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dal «Corriere della Sera» del 1° ottobre 1944
L'eroina
della resistenza che ispirò Pound
La
prima pattuglia nemica entra in Rimini da Porta
Romana. Il lungo viale dei platani che immette
nel sobborgo XX Settembre con sullo sfondo le
macerie della bramantesca chiesa della
Colonnella, taglia col suo rettilineo cumuli di
rottami: tutto è diroccato, lo stadio civico, la
chiesa dei Cappuccini, la chiesa di San
Giovanni, le case, i palazzi, il convento dei
Cappuccini, la chiesa di Santo Spirito. Sul
quadrivio della via Flaminia, di dove si
dipartono la via nazionale di San Marino, la via
dei Trai e la via XX Settembre, dondola un
semaforo sospeso lassù a mezz'aria non si sa
come, tra le rovine di ogni cosa all'intorno. La
pattuglia canadese esita incerta sulla direzione
da prendere. Il cielo è solcato dal rombo dei
velivoli e delle cannonate che vengono dal mare,
dalle colline e dalla parte opposta della città;
crepitano in distanza le mitragliatrici, l'aria
acre velata di fumo e di polvere. All'intorno,
in qualsiasi parte volgano lo sguardo, i
Canadesi non scorgono se non calcinacci, non una
casa in piedi; le macerie si stendono per
chilometri; tutta la superficie di quella che
era la vivace, elegante e ricca città adriatica
è una sola, immensa, caotica distesa di pietre:
a malapena si distinguono i tracciati di quelle
che furono le vie principali. Mentre la
pattuglia sta per imboccare a caso la via XX
Settembre, un'ombra si muove dietro un cumulo di
rovine: i Canadesi spianano le armi, pronti a
sparare. Non è un'ombra, è una donna, una
giovane donna. Ella alza le mani e i Canadesi la
circondano. Una granata cade sui ruderi dello
stadio sollevando un nugolo di rottami. Il
terriccio e la polvere entrano nella bocca e
negli occhi. Alla deflagrazione la ragazza è
rimasta immobile a braccia levate. Un Canadese
le rivolge la parola in un gergo a base di
francese. La ragazza si sforza di comprendere e
alla fine riesce a capire la domanda del
soldato. Costui chiede da che parte si vada per
raggiungere la via Emilia. L'interpellata, dopo
un'impercettibile incertezza indica con la mano
la via dei Trai. Il Canadese si consulta coi
compagni e torna a guardare la ragazza. Costei
gli fa cenno col braccio invitandolo a seguirla.
Il gruppo allora s'incammina. La ragazza, una
popolana sui 18 anni, bruna, dalle membra forti,
e slanciate, lacera e sporca, cammina spedita.
La lunga e diritta via dei Trai conduce in
piazza Tripoli, al mare, non all'arco di Augusto
e alla Via Emilia. La pattuglia, composta di una
ventina di uomini, più due soldati tedeschi
prigionieri, procede nel tragico scenario della
città morta; i Canadesi tengono i fucili
spianati, pronti a far fuoco; i due Tedeschi, al
centro dei gruppo, mostrano i segni della lotta
nei volti e sulle uniformi, ma camminano
marzialmente. La popolana li sbircia, di
sfuggita: pare ai Tedeschi che quello sguardo
abbia un significato. Quale significato? La
giovane riminese continua a camminare, gli
alberi che fiancheggiano la via sono diverti,
tronchi e fronde ingombrano il passaggio,
giacciono sulle macerie delle case. La popolana
si volge a guardare i due Tedeschi, i quali
questa volta sono loro a sorridere. Ancora pochi
passi, poi una tremenda esplosione lancia in
aria macerie e persone, avvolgendole in una nube
di terriccio, di calcinacci, di informi rottami.
Una pausa tragica. Un attimo di terrificante
silenzio. Poi il gemito dei feriti. Un uomo poi
si raddrizza sulle natiche, si netta il sangue
dal volto, si leva in piedi. E' ferito ma salvo.
I Canadesi morti in gran parte, sfracellati
dallo scoppio. I rimanenti agonizzano. Agonizza
anche la popolana, che ha avuto le gambe
amputate e il volto ferito dalla formidabile
esplosione. L'uomo che fra tutti si è salvato,
uno dei soldati tedeschi, si accosta alla
moribonda: ella gli sorride con una smorfia e
riesce a dire penosamente: «Sapevo che qui
esisteva un campo di mine... perché vi aveva
lavorato mio fratello... vi ho condotto gli
Inglesi perché sono stata violentata da due
Australiani... in una casa colonica dove ci
eravamo rifugiati... ho seguito questa
pattuglia... volevo vendicarmi ... non sapevo
come ... la sorte mi ha favorito ... ». L'eroina
sta dissanguandosi; il suo volto diventa
cadaverico. Il soldato tedesco non può far nulla
per lei se non raccoglierne l'ultima parola: «Ho
vendicato il mio onore». Il soldato tedesco si
china sulla morente e la bacia in fronte. Quando
risolleva il capo la giovane eroina è spirata.
Questo ci ha raccontato il soldato tedesco dopo
aver raggiunto i propri camerati all'altra
estremità della città morta. Il soldato, che
dopo un anno di soggiorno in Italia si esprime
abbastanza bene nella nostra lingua, così ha
commentato il suo racconto: «La ragazza non
aveva indosso alcuna carta o qualsiasi documento
di riconoscimento. Non ho potuto quindi sapere
il suo nome». E si è rammaricato, il soldato
tedesco, di non averglielo chiesto prima che
ella spirasse. Il nome dell'eroina rimarrà
sconosciuto forse per sempre, e così la storia
di questa guerra ricorderà il leggendario
episodio come quello della eroina riminese.
Dell'anonima ma fulgida eroina riminese.
Stralcio del Canto LXXIII «Cavalcanti»
di
Ezra Pound
Passai per Arimino ed incontrai uno spirito
gagliardo
Che cantava come incantato di gioia;
Era una contadinella
Un
po' tozza ma bella ch'aveva a braccio due
tedeschi.
E
cantava, cantava sempre senza aver bisogno
d'andare in cielo.
Aveva condotto i canadesi su un campo di mine
Dove era il Tempio della bella Ixotta
Camminavano in quattro in cinque ed io ero
ghiotto d'amore ancora malgrado i miei anni.
Così sono le ragazze della Romagna.
Venivan canadesi a espugnar i tedeschi,
A
rovinar quel che rimaneva della città di Rimini;
Domandarono la strada per la Via Emilia a una
ragazza, una ragazza stuprata
Po' prima da lor canaglia. «Bè! Bè! Soldati!
Quest'è la strada».
«Andiamo, andiamo a Via Emilia!».
Con loro proseguiva. Il suo fratello aveva
scavato i buchi per le mine, là verso il mare.
Verso il mare la ragazza, un po' tozza ma bella,
condusse la truppa.
Che brava pupa! Che brava pupetta!
Le
davo un vezzo per puro amore, che eroina!
Sfidava la morte,
Conquistò la sorte peregrina.
Tozza un po' ma non troppo, raggiunse lo scopo.
Che splendore! All'inferno '1 nemico, furono
venti morti.
Morta la ragazza fra quella canaglia
Salvi i prigionieri. Gagliardo lo spirito della
pupetta.
Cantava, cantava incanta di gioia,
Or
ora per la strada che va verso '1 mare.
Gloria della patria! Gloria! Gloria Morir per la
patria nella Romagna! Morti non morti son,
Io
tornato son dal terzo cielo per veder la
Romagna,
per veder le montagne nella riscossa,
Che bell'inverno! Nel settentrion rinasce la
patria.
Ma
che ragazza! Che ragazze, che ragazzi, portan il
nero! |