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  HUMANITAS   - ex Jugoslavia --

 

 

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9-13 gennaio 1993

CRONACA DI UN VIAGGIO IN CROAZIA E IN BOSNIA

Prima di questo viaggio nella ex Jugoslavia eravamo stati molte volte, sapevamo quindi l’impegno che ogni singola spedizione comporta, conoscevamo l’importanza di studiare il tutto nei minimi dettagli per ovviare agli inconvenienti che a quelle latitudini, in queste condizioni, sono d’ordinaria amministrazione.

A questa “missione” delle nostre scuole tenevamo comunque in modo particolare poiché, dopo averla sperimentata con successo nelle scuole di Padova e di Udine, eravamo ben consci di dover rappresentare in modo degno la generosità di tutti i poli che vi avrebbero aderito.

Avevamo bisogno di un referente di prestigio che legittimasse il nostro lavoro ed eccolo trovato nella Croce Rossa Italiana, delegazione di Arco, con la quale avevamo già collaudato un rapporto di collaborazione la scorsa estate, quando realizzammo una riuscita iniziativa di solidarietà per l’ospedale infantile di Vilnius capitale della Lituania.

Dopo aver trovato nelle suore dell’ospedale S. Pancrazio la massima disponibilità per la gestione del “magazzino”, aver richiesto ed ottenuto (tramite la Croce Rossa) il nulla osta alla Sovrintendenza Scolastica di Trento, approntati contenitori simbolici e materiale pubblicitario, informata la stampa, eravamo pronti per contattare -una ad una- tutte le scuole materne, elementari, medie e superiori dell’Alto Garda e Ledro.

Và detto subito che l’immediata disponibilità di tutti i responsabili del mondo scolastico della nostra zona, ma anche la partecipazione entusiasta di molti singoli insegnanti, è stata fondamentale per l’ottimo, per certi versi sorprendente, risultato di questa iniziativa denominata “Operazione Scatoletta”.

Per la parte relativa ai dati tecnici dell’operazione rimandiamo gli interessati alle schede contenute nel dossier; lasciateci sostenere in questa sede, senza enfasi, per onor del vero, che il dato reale, più nobile e sincero sta nell’interesse, nell’impegno, nella cura dimostrati da tutte le scuole durante la fase della raccolta.

Abbiamo visto pacchi, confezioni, spese intere preparate con amore, con la serietà che si dedica alle cose che contano, come fossero destinate a genti ben conosciute…..è questo un segno di vera solidarietà.

Lasciateci ricordare senza menzione, per non fare torto a nessuno, le scuole di altri comprensori che, appresa la notizia dell’iniziativa dalla stampa, hanno aderito contattandoci direttamente, e tutte le ditte ed i privati cittadini che hanno inteso fare lo stesso rendendo più consistente ed importante il viaggio che vi andiamo a raccontare.

…Un mese di lavoro, per qualcuno quasi a tempo pieno, impiegato a prendere, raccogliere, inventariare, sistemare, dividere e quant’altro ancora, ma il risultato è grande: una montagna di “roba” con la quale stipare sino all’inverosimile i due mezzi reperiti per l’occasione.

Eh sì, perché uno dei problemi maggiori di questo lavoro è trovare sempre un’anima buona che ti impresti un camion che costa un sacco di milioni con l’ansia di non sapere come e quando gli verrà di ritorno.

Ma noi siamo gente fortunata e due anime buone le abbiamo trovate anche questa volta.

Completato il carico per la dogana, concordato l’orario di partenza per la mattina dopo, passiamo la serata attaccati al telefono in contatto con Zagabria, Zara e Spalato (oltre, le comunicazioni sono molto precarie) al fine di essere costantemente aggiornati sulla situazione in atto.

Ci confermano: tutto tranquillo per Zara, molto meno per la Bosnia Erzegovina; sappiamo di dover correre qualche ragionevole rischio, ma sappiamo pure che è soltanto andando di persona che ci si può rendere conto delle realtà e delle esigenze, senza contare l’impegno preso a verificare dove finisce effettivamente quanto ci viene consegnato.

Ci troviamo alle sei del mattino all’ospedale S. Pancrazio, pronti per la partenza siamo in cinque: la Nadia (in rappresentanza della Croce Rossa), il Sergio, l’Attilio, il Giuseppe ed io.

Viaggio da crociera sino alla frontiera; espletiamo le pratiche doganali e continuiamo tranquilli lungo la dolcissima terra d’Istria sino a Fiume, e più in giù la tortuosa strada della costa sino a Senj, per incontrarci con due amici conosciuti nel corso di viaggi precedenti.

Il primo è Misko un giovane croato che parla bene l’italiano, come molti da queste parti dove la nostra cultura ha radici secolari.

Il secondo è Lao un giornalista di Udine con la passione del corrispondente di guerra: ha scritto un libro sui primi dieci mesi della guerra serbo-croata dal titolo “il prezzo della libertà” e ne ha in preparazione un secondo dal titolo “benvenuti all’inferno”, dedicato alla guerra in Bosnia.

Misko ci racconta della sua situazione personale: un anno e mezzo passato al fronte di Gospic, poi il ritorno a casa per trovare la disoccupazione; stesso problema per la sorella, così l’unica a mantenere la famiglia è la madre che con il lavoro di bibliotecaria per il Comune guadagna scarse 40.000 al mese. Il loro è un caso nella media; chi sta meglio arriva a prendere circa 100.000 lire al mese, ma in ogni caso non sono sufficienti a sbarcare il lunario. I generi di prima necessità scarseggiano e quand’anche li trovi spesso il prezzo è superiore che da noi in Italia.

Lao ci informa sugli sviluppi del conflitto: la tensione è molta, anche nelle aree non più direttamente coinvolte; pare che nel timore del fallimento della trattativa di Ginevra vi sia un pre-allarme generale.

Si sa che notte tempo la polizia ha bussato alle porte di molti reduci consegnando loro le cartoline di richiamo.

Batterie missilistiche sono scese lungo la costa, probabilmente in direzione dello stretto di Masleniĉa.

Ci congediamo dai nostri amici con la promessa di incontrarci al ritorno per raccontarci le reciproche esperienze.

Continuiamo il viaggio che ormai è già sera; la strada a mare assomiglia vagamente alla nostra Gardesana occidentale.

Giungiamo al posto di imbarco del traghetto per l’isola di Pago, l’unica via possibile per arrivare a Zara, poiché la via naturale, nell’entroterra dalmata è completamente in mano delle milizie serbe.

Sono sol odue miglia di un braccio di mare, quelle che separano la terra ferma dall’isola, due miglia per le quali a volte occorrono giornate di attesa,  tanta è la coda dei mezzi d’ogni tipo che devono imbarcarsi; fortuna per noi che trasportando aiuti umanitari abbiamo la precedenza assoluta.

Dopo un’ora e mezza di “montagne russe” attraverso il paesaggio lunare di Pago, arriviamo finalmente alle porte di Zara.

Il collegamento con il capoluogo dalmata è dato da un ponte sul quale si viaggia ad un’unica corsia, considerato che l’altra non esiste più perché centrata dall’aviazione dell’Esercito Federale.

Alcune postazioni di contraerea difendono questo punto vitale, e numerosi posti di blocco controllano l’accesso in città.

Ad attenderci è il Signor Libero, funzionario della Croce Rossa locale che si presenta dialogando con noi in un perfetto istro-veneto.

Il tempo di una cena serve anche ad ottenere maggiori dettagli sulla realtà locale e così veniamo a sapere che in questo antico caposaldo veneziano la situazione è peggiore di quanto pensavamo.

Zara e Biograd (Zaravecchia) sono paragonabili ad una città come trento: i profughi, in maggioranza donne e bambini provenienti dall’immediata periferia costituiscono ormai un terzo della popolazione.

La città è circondata da tre parti, le resta libero solo l’accesso al mare, e ciò, oltre alle ben note carenze igienico sanitarie (per molti mesi sono mancate l’acqua e la luce), rende problematici i rifornimenti, al punto che come in nessun altra città della Croazia abbiamo visto tanta scarsità di generi alimentari.

Il dramma è comunque segnato dall’assoluta incertezza a riguardo del prossimo futuro; non è possibile tornare veramente a vivere sapendo di avere una spada di Damocle sopra le proprie teste rappresentata dalla presenza, a tiro di fucile, del nemico aggressore.

Ci ospitano per la notte presso il reparto pediatrico dell’ospedale civile; ovunque regna ordine e pulizia come se non fosse successo nulla, eppure tutto è violentemente marchiato dai bombardamenti: volte, infissi, serramenti, facciate.

Perché qui, proprio qui, quale logica, che interessi possono portare a questo se poi è vero che l’etnia serba rappresentava solo il 10% dell’intera comunità zaratina?

Al mattino, dopo una veloce colazione ospedaliera, il punto di ritrovo è fissato presso un albergo del centro requisito dalle autorità per sistemarvi in parte dei profughi, in parte personale della missione O.N.U..

La presenza di questi ultimi ha suscitato enormi polemiche poiché viene considerata, da tutta la popolazione indistintamente, come una forma di occupazione indebita di stampo neo-colonialista.

Le operazioni di scarico del nostro primo mezzo sono state concordate con la Croce Rossa locale al fine di organizzare un’omogenea distribuzione negli ospedali, nelle scuole, nelle singole unità familiari.

In attesa di espletare alcune formalità giochiamo con dei bambini bosniaci sul piazzale antistante l’albergo; sono disponibili ed aperti nei nostri confronti, ad ogni inquadratura da parte dell’obiettivo fotografico rispondono, regolarmente, mettendosi in posa e facendo il segno della vittoria a braccia levate.

Alcuni di loro vestono la tuta mimetica, in taglia appropriata, dell’armata croata della Bosnia, non perché manchino d’altro ma, perché questa simboleggia il loro diretto coinvolgimento nel conflitto: un conflitto rivolto principalmente contro la popolazione civile, quindi contro la parte più debole, bambini in testa.

Si è fatto tardi, per noi che dobbiamo continuare il viaggio verso sud.

Vogliamo percorrere ancora 500 chilometri per arrivare alla meta prima che giunga notte: sarebbe imprudente e pericoloso girare al buio per terre dove, oltre a tre eserciti, impazzano svariate bande di tagliagole.

Salutiamo i nostri compagni di viaggio ed il Signor Libero con l’impegno che al ritorno avremmo verificato il buon esito dell’operazione.

Giuseppe è alla guida del mezzo con il quale trasportiamo 140 sostanziosi “pacchi famiglia”.

La giornata è stupenda, quasi primaverile, la costa di una bellezza indescrivibile, a tratti dolce e struggente con le sue centinaia di isole che si stagliano al largo evocando in mille forme, mille pensieri e desideri; c’è nell’aria un profumo di mandarini, di macchia mediterranea:parrebbe di essere in un Paradiso e invece siamo nell’anticamera dell’inferno.

Selenico, poi Spalato con il suo aeroporto pieno di cargo militari e la rada affollata di navi da guerra; il tempo di una sosta per ottenere alcuni chiarimenti sull’agibilità delle strade all’interno e via, lasciamo la costa in direzione Tomislav Grad.

Il paesaggio cambia rapidamente, ora è molto più brullo e ricorda alcuni scorci della nostra Sardegna.

Dopo una trentina di chilometri superiamo senza problemi la frontiera croato-bosniaca, la strada sale e scende di continuo, anche il clima è cambiato: ora il cielo è nuvoloso e fa abbastanza freddo; il terreno pietroso e ricoperto di alti arbusti è l’ideale per delle imboscate che in questa zona hanno già lasciato il segno.

La nostra meta è Kongora un piccolo centro alle spalle di Tomislav Grad dove giungiamo all’imbrunire per incontrarci con suor Celestina del locale convento nel quale trascorreremo la notte.

Abbiamo deciso di consegnare qui metà del nostro carico, vista la grande necessità, e lo faremo personalmente all’indomani; ci resta il tempo di concordare con il distaccamento militare del posto, svolgente anche funzioni di polizia, la scorta armata che ci accompagnerà a Bugojno.

Piovono granate (ne conteremo 140), sono colpi d’artiglieria sparati dalle alture di Livno ad una decina di chilometri di distanza; rappresentano un rituale collaudato che consiste nell’augurare in questo modo la buona notte: il tiro infatti è molto approssimativo, non colpisce nessun obiettivo di rilievo, e si giustifica solamente con la cinica volontà di ricordare all’avversario la propria costante presenza.

Per il resto la notte scorre tranquilla, ed è ancora buio che ci organizziamo per la distribuzione dei pacchi.

L’appuntamento è con padre Dragasn, un giovane francescano che parla molto bene l’italiano, avendo studiato all’Antoniano di Bologna, e che ci guiderà di casa in casa per consegnare il nostro modesto aiuto.

La maggioranza dei profughi di questa zona provengono dalla città di Jaice, nel nord del Paese; sono fuggiti nottetempo in 30.000 in un esodo di stampo biblico, inseguiti dal fuoco nemico, dopo aver subito mesi di bombardamenti, senza portare con se altro che le proprie vite.

Non posseggono veramente più nulla.

Molti di loro contano sino a 13 figli, per cui arriviamo a dare anche 3-4 pacchi per singolo gruppo familiare.

Ci raccontano che non hanno avuto aiuto di nessun tipo, men che meno protezione da parte delle truppe Unprofor che pur dovrebbero essere presenti in zona con questa funzione precipua.

Uno di loro ci dice testualmente:”è inutile portarci da mangiare, in questa situazione, equivale ad ingozzare bene il maiale per poi lasciarlo macellare”.

Dobbiamo congedarci in fretta per unirci alla colonna diretta a Bugojno.

La scorta armata consiste in una decina di giovani armati di mitra e bombe a mano, più che sufficienti per reagire ad un’imboscata ma non per garantirci l’incolumità che, d’altro canto, è una pura utopia.

Dopo una ventina di silometri la strada si inerpica per i monti completamente sterrata; tutto il traffico passa di qui essendo le comunicazioni ordinarie interrotte da mesi.

Avevamo già compiuto questo viaggio la scorsa estate mangiando polvere a quintali, ora con la neve ed il freddo pungente dei quasi 1.800 metri ai quali dobbiamo giungere, rimpiangiamo la polvere.

Sono cinque ore di sobbalzi per poi ridiscendere sino a Prozor, e da qui con la strada tornata asfaltata arrivare finalmente a Bugojno dopo 40 chilometri.

All’ospedale da campo della cittadina ci attende il dottor Ante Marsic, nostra vecchia conoscenza, incredulo nel rivederci poiché da queste parti non arriva mai nessuno, a cominciare da certi fantomatici convogli di aiuti umanitari internazionali.

Bugojno è sulla linea del fronte da quando è scoppiato il conflitto, contesa da croati, serbi e musulmani con ostinazione pur non avendo una importanza strategica particolare; qui si fa la guerra ai fini della pulizia etnica, con il metro di “occhio per occhio, dente per dente”, impossibile che si concluda senza un vinto e un vincitore.

L’ospedale è pieno di feriti, ai quali vengono prestati i primi soccorsi per poi essere inviati nelle retrovie.

Il dottor Marsic ha il dente avvelenato con l’Occidente, Europa in testa, perché sta ad osservare la lenta agonia di quanto resta della Bosnia-Erzegovina, tollerando infamie come stupri e castrazioni di massa, reati contro l’umanità intera ancora più gravi della guerra stessa.

Sentiamo parlare di 20.000 donne stuprate dai miliziani cetnici, oltre mille delle quali sarebbero rimaste incinta, recluse sino all’ottavo mese di gravidanza con lo scopo di far loro partorire un figlio serbo.

Molti sarebbero anche gli uomini castrati od evirati per impedire loro ogno possibilità di inseminazione.

Non crediamo che tutto questo avvenga a senso unico, saremmo stolti se credessimo che tutti i buoni stanno da una parte e tutti i cattivi dall’altra; il fatto è che da parte serba questo è stato premeditato e, quel che è peggio, legittimato dalla vigliaccheria occidentale.

Il dottor Marsic crede, e noi concordiamo, che l’unica via d’uscita da questa situazione stia nel restituire al Diritto Internazionale quella autorevolezza e dignità che derivano dallo stare al di sopra delle parti, sempre e comunque in difesa del più debole, ed insiste: “vi sono degli esecutori materiali e dei mandanti morali, a questi ultimi spetta la responsabilità maggiore di quanto sta accadendo. Non è pensabile che, dopo aver ignorato il tutto per così lungo tempo, si possa intervenire con operazioni del tipo “ingerenza umanitaria”, o “restore hope”, o ancor peggio con operazioni di polizia internazionale a suon di “bombe intelligenti”, che non farebbero altro che alimentare nuovi lutti e nuovi rancori”.

Ancora: “qui si è permesso che il malessere diventasse infezione e che questa si evolvesse in cancrena.

L’O.N.U. e le sue Agenzie non stanno al di sopra delle parti: rispondono a criteri di interessi in politica estera ed economica da parte delle Nazioni più forti, e questo si ritorce sempre sulla pelle dei Popoli più deboli”.

È un’accusa durissima e difficilmente smentibile; d’altro canto qui la tocchi con mano, quotidianamente.

Se l’Europa fosse all’altezza delle sue responsabilità, potrebbe trovare gli equilibri per dare una risposta definitiva a questi problemi.

Se è vero che certi panni sporchi si lavano in famiglia, e se è vero che questi Popoli reclamano, a pieno titolo, di far parte della famiglia Europa, dovrebbe essere quest’ultima il “detersivo” del caso.

Vorremmo fermarci più a  lungo, ma dobbiamo tornare in fretta per superare le zone a rischio prima che scenda la notte.

Il viaggio di ritorno verso Tomislav Grad procede senza pericoli evidenti, si vedono in lontananza spesso bagliori di fiamme: sono case che bruciano in sperduti villaggi di montagna.

All’ingresso in città notiamo un certo movimento di uomini e mezzi del locale campo Unprofor (United Nations protection force), e quello che più ci colpisce è la bandiera inglese che svetta sul pennone del campo.

Ci ripromettiamo di chiedere delucidazioni a padre Dragan, l’indomani prima di partire; ora siamo troppo stanchi, torniamo a Kongora per mangiare un boccone e dormire qualche ora.

Alla mattina il centro di Tomislav Grad brulica di gente: pare di essere da noi a Ferragosto.

La spiegazione sta nel fatto che, trovandosi la città in seconda linea rispetto al fronte di Livno, qui arrivano tutti i soldati in riposo.

Quanto agli altri, la disoccupazione è totale, mancano le risorse, mancano i denari (persino le banche non hanno di che cambiarti la valuta), non resta altro che bighellonare.

Sopravvive solo qualche piccolo scambio commerciale tipico delle società contadine (latte, uova, burro), per il resto si vive di assistenza.

Padre Dragan è in fermento: anche a lui non piace questa storia della bandiera inglese.

Ha provato a chiedere spiegazioni ai soldati inglesi del campo, e questi gli hanno risposto di non avere altre bandiere a disposizione.

Un atteggiamento di stampo coloniale.

“I nostri soldati girano disarmati in città” dice padre Dragan, “loro no, spesso sono arroganti ed i rapporti con la popolazione non sono dei migliori. In mezzo a loro vi sono figli di emigrati serbi”.

Gli chiediamo che cosa si aspetta in futuro, e lui ci risponde: “Pace, ma con giustizia. Tu hai visto questa gente, ha perso tutto, ha subito le umiliazioni più cocenti, le sofferenze più atroci, anche le bambine non sono state risparmiate da certa violenza, anche le bestie sono arrivati a macellare per poi inchiodarle alle porte delle case in segno di spregio.

Col tempo forse si potrebbe anche dimenticare, non c’è miglior lenitore delle ferite che il tempo, ad una sola condizione: che questi poveretti possano tornare a casa loro, che gli altri tornino a casa loro!

È facile parlare di pace quando si ha tutto, vorrei che tutti gli uomini liberi potessero venire qui, vedere con i loro occhi.

Se non ci sarà pace con giustizia, a noi non resterà che  continuare a combattere, purtroppo”.

Si scusa, padre Dragan, dice che lui certe cose non dovrebbe nemmeno pensarle, ma…lo capiamo benissimo.

Partiamo, promettendo che torneremo.

Sulla strada scorrono i villaggi tipici di questa terra:case contadine, molte in costruzione, sono le case degli emigrati in tutte le contrade del mondo; qua e la chiese cattoliche si alternano a moschee con i loro svettanti minareti.

Anche questa contrapposizione comincia a dare segni di intolleranza.

I musulmani della Bosnia-Erzegovina si sono rifugiati in un certo fondamentalismo, quando si sono sentiti abbandonare dall’ Occidente.

Prima, le loro regole di vita erano più simili alle nostre che a quelle dell’Islam.

Una volta di più siamo convinti che solo un ferreo rispetto dei Trattati internazionali sui diritti dei Popoli all’autodeterminazione, nella tutela assoluta di quelli più deboli ed emarginati, potrà restituire la speranza a queste genti all’umanità intera.

Diversamente, il conflitto si estenderà: prima il Kossovo, poi la Macedonia, poi chissà…..

Sono in molti a credere nell’efficacia delle sanzioni, quelle vere, nel rispetto degli embarghi che non sono mai stati rispettati, nella ferma condanna della Comunità Internazionale non più divisa sui problemi che contano.

Tutte le altre sono strade troppo pericolose…

Ad uno degli innumerevoli posti di blocco che incontriamo lungo il cammino, un soldato ci esprime la sua speranza in una soluzione senza altri drammi e sostiene che se fosse diversamente, qualora si optasse per un intervento armato dall’esterno, ebbene in questo Libano d’Europa molti dei nemici d’oggi potrebbero divenire alleati di domani.

Su di una bancarella improvvisata si vendono le solite poche cose di sempre, tra queste notiamo le tute mimetiche per i bambini.

Con pochi spiccioli ne comperiamo una: potrebbe andare bene all’Armin che ha appena due anni.

Pensiamo a tutti i bambini che abbiamo incontrato, alle loro prospettive di crescita, ai loro progetti di educazione, al principio con il quale sono costretti a convivere: difendersi ad ogni costo.

Ci viene voglia di tornare a casa, in fretta, per abbracciare i nostri piccoli. 

 

Se un uomo non è

disposto a lottare

per le sue idee,

o le sue idee

non valgono nulla,

o non vale nulla lui

Ezra Pound

 

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