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19 aprile 1999

ARCHEOFUTURISMO

faccia a faccia con il creatore del pensiero del III millennio

Centro Polifunzionale dell'Università di Trento

 partecipano

Guillame Faye, filosofo

Giorgio Fogazzi, critico d'arte

 

 

Maurizio Murelli sul "caso Faye"

da Orion

  

Pound esprimeva la sua solidarietà con un motto sulla carta da lettere:

Periodicamente sulle pagine di “Orion” approda un nuovo tema capace di coinvolgere in dibattiti e polemiche il circuito umano che “Orion” stesso tiene insieme. In certi casi quanto appare sulla rivista altro non è che il riflesso di una discussione molto accesa — e quindi molto profonda ed estesa — che avviene tra vari gruppi e all’interno dei gruppi stessi tra i soggetti di cui ogni singolo gruppo è composto.
Quando ciò avviene non è raro che i toni accesi tolgano ad alcuni l’obiettività e ad altri un’adeguata tenuta di stile. Il dibattito tra alcuni scade a livello di disputa tra tifosi acritici e si vede con molta chiarezza quanto la simpatia o l’antipatia determinata da fattori contingenti e collaterali vada ad occupare una posizione centrale tanto da riuscire a fungere da discrimine al traffico di opinioni che si determina attorno all’argomento dibattuto.
Qualche progresso rispetto al passato c’è stato. Nel suo peregrinare fuori dai centri adibiti al culto dell’ortodossia ideologica “Orion” ha perso molti compagni di viaggio che si sono appunto fatti riassorbire da uno dei tanti luoghi di culto ideologico offerti dal paesaggio attraversato. La discussione fuori dagli schemi conosciuti provocava spesso vertigini intollerabili risolte da alcuni con il distacco dalla compagnia in viaggio che ha per gagliardetto l’insegna di Orione. Negli ultimi tempi si è meno portati all’abbandono quand’anche una questione è talmente spinosa e gli animi inferociti da far perdere ad alcuni serenità e lucidità.
L’“archeofuturismo”, argomento introdotto da Guillaume Faye fin dall’università d’estate di Trento lo scorso agosto è riuscito a far discutere animatamente più o meno tutte le persone con cui trattengo rapporti diretti. Se ne discute a Trento, se ne discute a Roma, se ne discute a Varese, Perugia, Viterbo, Milano... Di recente, cogliendo l’occasione di un viaggio vacanziero sfruttato anche per far visita ad alcuni amici sparsi lungo la Penisola, ho potuto constatare direttamente quanto il dibattito fosse acceso e fonte di prese di posizione molto forti a favore o contro. E del resto si tratta di una situazione del tutto prevedibile quando l’argomento riguarda non già l’analisi di una teoria o di uno scenario complesso ma la formulazione di un’idea propositiva per la messa a punto di un modello di sviluppo originale frutto di sintesi e alchimie extraideologiche. In questi casi l’attenzione è per ogni singolo ingrediente compreso nel complesso teorico espresso e sul quale non c’è concomitante convergenza di opinione. Il singolo ingrediente (o anche un certo numero di ingredienti) viene decontestualizzato, criticato e poi utilizzato come testa d’ariete contro l’insieme del progetto. A cascata ogni singola espressione e presa di posizione dell’autore della nuova formulazione viene travolta e ridicolizzata in modo da rendere possibile una sistematica e organica aggressione a tutto il pensiero nel suo insieme. In questa circostanza, cioè davanti alla presentazione del progetto “archeofuturista”, alcuni di noi hanno utilizzato questo metodo. Un atteggiamento sempre assente quando chi porta nelle nostre fila nuovi contributi si ferma all’ambito puramente analitico della fisica del supposto nemico oggettivo ma quasi sempre presente davanti ad argomentazioni propositive.
Più d’uno mi invita a dire la mia sulla facenda. Auspicandomi che la mia venga presa come opinione tra le opinioni con diritto di cittadinanza tra il gruppo di viandanti di cui faccio parte — e non gli venga quindi attribuita alcuna valenza “dottrinaria” tesa a indicare la via da percorrere — cercherò di ricondurre l’attenzione degli interessati sulle questioni di fondo oggi primarie (a mio individuale e insindacabile giudizio) troppo sbrigativamente “bypassate” da quanti si sono scagliati lancia in resta contro Faye avendo di mira soprattutto le elaborazioni provvisorie, accessorie o di secondaria importanza.
Dal mio punto di vista le prese di posizione contro Faye anche da parte di persone estremamente intelligenti e intellettualmente dotate (molto più di me sicuramente, per la qual cosa non occorre molto sforzo e lo dico sinceramente senza falsa modestia), accecate da alcuni aspetti macroscopicamente involuti e surreali dell’esposizione fayana, mi paiono inspiegabilmente preconcette.
Così come è vero che una persona fisicamente più forte non ha comunque ragione allorché la sentenza viene lasciata al valore dei muscoli, allo stesso modo nell’ambito delle combinazioni architettoniche per l’edificazione di un complesso culturale e politico (nel senso originario e profondo dei due termini) antagonista rispetto a quello dominante, quanti sono comunque superdotati intellettualmente e supportati da forte intelligenza non hanno necessariamente ragione. Intelligenza e bagaglio culturale dentro il crogiuolo ove si forgia la nuova forma del “politico” sono due elementi sì pregiati ma non esaustivi. La lega per forgiare una formula politica abbisogna anche di ben altri elementi fondamentali, quali per esempio il senso dell’opportunità; la percezione dei tempi idonei; la sensibilità strategica; l’esperienza; la capacità di collocare in prospettiva ogni singolo contributo; la capacità di distinguere l’essenziale e il geniale quand’anche coperto ma montagna di accessori superflui; l’intuito psicologico rispetto alle “calamite umane” (persone capaci di aggregare anche solo con l’uso dell’affabulazione)... e via via elencando fino alla forza di ascendenza rispetto a quanti cooperano al tentativo di fusione.
Quando la prospettiva è esclusivamente intellettuale capita anche che il palmo della mano prenda prurito e corra verso il calcio di una pistola (qui io credo stia il senso attribuito dagli uomini di sintesi tra pensiero e azione rispetto al famoso detto: “quando sento parlare di intellettuali metto mano alla pistola”).
Intendo dire che il mio contributo alla ricerca di una nuova forma del politico non è essenzialmente intellettualistico ma piuttosto “stratgico” e considera dominii essenziali alla formazione di una “comunità primaria” che aspira a progettare l’alternativa all’attuale modello di sviluppo planetario.
Se non si tiene conto di questo e ci si aspetta da me che vada a controbattere punto per punto alle asserzioni di Faye è del tutto inutile continuare a leggermi in questo articolo.

In ogni caso il contributo di Faye va inquadrato nel contesto del percorso di “Orion” e degli interessi primari dei suoi redattori e lettori, così come s’è fatto per i contributi precedenti e così come si farrà in seguito. Cosa questa indispensabile e fondamentale soprattutto se si tiene sempre conto del fatto che “Orion” non è una rivista dottrinaria posta a difesa di un’ortodossia ideologica, ma uno strumento di comunicazione e maturazione collettiva di un gruppo umano non organizzato. Uno strumento per l’apprendimento, la riflessione, la maturazione di tipi umani che non vogliono assimilarsi o integrarsi in termini consenzienti all’attuale sistema politico, culturale, sociale, economico. In ogni caso un gruppo umano al quale non sfugge la condizione generale che lo vede immerso e invischiato nel modello di sviluppo dal quale tenta di alienarsi.
Che cos’hanno dunque in comune i lettori di “Orion”?
Almeno quattro punti essenziali: 1) la concezione del mondialismo; 2) la concezione dell’antagonismo rispetto al Potere; 3) la volontà di affrancarsi dall’attuale dominio socio-economico-politico fonte di profondo malessere per la quasi totalità dell’umanità; 4) l’avvento di un nuovo ordine planetario.
1) Il mondialismo
Ne parlavamo e ne scrivevamo quando pochissimi ne parlavano e ne scrivevano. Oggi di omologazione planetaria, planetarizzazione, globalizzazione sono piene le pagine di tutti i quotidiani, persino di quelli organici alla difesa del sistema. All’interno del fronte antagonista la nostra è stata senza dubbio una voce “eretica” rispetto al modo ortodosso di intendere il mondialismo. Nel muovere i primi passi dentro questo argomento accettammo l’idea di un progetto mondialista promosso da un centro occulto complottista. Da questa idea ci siamo in seguito distaccati prendendo atto che se anche la storia più prossima e l’edificazione delle più recenti istituzioni sono farcite da “complotti” animati spesso dalla medesima logica culturale e quindi dalle medesime idee e valori, l’idea di una vera e propria regia quale soggetto determinante di ogni accadimento planetario ci è apparsa sempre più insostenibile e inverosimile. E ce ne siamo sempre più convinti analizzando la struttura della microfisica del potere e le sue interconnessioni con la corrispondente macrofisicità.
Oggi lo scenario ci appare sempre più chiaro e riusciamo bene a comprendere come il mondialismo sia il risultato di sinergie contestuali, moltitudini di energie sincroniche ma generate autonomamente a livelli diversi dall’umanità. Il mondialismo può essere raffigurato come un imponente fiume il cui grande letto ha nome decadenza e i ruscelli che vi affluiscono portano i detriti dei crolli rovinosi delle identità e culture originarie. E sulle rive di questo fiume si sviluppa una civilizzazione (planetaria) feconda la cui forma complessiva corrisponde al tipo di fertilizzante deposto da questo grande fiume.
Il mondialismo è dunque il divenire della modernità stanti le attuali premesse e dinamiche in atto, un divenire che però non è detto si manifesti secondo le attuali aspettativi dei suoi partigiani e dei suoi detrattori.
Il punto da tener presente è che per certi versi l’avvento della planetarizzazione è ineleuttabile perché reso possibile dalla tecnica (soprattutto da quella che sviluppa le comunicazioni). Dunque tre sono le possibili vie da seguire: 1) via del rifiuto; 2) via dell’accettazione dell’attuale idea di ordinamento planetario; 3) via alternativa avente per meta un diverso modello di ordinamento planetario.
L’attuale ordinamento planetario ha come anima lo spirito anglosassone che ha cominciato a formarsi fin dal tentativo fallito di conquista e conseguente romanizzazione dell’isola di Albione.
Tutti se ne rendono conto. Persino un perfetto integrato come il sociologo Alberoni che così descrive l’attuale situazione (sul “Corriere della Sera” del 28/12/98): «(...) Esiste da tempo una civiltà anglosassone così come è esistita una civiltà greca, romana, egiziana. Un mondo coerente formato da una lingua, valori, costumi, Stato, economia, musica, filosofia, una concezione del mondo, del passato e del futuro, diversa dagli altri.
«Questa civltà ha incominciato a formarsi nel XVII secolo con la dottrina dello Stato democratico elaborata da Hobbes e Locke. Da loro gli ingesi hanno imparato che lo Stato nasce da un patto razionale, per assicurare la pace e la prosperità. Adam Smith fonda la scienza economica su scelte razionali e volontarie. La ricchezza cresce quando tutti competono lealmente per realizzare il proprio interesse. Con Bentham scopo della morale è rendere massimo l’utile di tutti. Darwin porrà la concorrenza alla base stessa dell’evoluzione. Volontà patto, razionalità, utilità, concorrenza sono l’essenza dello spirito angloamericano.
«Il continente ha un’evoluzione completamente diversa.
«(...) Nel frattempo gli inglesi costruiscono il più grande impero del mondo. Tengono a distanza i nativi che, pieni di ammirazione [abbiate pazienza, è pur sempre Alberoni che scrive! n.d.r.] adottano la loro lingua e le loro istituzioni. La separazione degli Stati Uniti non incrina la civiltà anglossassone. Anzi questa, dopo la Seconda guerra mondiale e il crollo dell’Urss, si mondializza. La “globalizzazione” di cui si parla è solo l’egemonia planetaria di questa civiltà. Ne è espressione l’universalità della lingua inglese che domina incontrastata nei commerci, nella scienza, nelle comunicazioni. Quando andate in Germania, in Russia, in Giappone, o in Arabia, se volete comunicare dovete parlare inglese.
«Ma l’egemonia della civiltà anglosassone va ben al di là della lingua. Essa controlla l’economia mondiale e impone ovunque il proprio modo di sentire e di pensare, il cinema, la musica, la pittura, il linguaggio dei computer, la morale, le stesse categorie scientifiche. Nessuna idea filosofica, fisica, psicologica o politica viene considerata scientifica se non è approvata e distribuita dalla comunità accademica anglosassone.
«Una civiltà, nel momento del suo predominio, riconosce come valido solo ciò che esce da se stessa.
«(...) Per questo, Stati Uniti e Inghilterra hanno deciso di agire anche contro l’opposizione o le incertezze del resto del mondo [l’articolo è stato scritto all’indomani degli ultimi bombardamenti sull’Iraq, n.d.r.]. Sanno benissimo di suscitare critiche, rancori, invidie e feroci risentimenti. Ma sono sicuri della loro forza militare e culturale. Sanno che, alla fine, le loro idee, i loro principii prevarranno. Che il resto del mondo e dell’Europa, disuniti e confusi, non faranno nulla».
2) L’antagonismo
In piena atmosfera nazionalista, in un momento in cui è praticamente impossibile concepire il mondo senza partire dal proprio sentimento nazionale e il Pianeta viene concepito come il rislutato di rapporti di forza tra potenze nazionali, c’è chi ha la vista più lunga. Per esempio Berto Ricci, che negli anni ’30 con i suoi articoli, oltre a sparare alzo zero su quanti filtrano la concezione fascista attraverso il nazionalismo, avverte, a guerra iniziata, che in futuro il Pianeta avrà l’impronta della civiltà romana o anglosassone. Dipende da chi vincerà la guerra.
Scrive Gastone Galante in La rivoluzione fascista (Ed. Barbarossa, 1996): «Nel 1937, Berto Ricci combattendo idealmente a favore della ‘Rivoluzione sociale’, vista come un’estrema necessità dopo la realizzazione della ‘Rivoluzione imperiale’, da “Critica fascista” lanciò il suo attacco a chi dimenticava le vere linee guida dell’universalismo fascista: “Il problema non è o è solo secondariamente quello di abbattere il bolscevismo, ma è in primissima linea quello di abbattere un mondo, una struttura economica e morale che ha reso il bolscevismo possibile e inevitabile”. La lotta politica di Ricci, sicuro che l’universalismo fascista fosse un fatto certo, come aveva già scritto nell’opuscolo “Errori del nazionalismo italico”, si trasferì allora sul piano mondiale: (...) “Roma e Mosca solo se ne contendono il comando. (...) Caduta o cadente Mosca non perché sovvertitrice (...) ma perché asservita dentro e fuori alla dittatura della materia e della causa del capitale(...)”. Se Mosca in realtà appariva a Ricci “asservita (...) alla causa del capitale”, la vera nemica dell’impero italiano (e quindi della rivoluzione universale fascista n.d.r.) era la plutocratica inghilterra (vedi Berto Ricci, Chiarezza, in “Critica fascista”, n 8, 15 feb. 1937)».
Questa citazione per dire che nel dna del segmento neofascista antimondialista esiste un patrimonio genetico che se debitamente messo a frutto avrebbe consentito già da decenni la messa a punto di un fronte antagonista omogeneo e non quindi diviso al suo interno tra “fascisti” e “antifascisti”, “comunisti” e “anticomunisti”.
Con “Orion” fin da subito, oltre a definire il nemico oggettivo reale, si è cercato di ridefinire il suo possibile antagonista. Un soggetto che doveva necessariamente stare al di là delle ideologie di destra e di sinistra, oltre le ordodossie ideologiche che si erano cristallizzate nel dopoguerra. Ovviamente questo tentativo di definizione è stato tutt’altro che indolore. Non è stato facile, per esempio, far capire che non esiste nessun supermarket dell’antagonismo dove militanti di buona volontà raccolgono dagli scaffali di sinistra e di destra gli ingredienti per una fusione tra elementi di destra e di sinistra. E non è nemmeno stato facile far comprendere che molti tentativi messi a punto per la realizzazione di una “terza via” effettuati nel passato in realtà erano viziati da impurità neofasciste. Al fondo c’era il tentativo di far digerire ai militanti di sinistra ai quali ci si appellava tutto un “complesso mitologico” paleofascista che sul piano delle idee asseriva la propria estraneità alla modernità e quindi si negava (e si nega) quale genesi della Rivoluzione Francese, mentre è un dato di fatto che in qualche misura siamo tutti figli dell’Illuminismo quand’anche si voglia ripudiarlo sul piano dei concetti e dei valori assunti. Su questa asserzione si dovrebbe ora apportare tutta una serie di tesi che ci porterebbero troppo lontano. Ma è pura verità che le menti che io ritengo più brillanti e a cui faccio riferimento hanno ben presente questo dato di fatto incontrovertibile.
In ogni caso è proprio da questa “dolorosa” accettazione “antiromantica” che è partita la mia personale rifondazione del concetto di antagonismo i cui riflessi concettuali si sono stati via via catturati dalle pagine di “Orion”.
A me piace pensare che oggi questa idea sia condivisa da alcuni lettori di “Orion”. Ne sono convinto e ritengo che questa idea del soggetto antagonista sia la matrice fondamentale per quel “gruppo primario” in formazione a cui spesso ci riferisce.
3) Ribellismo
Altro elemento condiviso e sul quale c’è omogenea convergenza di concezione è la figura del Ribelle. Sono recenti le pagine che “Orion” e la Societè Editrice Barbarossa vi hanno dedicato perché ci si dilunghi qui. Diciamo solo che il Ribelle come noi lo prefiguriamo sulla scorta delle letture jüngeriane è un tipo umano cosciente delle sue potenzialità quanto delle effettive opportunità che ha di sottrarsi al bestiale ingranaggio mondialista. Noi concepiamo un ribelle che rifugge dagli scontri frontali, che conosce le tecniche che gli consentono di sottrarsi all’assimiliazione e all’omologazione, capace di subordinare l’istinto di rivolta a tattiche e strategie, di trasformare le città in boschi e che guarda con diffidenza alle vecchie formule militanti, alle aggregazioni partitiche e fa dell’autosufficienza la propria condizione di privilegio.

4) Il progetto
È la questione che ancora rimane più aperta. Vi sono alcuni di noi che lo hanno ben chiaro mentre altri continuano ad essere fatalmente attratti da idee “passatiste” e velleitarie. C’è una sovrapposizione concettuale tra modernità e modello di sviluppo dominante. Si è troppo spesso portati a credere che la modernità non poteva generare altro che “questo” modello di sviluppo, quindi l’idea di restaurare forme politiche appartenenti al passato fa spesso breccia anche nelle menti più brillanti. Si determina così una condizione schizofrenica tra due poli: quello delle avanguardie e quello delle retroguardie dove troppo spesso, proprio in sede di progettualità e di ideazioni strategiche per poter dar seguito alla costruzione del progetto le avanguardie vengono riassorbite da quanti si attardano in battaglie di retroguardia.
Per esempio. Qualche anno fa anche grazie al contributo di persone che si sono rese disponibili con la propria intelligenza ed esperienza si era potuto compiere un passo avanti rispetto ad alcune soluzioni prospettate. Si era arrivati ad ipotizzare di plasmare il fronte antagonista ponendo come baricentro l’idea di far incontrare l’istanza “nazionalista” con quella “comunitarista”: il “nazionalcomunismo” appunto. Era l’ultima formula possibile per immaginare potenziali alchimie antimondialiste e trovare radici comuni ai due grandi filoni del Novecento per far rifiorire una nuova pianta. Ne abbiamo parlato molto su queste pagine, ma l’idea non ha attecchito e forse, per ragioni che qui è troppo complicato esporre, neppure poteva attecchire. Ci trovavamo quindi in una condizione di impasse. Funzionava bene la critica alla condizione del mondo moderno ma non si riusciva a dare anima ad un progetto nuovo pur partendo da radici profonde che le grandi ortodossie ideologiche del Novecento (fascismo e comunismo) avevano reciso.
Proprio in quella fase incontrammo alcune persone che tenendosi al margine dei dibattiti in corso ed evitando esternazioni avevano comunque proseguito nella coltivazione di un pensiero antagonista.
Fu così che, per esempio, dopo la stampa de Il soggetto senza limite di Enrico Galmozzi (già cofondatore di Prima Linea) in cui, prendendo spunto dall’esperienza fiumana (quale esempio storicamente accaduto) si indicava proprio nella soggettività rivoluzionaria la chiave di volta per librarsi al disopra del pantano ideologico dentro cui gli antagonisti boccheggiavano da ormai troppo tempo, si decise di avere un’Università d’Estate 1996 diversa da quelle precedentemente celebrate. L’obiettivo, dopo alcuni incontri preparatori, fu ben definito da un intervento di Francesco Ingravalle pubblicato in “Orion” (novembre 1995, p. 51). Lo ripubblico qui e vorrei tanto che quanti hanno criticato a testa bassa l’intervento archeofuturista di Faye lo rileggessero almeno tre volte prima di cominciare a ri-pensare in quale contesto collocare l’esposizione fayana.
«L’obiettivo che il corso potrebbe prefiggersi è quello di fare emergere l’“oggetto-modernità” nel suo carattere dialettico. Non a caso è stato scelto come “nume tutelare” un libro come Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno. La modernità è contraddizione non sanata, aperta, dolorosa fra istanze della soggettività libera e istanze centralizzatrici dell’amministrazione pubblica; fra emancipazione della soggettività e suo assorbimento nell’universo della merce e del profitto; fra cosmopolitismo come libero diritto all’eguaglianza e soppressione autoritaria della differenza; fra razionalità astratta e mondi vitali concreti; fra passività dello spettatore-massa nella politica dell’economia e attività creativa nella invenzione di situazioni; fra unidimensionalità della società produttrice di merci e multidimensionalità dei mondi vitali; fra lavoro intellettuale e lavoro manuale; fra società e Stato e altro ancora.
«I critici della modernità, solitamente divisi in “conservatori” e “rivoluzionari” (e “rivoluzionario-conservatori”), ben di rado sono riusciti a cogliere il carattere dialettico della modernità stessa, vale a dire la sua radicale problematicità e sono, non di rado, approdati a una condanna astratta o a una esaltazione altrettanto astratta, come se si trattasse di porre il pensiero di fronte ad un’alternativa. La modernità è l’orizzonte in cui ancora ci troviamo, al crocevia di una lotta fra l’uguaglianza astratta e la differenza astratta come modelli di sviluppo dell’umanità in cui, regolarmente, si dimenticano le ragioni della soggettività autonoma che è la grande possibilità aperta dall’età moderna. Che la dialettica della soggettività autonoma abbia prodotto, nel presente, la megamacchina tecnologica, il regno della merce e la società dello spettacolo è un dato di fatto; che, oggi, tutto ciò che si contrappone a questo esito tenda a parlare non il linguaggio del superamento della modernità, ma il linguaggio della pre-modernità (ad esempio, le varie forme di integralismo religioso, etnico o ideologico) è, ancora, un dato di fatto. Il nostro obiettivo è cogliere nella critica della modernità da Rousseau a Debord percorsi praticabili per superare — non per stroncare — le contraddizioni conferendo al pensiero un ruolo “cosmico-storico”: perché all’impotenza pratica del pensiero non si aggiunga l’incoscienza teorica.
Soltanto sul terreno comune dell’indagine sulla dialettica della modernità le più diverse opzioni teoriche, metodologiche, etico-politiche possono convergere e prendere gradualmente posizione sui nodi fondamentali del presente che la spettacolarizzazione del politico e del sociale hanno lentamente, ma costantemente, nascosto.
«In questa luce l’incontro dell’Università d’Estate 1996 è soltanto una prima presa di contatto con il problema, una messa a punto delle tematiche basilari, un primo orientamento del quale tutti abbiamo qualcosa in comune: abbiamo perduto le bussole che ci orientavano e abbiamo scoperto un’apertura d’orizzonte che non ci saremmo immaginati anche soltanto tempo fa.
«Potremmo anche scoprire che, guardando troppo le bussole, perdiamo di vista il paesaggio e tendiamo a identificare la realtà con gli schemi o, peggio, con la suggestione dei simboli, diventandone, poi, assurdamente dipendenti e dignificando l’assurdità con l’impeto morale di “coerenza” o di “fedeltà”.
«Al contrario è il momento in cui lo “spirito libero” deve cessare di essere una formula, e lasciarsi guidare dalla dialettica dell’oggetto che gli sta di fronte e di cui egli stesso fa parte. Un atteggiamento degno degli aspetti migliori dell’illuminismo che alcuni di noi, in passato, hanno considerato con sospetto. Sospetto immotivato: soltanto dalla massima kantiana «abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!» (Risposta alla domanda «che cos’è l’illuminismo?», 1783) ha potuto prendere forma l’intenzione prima del corso progettato».



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All’Università d’Estate 1996 Francesco Ingravalle tenne una relazione dal titolo: «La critica della modernità in Friedrich Nietzsche e Guy Débord» in seguito pubblicato dall’associazione culturale Noctua di Torino con il titolo Sulla dialettica della modernità - Per una reinterpretazione critica della modernità quale introduzione ad un saggio di Renato Pallavidini (anche questo presentato in forma sintetica nella medesima università in due relazioni dal titolo: «La dimensione etico-spirituale in Marx e nel materialismo dialettico della Terza Internazionale» e «La critica al bourgeois e all’individualismo liberale in Rosseau: un nodo di incontro trasversale tra culture diverse». (Chi fosse interessato a questo libro richieda il nostro nuovo catalogo in corso di stampa). Sempre a quell’università era previsto un intervento di Enrico Galmozzi che per cause di forza maggiore non si è potuto tenere ma che fu in seguito pubblicato in “Orion” con il titolo «Georg Simmel: la metropoli e la vita mentale».
Per quanto mi riguardava ritenevo che finalmente si stava approdando ad un punto di svolta decisivo. Finalmente e veramente si stavano creando le premesse per la messa a punto di un’idea antagonista fuori dagli schemi. Eravamo ancora all’ABC, ma uscivamo in modo eclatante dagli schemi incrociando idee veramente nuove. Ma proprio in quell’università un fatto per me mortificante mi prostrò profondamente e cancellò in un sol colpo tutti i miei ritrovati entusiasmi. Tra i relatori c’era anche Ali Schutz, uno svizzero tedesco che vive a Milano, personalità di punta del mondo islamico italiano che tra l’altro ha alle spalle una vecchia e radicale militanza di sinistra. Un uomo della cui amicizia mi onoro. Al suo ingresso in sala, accompagnato dalla moglie somala che, vestita da perfetta musulmana e che aveva con il marito, lei ormai all’ottavo mese di gravidanza, affrontato in pieno agosto i terribili tornanti che conducevano a Madesimo ove si teneva l’università, la sala si svuotò dei pochi astanti. Infatti la maggioranza dei francesi, dei tedeschi e degli austriaci aveva deciso per quel giorno di non essere presente preferendo andare in gita. Gli altri (quasi tutti) uscirono all’inizio della relazione. Si rimarcava così il rifiuto per la presenza di una donna non europea e di un uomo che aveva “tradito” l’anima europea.
Capii che all’interno del circuito di “Sinergie Europee” il lavoro da compiere era ancora molto ampio anche perché le tesi dei relatori italiani circa la questione della modernità non avevano né suscitato scandalo né grande interesse al dibattito, cosa che puntualmente invece accadeva quando si trattava di pur interessanti relazioni sulla religione, il sacro o quant’altro.
In ogni caso cominciai a riflettere sul problema dell’immigrazione visto dal punto di vista francese. E mi posi anche il problema dell’identità francese ed europea cercando di vederlo sempre da un punto di vista dell’aderente francese.
Considerai comunque che i tempi erano del tutto prematuri per introdurre nel circuito di “Sinergie Europee” quanto veniva fuori dalle riflessioni di persone come Ingravalle o Galmozzi. I Francesi erano sordi e per conseguenza lo era tutto il mondo francofono e l’area tedesca.
Quando all’Università d’Estate 1998 il redivivo Faye ha esposto la sua relazione sull’“archeofuturismo” che avete potuto leggere sugli ultimi numeri di “Orion”, in un primo momento appuntai la mia attenzione soprattutto sulla questione immigrazione-islam e mi esibii in un intervento estemporaneo di forte dissenso di cui gli astanti avranno certamente memoria. Ma poi, ad Università conclusa la mia attenzione è stata calamitata dagli altri ingredienti dell’esposizione fayana, vale a dire da quegli aspetti di indubbia sintonia con quel “fil rouge” che legava i momenti salienti del percorso di “Orion” e che si era interrotto dopo l’esposizione di Ingravalle all’Università d’Estate del 1996. Si tornava a fare i conti con la soggettività, la modernità, la tecnica, il futuro...
Certo, certo, l’idea di ricercare nell’“uomo bianco” occidentale e nei suoi supposti arcaismi la soluzione ad alcune questioni cruciali è a dir poco surreale ed ingenua anche perché dopo cinquant’anni di complottismo demoplutogiudaico la questione della decadenza “europea” viene ancora una volta posta fuori dall’Europa stessa (questa volta sulle spalle degli immigrati) e quindi si indicano “vie di salvezza” estetizzanti assolutamente prive di fondamento logico-consequenziale. Ma questi, a mio avviso e dopo un minimo di riflessione, mi sono apparse tare inevitabili e marginali rispetto ad un’indubbia rimessa a punto del pensiero antagonista che deve fare i conti con la modernità e il suo possibile sviluppo. Il nucleo centrale della questione era invece soprattutto strategico e apriva la possibilità di ristabilire con i francesi nuove connessioni di dibattito. Non si apre, attraverso l’esposizione di Faye, tutto l’orizzonte — ma uno spazio soddisfacente sì.
Ma questa volta, sempre dal mio punto di vista, sono molti italiani a segnare il passo. Al Faye che indicava una foresta molti di noi si sono messi a guardare i singoli alberi. Con incongruenze macroscopiche. Così là dove Faye, per esempio, parlava dell’ingegneria genetica si è potuto registrare un’alzata di scudi proprio e soprattutto da parte di quanti ritengono ridicolo parlare di “razzismo biologico”, cioè di salvaguardia del patrimonio genetico indoeuropeo. In altre parole esiste un patrimonio genetico che è patrimonio di tutti e sul quale non si deve intervenire con manipolazioni da laboratorio, però la salvaguardia “naturale” di patrimoni originari rifiutando l’imbastardimento è pura bestemmia. E si ricorre a tutto l’armamentario tradizionalista per contestare la praticabilità dell’ingegneria genetica dimenticando che attraverso le arti possibili (incroci e selezioni) i nostri avi altro non hanno fatto che manipolare la natura trasformandola. Cosicché oggi non esiste un cavallo, un cane, un gatto e neppure un pollo (per non parlare di frutta e verdura) che somigli anche lontanamente a quanto era presente sulla terra una ventina di secoli addietro. E di esempi di simili contraddizioni potrei farne a decine. Ma non è questo il punto. Come serve a poco qui e ora soffermarmi su altre osservazioni, per esempio sulla contrastata teoria delle élite alla quale si è opposta tutta una serie di obiezioni democratico-legali legate al consenso e all’autorità o alla sovranità.
Insomma, si è rifiutato aprioristicamente (da parte di molti) di interpretare il nucleo centrale dell’idea “archeofuturista” proposta da Faye.
Che è invece quanto mi propongo di fare io proprio per riaprire un dibattito interrotto tre anni fa.
Perché la nostra comunità non sia tentata di battezzare il prossimo millennio con idee anarcofuturiste (già si potrebbe discutere su eventuali idee anarcofuturiste) cercherò di dire perché possiamo dirci “archeofuturisti”. Sul prossimo numero.

 

Se un uomo non è

disposto a lottare

per le sue idee,

o le sue idee

non valgono nulla,

o non vale nulla lui

Ezra Pound

 

l'Uomo Libero - Via San Tomé, 13 - 38064 San Giorgio di Arco (TN)

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