avanzi. Ma tant'è: l'infezione
della teologia marxista ha lasciato il segno ed
ha fatto accettare come reale il dualismo
artificiale che è fondamento dei suoi dogmi. Fu
questo dogmatismo acefalo che lasciò credere ai
più che esistesse un'alternativa tra Usa e Urss,
tra capitalismo e comunismo e che oggi si
ripropone in altre forme, anch'esse ingannevoli:
Islam o Atlantico; Sud o Nord; Occidente o
Anti-occidente; fino alla ripetizione quasi
identica dello schema originale con un Cina o
America. Tra i due poli di queste dualità c'è
stata sempre, e c'è ogni giorno di più, una
complicità che supera la rivalità. Accettare lo
schema di conflittualità, in qualsiasi
schieramento ci
si ponga, significa soccombere; significa
rafforzare i due elementi che si nutrono della
debolezza dei popoli e, soprattutto, rinunciare
a sognare - e a segnare! - un destino. Sempre
bisogna sfuggire a questa morsa per
affermare una Terza Posizione.
Yankees e marxisti
Sembra impossibile, eppure c'è chi critica sia
la scelta per i karen sia quella per i tibetani
in quanto, dando per scontato il dualismo di cui
sopra, e considerando comunque gli Usa il
peggiore dei mali, preferisce far torturare e
schiavizzare gli uomini, far sterminare i
popoli, far cancellare le civiltà, piuttosto che
condividere il campo critico con gli odiati
yankees. Di per sé questo ragionamento è idiota,
eppure, forse perché, da tempi non sospetti e
davvero controcorrente, vado affermando che gli
Usa sono il principale centro dell'Anti-Europa,
riesco ad essere indulgente con tanta
avventatezza che, se non altro, preserva da
"pragmatiche" contaminazioni. O meglio
preserverebbe, perchè le contaminazioni si
producono ugualmente mediante l'attrazione verso
il presunto opposto che non è meno inquinato da
agenti provocatori e da quadri irrigimentatori
di quanto lo sia lo stesso partito atlantico
doc. Malgrado l'indulgenza di fondo non posso
però non restare sbigottito dalla mancanza di
ancoraggio
positivo di queste idiosincrasie. Ancora una
volta a determinare i quadri in cui si muovono
le scelte critiche di presunti irriducibili sono
gli schemi del marxismo più banale e più becero
che, neanche a dirlo, non corrispondono al vero.
Usa e Cina
Chi crede che gli americani siano anticinesi, o
più propriamente che i centri di potere
americano siano anticinesi, non ha ben presente
la realtà. Confonde di certo il fatto che
l'americano medio, come l'europeo medio, possa
sentirsi ferito nell'orgoglio dalla crescita
gialla con l'orientamento degli Usa che contano.
I quali debbono a Pechino sia il ritardo del
crack della loro economia, sia il salvataggio
del dollaro, sia il rinvio dell'affermazione
dell'euro come valuta di scambio internazionale
in una nuova Bretton Wood. E fanno
dichiaratamente conto sulla locomotiva cinese
per affrontare la combinazione di stagnazione e
recessione che paventano di qui a pochi mesi con
tanto di previsioni catastrofiche sul piano
finanziario. E questo senza mettere in conto né
la complicità che li lega da tre decenni
abbondanti nella gestione mondiale del traffico
di eroina né i legami che hanno sul piano degli
armamenti in una triangolazione Washington - Tel
Aviv - Pechino sempre più rodata. Certo, non
mancano ragioni di attrito e di preoccupazione
ma al momento prevale la concordanza
d'interessi, Il fatto è che, nel sistema
globale, oggi stanno un po' tutti con tutti
essendo, al contempo, rivali di tutti. Ma se una
qualche demarcazione di massima si può cogliere,
essa vede la Russia e l'Europa, ciascuna per
conto proprio, sulla linea di tiro. Ed è proprio
l'Europa, semmai, in un misto di interessi e
rivalità, a distanziarsi dalla Cina nella misura
in cui gli Usa invece le si avvicinano.
Lo sviluppo europeo
L'Europa occidentale gioca la sua partita, e
spera di sopravvivere alla crisi che incombe - e
magari di uscirne addirittura rafforzata -
spingendo la sua influenza contemporaneamente
verso il vicino est (le repubbliche dell'area
sovietica) sia verso il vicino sud (nord
Mediterraneo e Turchia). Conta di fare delle sue
periferie in crescita l'alternativa alla
locomotiva cinese e la garanzia della sua
affermazione di potenza. Singolare è il fatto
che le linee di sviluppo europeo che sembrano
materialmente promettenti siano le medesime che
avevano scelto gli "aborriti regimi". Ovviamente
lo spirito, essendo capitalista, ne è inverso ed
allora anche i fenomeni sono obbligatoriametnte
inversi, così come lo sono i flussi di capitale
e di colonizzazione. Ma questo, che pure è un
elemento centrale in quanto determina o la
civiltà o l'inciviltà, è un altro canto.
Restando nello specifico, è semmai in Europa che
una critica alla Cina fa gioco, non in Usa. E le
prese di posizione lo attestano: gli Usa hanno
cancellato la Cina dalla lista dei "cattivi" e
finora hanno solo proposto con la Clinton di
boicottare la cerimonia d'inaugurazione delle
Olimpiadi, e Bush ha risposto che ci penserà:
non è molto. Gli statisti europei invece hanno
chi più chi meno alzato la voce. Col che non
voglio pretendere che schierarsi contro la Cina
sia positivo in quanto "europeista"; penso di
quest'Europa più o meno quello che penso degli
Usa, della Cina, di Israele o dell'Iran. Ma
ritengo opportuno ribadire che l'equazione pro
Tibet = pro Usa è assolutamente infondata; per
gli americani il Dalai Lama è oggi ingombrante
come lo Scià di Persia lo era trent'anni fa e
non vedono l'ora di liberarsene nello stesso
identico modo.
Il pensiero e l'aratro
Chi pretenda di premettere alle motivazioni del
cuore le ragioni del calcolo e chi metta in cima
a queste l'antagonismo contro lo Zio Sam
dovrebbe quindi darsi una ripassata, tanto di
storia quanto di cronaca. Questo comporta però
una totale revisione del pensiero e dei suoi
schematismi, con l'abbandono completo dei
pregiudizi derivati dal marxismo dozzinale. Se
c'è qualcosa da prendere dal pensiero rosso
questa è la volontà di potenza unita al metodo
del leninismo, è la capacità di unire
pragmatismo a strategia, non è certo la teologia
incapacitante della tradizione comunista né
l'isteria infantile dei centri sociali, delle
femministe, dei piagnoni di ogni sorta, dei
fabbricatori di anatemi. Altrimenti, se e quando
le condizioni storiche lo permetteranno, se e
quando la crisi consentirà di porre al centro
l'ipotesi di una nazione e di una sovranità
incentrate in Europa, anziché giocarci i nostri
destini staremo a parlare acidi dei nostri
ombelichi: saremo come i socialisti dopo
Vittorio Veneto quando l'avvenire non può essere
che nelle mani di chi pensa e agisce come
Mussolini, con il coraggio, la spregiudicatezza,
la genialità che aiutano l'uomo, padrone di sé e
non schiavo dei suoi preconcetti, a tracciare il
solco con l'aratro e a difenderlo con la spada.
Mutanti
Questo per tutti coloro ai quali non sta mai
bene niente; o più esattamente a cui non sta
bene niente che sia in camicia nera; perché non
solo hanno maturato un ingiustificato complesso
d'inferiorità ma non ne sono guariti mai. Non
hanno il coraggio morale di abiurare, il che per
molti sarebbe più onesto, e cercano allora di
sminuire quello che fanno gli indefessi per
giustificare la loro inattività, cioè il loro
oscillante peregrinare verso lidi di
cervellotiche utopie rivoluzionarie. E finiscono
col giustificare se stessi solo e sempre con
l'abbassamento degli atti altrui. Tanta
piccolezza non stupisce, si accompagna sovente
alla stanchezza esistenziale, alla
decomposizione, all'accidia spirituale. E si
tramuta in predicazioni mortifere che vanno fino
alla creazione di mostruose e ibride forme di
vestali farisee. A questi mutanti, che sono
comunisti mancati, a questi mutanti ai quali va
bene qualsiasi cosa facciano la Cina, l'Iran, le
Brigate Rosse, l'ultrasinistra, e che sono così
critici verso il fascismo e tutti quelli che
hanno vissuto e vivono, che hanno pagato in
proprio e continuano a pagare la passione che
accese milioni di europei, a questi mutanti che
si allineano sempre e con celerità da record ai
nostri calunniatori, a questi mutanti che
battono le mani a chi vuol rimuovere dai paesi
baltici le statue delle nostre armate e
rimetterci quelle dei sovietici, a questi
mutanti che non fremono per le persecuzioni dei
tibetani perché "sono fatti di politica
interna(!)", a questi mutanti che ogni giorno
sputano le loro sentenze tanto perentorie quanto
oblique; ebbene a questi mutanti noi vogliamo
dire che ci hanno rotto i coglioni!
Dove sventolano quei simboli
Oggi è d'attualità la tragedia tibetana e nessun
uomo libero, nessun uomo degno, nessun uomo può
ignorarla. Lasciarla strumentalizzare dai
professionisti dell'imbavagliamento e da quelli
del travestimento, cioè dai Pannella e dalle
sinistre arcobaleno, sarebbe quanto di più
sbagliato si possa fare; non solo perché noi ci
riconosciamo nella lunga lotta tibetana ma
perché sappiamo che se a rappresentarla ci si
mettono quei signori essa non può che esserne
gravemente danneggiata, banalizzata,
neutralizzata. Per noi batterci per il Tibet è
imperativo, sia per lo stesso Tibet sia per la
nostra identità Perché noi siamo karen, noi
siamo tibetani, noi siamo palestinesi, noi siamo
europei, noi siamo latinoamericani. Noi siamo e
saremo sempre per la libertà dello spirito e per
lo spirto della libertà; noi siamo e saremo
sempre dove sventolano i simboli della solarità;
noi siamo e saremo sempre con tutti i popoli che
combattono e ci
alzeremo a difenderli contro gli individui, i
gruppi, le oligarchie che si appropriano delle
loro lotte per ingessarle e mummificarle in una
gestione da clero degli scriba. Noi siamo e
saremo sempre per l'affermazione dell'uomo e non
per la sua sottomissione a dogmi, a schemi, a
pregiudizi, a catene, e men che meno a patenti
di validità.
Per questo laddove c'è un conflitto di civiltà
noi c'identifichiamo e se possibile ci siamo,
anche concretamente. Per questo siamo scesi in
piazza domenica e non la chiuderemo lì.
Col Tibet, per il Tibet; noi, per noi.
Gabriele Adinolfi
8
aprile 2008 |