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Documenti & Materiali K
19
aprile
1999
ARCHEOFUTURISMO
faccia a faccia con il creatore del
pensiero del III millennio
Centro Polifunzionale dell'Università di Trento
partecipano
Guillame Faye, filosofo
Giorgio Fogazzi, critico d'arte
Maurizio
Murelli sul "caso Faye"
da Orion
Pound esprimeva la sua solidarietà con un motto
sulla carta da lettere:
Periodicamente sulle pagine di “Orion” approda
un nuovo tema capace di coinvolgere in dibattiti
e polemiche il circuito umano che “Orion” stesso
tiene insieme. In certi casi quanto appare sulla
rivista altro non è che il riflesso di una
discussione molto accesa — e quindi molto
profonda ed estesa — che avviene tra vari gruppi
e all’interno dei gruppi stessi tra i soggetti
di cui ogni singolo gruppo è composto.
Quando ciò avviene non è raro che i toni accesi
tolgano ad alcuni l’obiettività e ad altri
un’adeguata tenuta di stile. Il dibattito tra
alcuni scade a livello di disputa tra tifosi
acritici e si vede con molta chiarezza quanto la
simpatia o l’antipatia determinata da fattori
contingenti e collaterali vada ad occupare una
posizione centrale tanto da riuscire a fungere
da discrimine al traffico di opinioni che si
determina attorno all’argomento dibattuto.
Qualche progresso rispetto al passato c’è stato.
Nel suo peregrinare fuori dai centri adibiti al
culto dell’ortodossia ideologica “Orion” ha
perso molti compagni di viaggio che si sono
appunto fatti riassorbire da uno dei tanti
luoghi di culto ideologico offerti dal paesaggio
attraversato. La discussione fuori dagli schemi
conosciuti provocava spesso vertigini
intollerabili risolte da alcuni con il distacco
dalla compagnia in viaggio che ha per
gagliardetto l’insegna di Orione. Negli ultimi
tempi si è meno portati all’abbandono
quand’anche una questione è talmente spinosa e
gli animi inferociti da far perdere ad alcuni
serenità e lucidità.
L’“archeofuturismo”, argomento introdotto da
Guillaume Faye fin dall’università d’estate di
Trento lo scorso agosto è riuscito a far
discutere animatamente più o meno tutte le
persone con cui trattengo rapporti diretti. Se
ne discute a Trento, se ne discute a Roma, se ne
discute a Varese, Perugia, Viterbo, Milano... Di
recente, cogliendo l’occasione di un viaggio
vacanziero sfruttato anche per far visita ad
alcuni amici sparsi lungo la Penisola, ho potuto
constatare direttamente quanto il dibattito
fosse acceso e fonte di prese di posizione molto
forti a favore o contro. E del resto si tratta
di una situazione del tutto prevedibile quando
l’argomento riguarda non già l’analisi di una
teoria o di uno scenario complesso ma la
formulazione di un’idea propositiva per la messa
a punto di un modello di sviluppo originale
frutto di sintesi e alchimie extraideologiche.
In questi casi l’attenzione è per ogni singolo
ingrediente compreso nel complesso teorico
espresso e sul quale non c’è concomitante
convergenza di opinione. Il singolo ingrediente
(o anche un certo numero di ingredienti) viene
decontestualizzato, criticato e poi utilizzato
come testa d’ariete contro l’insieme del
progetto. A cascata ogni singola espressione e
presa di posizione dell’autore della nuova
formulazione viene travolta e ridicolizzata in
modo da rendere possibile una sistematica e
organica aggressione a tutto il pensiero nel suo
insieme. In questa circostanza, cioè davanti
alla presentazione del progetto “archeofuturista”,
alcuni di noi hanno utilizzato questo metodo. Un
atteggiamento sempre assente quando chi porta
nelle nostre fila nuovi contributi si ferma
all’ambito puramente analitico della fisica del
supposto nemico oggettivo ma quasi sempre
presente davanti ad argomentazioni propositive.
Più d’uno mi invita a dire la mia sulla facenda.
Auspicandomi che la mia venga presa come
opinione tra le opinioni con diritto di
cittadinanza tra il gruppo di viandanti di cui
faccio parte — e non gli venga quindi attribuita
alcuna valenza “dottrinaria” tesa a indicare la
via da percorrere — cercherò di ricondurre
l’attenzione degli interessati sulle questioni
di fondo oggi primarie (a mio individuale e
insindacabile giudizio) troppo sbrigativamente
“bypassate” da quanti si sono scagliati lancia
in resta contro Faye avendo di mira soprattutto
le elaborazioni provvisorie, accessorie o di
secondaria importanza.
Dal mio punto di vista le prese di posizione
contro Faye anche da parte di persone
estremamente intelligenti e intellettualmente
dotate (molto più di me sicuramente, per la qual
cosa non occorre molto sforzo e lo dico
sinceramente senza falsa modestia), accecate da
alcuni aspetti macroscopicamente involuti e
surreali dell’esposizione fayana, mi paiono
inspiegabilmente preconcette.
Così come è vero che una persona fisicamente più
forte non ha comunque ragione allorché la
sentenza viene lasciata al valore dei muscoli,
allo stesso modo nell’ambito delle combinazioni
architettoniche per l’edificazione di un
complesso culturale e politico (nel senso
originario e profondo dei due termini)
antagonista rispetto a quello dominante, quanti
sono comunque superdotati intellettualmente e
supportati da forte intelligenza non hanno
necessariamente ragione. Intelligenza e bagaglio
culturale dentro il crogiuolo ove si forgia la
nuova forma del “politico” sono due elementi sì
pregiati ma non esaustivi. La lega per forgiare
una formula politica abbisogna anche di ben
altri elementi fondamentali, quali per esempio
il senso dell’opportunità; la percezione dei
tempi idonei; la sensibilità strategica;
l’esperienza; la capacità di collocare in
prospettiva ogni singolo contributo; la capacità
di distinguere l’essenziale e il geniale
quand’anche coperto ma montagna di accessori
superflui; l’intuito psicologico rispetto alle
“calamite umane” (persone capaci di aggregare
anche solo con l’uso dell’affabulazione)... e
via via elencando fino alla forza di ascendenza
rispetto a quanti cooperano al tentativo di
fusione.
Quando la prospettiva è esclusivamente
intellettuale capita anche che il palmo della
mano prenda prurito e corra verso il calcio di
una pistola (qui io credo stia il senso
attribuito dagli uomini di sintesi tra pensiero
e azione rispetto al famoso detto: “quando sento
parlare di intellettuali metto mano alla
pistola”).
Intendo dire che il mio contributo alla ricerca
di una nuova forma del politico non è
essenzialmente intellettualistico ma piuttosto
“stratgico” e considera dominii essenziali alla
formazione di una “comunità primaria” che aspira
a progettare l’alternativa all’attuale modello
di sviluppo planetario.
Se non si tiene conto di questo e ci si aspetta
da me che vada a controbattere punto per punto
alle asserzioni di Faye è del tutto inutile
continuare a leggermi in questo articolo.
In ogni caso il contributo di Faye va inquadrato
nel contesto del percorso di “Orion” e degli
interessi primari dei suoi redattori e lettori,
così come s’è fatto per i contributi precedenti
e così come si farrà in seguito. Cosa questa
indispensabile e fondamentale soprattutto se si
tiene sempre conto del fatto che “Orion” non è
una rivista dottrinaria posta a difesa di
un’ortodossia ideologica, ma uno strumento di
comunicazione e maturazione collettiva di un
gruppo umano non organizzato. Uno strumento per
l’apprendimento, la riflessione, la maturazione
di tipi umani che non vogliono assimilarsi o
integrarsi in termini consenzienti all’attuale
sistema politico, culturale, sociale, economico.
In ogni caso un gruppo umano al quale non sfugge
la condizione generale che lo vede immerso e
invischiato nel modello di sviluppo dal quale
tenta di alienarsi.
Che cos’hanno dunque in comune i lettori di “Orion”?
Almeno quattro punti essenziali: 1) la
concezione del mondialismo; 2) la concezione
dell’antagonismo rispetto al Potere; 3) la
volontà di affrancarsi dall’attuale dominio
socio-economico-politico fonte di profondo
malessere per la quasi totalità dell’umanità; 4)
l’avvento di un nuovo ordine planetario.
1) Il mondialismo
Ne parlavamo e ne scrivevamo quando pochissimi
ne parlavano e ne scrivevano. Oggi di
omologazione planetaria, planetarizzazione,
globalizzazione sono piene le pagine di tutti i
quotidiani, persino di quelli organici alla
difesa del sistema. All’interno del fronte
antagonista la nostra è stata senza dubbio una
voce “eretica” rispetto al modo ortodosso di
intendere il mondialismo. Nel muovere i primi
passi dentro questo argomento accettammo l’idea
di un progetto mondialista promosso da un centro
occulto complottista. Da questa idea ci siamo in
seguito distaccati prendendo atto che se anche
la storia più prossima e l’edificazione delle
più recenti istituzioni sono farcite da
“complotti” animati spesso dalla medesima logica
culturale e quindi dalle medesime idee e valori,
l’idea di una vera e propria regia quale
soggetto determinante di ogni accadimento
planetario ci è apparsa sempre più insostenibile
e inverosimile. E ce ne siamo sempre più
convinti analizzando la struttura della
microfisica del potere e le sue interconnessioni
con la corrispondente macrofisicità.
Oggi lo scenario ci appare sempre più chiaro e
riusciamo bene a comprendere come il mondialismo
sia il risultato di sinergie contestuali,
moltitudini di energie sincroniche ma generate
autonomamente a livelli diversi dall’umanità. Il
mondialismo può essere raffigurato come un
imponente fiume il cui grande letto ha nome
decadenza e i ruscelli che vi affluiscono
portano i detriti dei crolli rovinosi delle
identità e culture originarie. E sulle rive di
questo fiume si sviluppa una civilizzazione
(planetaria) feconda la cui forma complessiva
corrisponde al tipo di fertilizzante deposto da
questo grande fiume.
Il mondialismo è dunque il divenire della
modernità stanti le attuali premesse e dinamiche
in atto, un divenire che però non è detto si
manifesti secondo le attuali aspettativi dei
suoi partigiani e dei suoi detrattori.
Il punto da tener presente è che per certi versi
l’avvento della planetarizzazione è
ineleuttabile perché reso possibile dalla
tecnica (soprattutto da quella che sviluppa le
comunicazioni). Dunque tre sono le possibili vie
da seguire: 1) via del rifiuto; 2) via
dell’accettazione dell’attuale idea di
ordinamento planetario; 3) via alternativa
avente per meta un diverso modello di
ordinamento planetario.
L’attuale ordinamento planetario ha come anima
lo spirito anglosassone che ha cominciato a
formarsi fin dal tentativo fallito di conquista
e conseguente romanizzazione dell’isola di
Albione.
Tutti se ne rendono conto. Persino un perfetto
integrato come il sociologo Alberoni che così
descrive l’attuale situazione (sul “Corriere
della Sera” del 28/12/98): «(...) Esiste da
tempo una civiltà anglosassone così come è
esistita una civiltà greca, romana, egiziana. Un
mondo coerente formato da una lingua, valori,
costumi, Stato, economia, musica, filosofia, una
concezione del mondo, del passato e del futuro,
diversa dagli altri.
«Questa civltà ha incominciato a formarsi nel
XVII secolo con la dottrina dello Stato
democratico elaborata da Hobbes e Locke. Da loro
gli ingesi hanno imparato che lo Stato nasce da
un patto razionale, per assicurare la pace e la
prosperità. Adam Smith fonda la scienza
economica su scelte razionali e volontarie. La
ricchezza cresce quando tutti competono
lealmente per realizzare il proprio interesse.
Con Bentham scopo della morale è rendere massimo
l’utile di tutti. Darwin porrà la concorrenza
alla base stessa dell’evoluzione. Volontà patto,
razionalità, utilità, concorrenza sono l’essenza
dello spirito angloamericano.
«Il continente ha un’evoluzione completamente
diversa.
«(...) Nel frattempo gli inglesi costruiscono il
più grande impero del mondo. Tengono a distanza
i nativi che, pieni di ammirazione [abbiate
pazienza, è pur sempre Alberoni che scrive!
n.d.r.] adottano la loro lingua e le loro
istituzioni. La separazione degli Stati Uniti
non incrina la civiltà anglossassone. Anzi
questa, dopo la Seconda guerra mondiale e il
crollo dell’Urss, si mondializza. La
“globalizzazione” di cui si parla è solo
l’egemonia planetaria di questa civiltà. Ne è
espressione l’universalità della lingua inglese
che domina incontrastata nei commerci, nella
scienza, nelle comunicazioni. Quando andate in
Germania, in Russia, in Giappone, o in Arabia,
se volete comunicare dovete parlare inglese.
«Ma l’egemonia della civiltà anglosassone va ben
al di là della lingua. Essa controlla l’economia
mondiale e impone ovunque il proprio modo di
sentire e di pensare, il cinema, la musica, la
pittura, il linguaggio dei computer, la morale,
le stesse categorie scientifiche. Nessuna idea
filosofica, fisica, psicologica o politica viene
considerata scientifica se non è approvata e
distribuita dalla comunità accademica
anglosassone.
«Una civiltà, nel momento del suo predominio,
riconosce come valido solo ciò che esce da se
stessa.
«(...) Per questo, Stati Uniti e Inghilterra
hanno deciso di agire anche contro l’opposizione
o le incertezze del resto del mondo [l’articolo
è stato scritto all’indomani degli ultimi
bombardamenti sull’Iraq, n.d.r.]. Sanno
benissimo di suscitare critiche, rancori,
invidie e feroci risentimenti. Ma sono sicuri
della loro forza militare e culturale. Sanno
che, alla fine, le loro idee, i loro principii
prevarranno. Che il resto del mondo e
dell’Europa, disuniti e confusi, non faranno
nulla».
2) L’antagonismo
In piena atmosfera nazionalista, in un momento
in cui è praticamente impossibile concepire il
mondo senza partire dal proprio sentimento
nazionale e il Pianeta viene concepito come il
rislutato di rapporti di forza tra potenze
nazionali, c’è chi ha la vista più lunga. Per
esempio Berto Ricci, che negli anni ’30 con i
suoi articoli, oltre a sparare alzo zero su
quanti filtrano la concezione fascista
attraverso il nazionalismo, avverte, a guerra
iniziata, che in futuro il Pianeta avrà
l’impronta della civiltà romana o anglosassone.
Dipende da chi vincerà la guerra.
Scrive Gastone Galante in La rivoluzione
fascista (Ed. Barbarossa, 1996): «Nel 1937,
Berto Ricci combattendo idealmente a favore
della ‘Rivoluzione sociale’, vista come
un’estrema necessità dopo la realizzazione della
‘Rivoluzione imperiale’, da “Critica fascista”
lanciò il suo attacco a chi dimenticava le vere
linee guida dell’universalismo fascista: “Il
problema non è o è solo secondariamente quello
di abbattere il bolscevismo, ma è in primissima
linea quello di abbattere un mondo, una
struttura economica e morale che ha reso il
bolscevismo possibile e inevitabile”. La lotta
politica di Ricci, sicuro che l’universalismo
fascista fosse un fatto certo, come aveva già
scritto nell’opuscolo “Errori del nazionalismo
italico”, si trasferì allora sul piano mondiale:
(...) “Roma e Mosca solo se ne contendono il
comando. (...) Caduta o cadente Mosca non perché
sovvertitrice (...) ma perché asservita dentro e
fuori alla dittatura della materia e della causa
del capitale(...)”. Se Mosca in realtà appariva
a Ricci “asservita (...) alla causa del
capitale”, la vera nemica dell’impero italiano
(e quindi della rivoluzione universale fascista
n.d.r.) era la plutocratica inghilterra (vedi
Berto Ricci, Chiarezza, in “Critica fascista”, n
8, 15 feb. 1937)».
Questa citazione per dire che nel dna del
segmento neofascista antimondialista esiste un
patrimonio genetico che se debitamente messo a
frutto avrebbe consentito già da decenni la
messa a punto di un fronte antagonista omogeneo
e non quindi diviso al suo interno tra
“fascisti” e “antifascisti”, “comunisti” e
“anticomunisti”.
Con “Orion” fin da subito, oltre a definire il
nemico oggettivo reale, si è cercato di
ridefinire il suo possibile antagonista. Un
soggetto che doveva necessariamente stare al di
là delle ideologie di destra e di sinistra,
oltre le ordodossie ideologiche che si erano
cristallizzate nel dopoguerra. Ovviamente questo
tentativo di definizione è stato tutt’altro che
indolore. Non è stato facile, per esempio, far
capire che non esiste nessun supermarket
dell’antagonismo dove militanti di buona volontà
raccolgono dagli scaffali di sinistra e di
destra gli ingredienti per una fusione tra
elementi di destra e di sinistra. E non è
nemmeno stato facile far comprendere che molti
tentativi messi a punto per la realizzazione di
una “terza via” effettuati nel passato in realtà
erano viziati da impurità neofasciste. Al fondo
c’era il tentativo di far digerire ai militanti
di sinistra ai quali ci si appellava tutto un
“complesso mitologico” paleofascista che sul
piano delle idee asseriva la propria estraneità
alla modernità e quindi si negava (e si nega)
quale genesi della Rivoluzione Francese, mentre
è un dato di fatto che in qualche misura siamo
tutti figli dell’Illuminismo quand’anche si
voglia ripudiarlo sul piano dei concetti e dei
valori assunti. Su questa asserzione si dovrebbe
ora apportare tutta una serie di tesi che ci
porterebbero troppo lontano. Ma è pura verità
che le menti che io ritengo più brillanti e a
cui faccio riferimento hanno ben presente questo
dato di fatto incontrovertibile.
In ogni caso è proprio da questa “dolorosa”
accettazione “antiromantica” che è partita la
mia personale rifondazione del concetto di
antagonismo i cui riflessi concettuali si sono
stati via via catturati dalle pagine di “Orion”.
A me piace pensare che oggi questa idea sia
condivisa da alcuni lettori di “Orion”. Ne sono
convinto e ritengo che questa idea del soggetto
antagonista sia la matrice fondamentale per quel
“gruppo primario” in formazione a cui spesso ci
riferisce.
3) Ribellismo
Altro elemento condiviso e sul quale c’è
omogenea convergenza di concezione è la figura
del Ribelle. Sono recenti le pagine che “Orion”
e la Societè Editrice Barbarossa vi hanno
dedicato perché ci si dilunghi qui. Diciamo solo
che il Ribelle come noi lo prefiguriamo sulla
scorta delle letture jüngeriane è un tipo umano
cosciente delle sue potenzialità quanto delle
effettive opportunità che ha di sottrarsi al
bestiale ingranaggio mondialista. Noi concepiamo
un ribelle che rifugge dagli scontri frontali,
che conosce le tecniche che gli consentono di
sottrarsi all’assimiliazione e all’omologazione,
capace di subordinare l’istinto di rivolta a
tattiche e strategie, di trasformare le città in
boschi e che guarda con diffidenza alle vecchie
formule militanti, alle aggregazioni partitiche
e fa dell’autosufficienza la propria condizione
di privilegio.
4) Il progetto
È la questione che ancora rimane più aperta. Vi
sono alcuni di noi che lo hanno ben chiaro
mentre altri continuano ad essere fatalmente
attratti da idee “passatiste” e velleitarie. C’è
una sovrapposizione concettuale tra modernità e
modello di sviluppo dominante. Si è troppo
spesso portati a credere che la modernità non
poteva generare altro che “questo” modello di
sviluppo, quindi l’idea di restaurare forme
politiche appartenenti al passato fa spesso
breccia anche nelle menti più brillanti. Si
determina così una condizione schizofrenica tra
due poli: quello delle avanguardie e quello
delle retroguardie dove troppo spesso, proprio
in sede di progettualità e di ideazioni
strategiche per poter dar seguito alla
costruzione del progetto le avanguardie vengono
riassorbite da quanti si attardano in battaglie
di retroguardia.
Per esempio. Qualche anno fa anche grazie al
contributo di persone che si sono rese
disponibili con la propria intelligenza ed
esperienza si era potuto compiere un passo
avanti rispetto ad alcune soluzioni prospettate.
Si era arrivati ad ipotizzare di plasmare il
fronte antagonista ponendo come baricentro
l’idea di far incontrare l’istanza
“nazionalista” con quella “comunitarista”: il
“nazionalcomunismo” appunto. Era l’ultima
formula possibile per immaginare potenziali
alchimie antimondialiste e trovare radici comuni
ai due grandi filoni del Novecento per far
rifiorire una nuova pianta. Ne abbiamo parlato
molto su queste pagine, ma l’idea non ha
attecchito e forse, per ragioni che qui è troppo
complicato esporre, neppure poteva attecchire.
Ci trovavamo quindi in una condizione di
impasse. Funzionava bene la critica alla
condizione del mondo moderno ma non si riusciva
a dare anima ad un progetto nuovo pur partendo
da radici profonde che le grandi ortodossie
ideologiche del Novecento (fascismo e comunismo)
avevano reciso.
Proprio in quella fase incontrammo alcune
persone che tenendosi al margine dei dibattiti
in corso ed evitando esternazioni avevano
comunque proseguito nella coltivazione di un
pensiero antagonista.
Fu così che, per esempio, dopo la stampa de Il
soggetto senza limite di Enrico Galmozzi (già
cofondatore di Prima Linea) in cui, prendendo
spunto dall’esperienza fiumana (quale esempio
storicamente accaduto) si indicava proprio nella
soggettività rivoluzionaria la chiave di volta
per librarsi al disopra del pantano ideologico
dentro cui gli antagonisti boccheggiavano da
ormai troppo tempo, si decise di avere
un’Università d’Estate 1996 diversa da quelle
precedentemente celebrate. L’obiettivo, dopo
alcuni incontri preparatori, fu ben definito da
un intervento di Francesco Ingravalle pubblicato
in “Orion” (novembre 1995, p. 51). Lo ripubblico
qui e vorrei tanto che quanti hanno criticato a
testa bassa l’intervento archeofuturista di Faye
lo rileggessero almeno tre volte prima di
cominciare a ri-pensare in quale contesto
collocare l’esposizione fayana.
«L’obiettivo che il corso potrebbe prefiggersi è
quello di fare emergere l’“oggetto-modernità”
nel suo carattere dialettico. Non a caso è stato
scelto come “nume tutelare” un libro come
Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e
Adorno. La modernità è contraddizione non
sanata, aperta, dolorosa fra istanze della
soggettività libera e istanze centralizzatrici
dell’amministrazione pubblica; fra emancipazione
della soggettività e suo assorbimento
nell’universo della merce e del profitto; fra
cosmopolitismo come libero diritto
all’eguaglianza e soppressione autoritaria della
differenza; fra razionalità astratta e mondi
vitali concreti; fra passività dello
spettatore-massa nella politica dell’economia e
attività creativa nella invenzione di
situazioni; fra unidimensionalità della società
produttrice di merci e multidimensionalità dei
mondi vitali; fra lavoro intellettuale e lavoro
manuale; fra società e Stato e altro ancora.
«I critici della modernità, solitamente divisi
in “conservatori” e “rivoluzionari” (e
“rivoluzionario-conservatori”), ben di rado sono
riusciti a cogliere il carattere dialettico
della modernità stessa, vale a dire la sua
radicale problematicità e sono, non di rado,
approdati a una condanna astratta o a una
esaltazione altrettanto astratta, come se si
trattasse di porre il pensiero di fronte ad
un’alternativa. La modernità è l’orizzonte in
cui ancora ci troviamo, al crocevia di una lotta
fra l’uguaglianza astratta e la differenza
astratta come modelli di sviluppo dell’umanità
in cui, regolarmente, si dimenticano le ragioni
della soggettività autonoma che è la grande
possibilità aperta dall’età moderna. Che la
dialettica della soggettività autonoma abbia
prodotto, nel presente, la megamacchina
tecnologica, il regno della merce e la società
dello spettacolo è un dato di fatto; che, oggi,
tutto ciò che si contrappone a questo esito
tenda a parlare non il linguaggio del
superamento della modernità, ma il linguaggio
della pre-modernità (ad esempio, le varie forme
di integralismo religioso, etnico o ideologico)
è, ancora, un dato di fatto. Il nostro obiettivo
è cogliere nella critica della modernità da
Rousseau a Debord percorsi praticabili per
superare — non per stroncare — le contraddizioni
conferendo al pensiero un ruolo “cosmico-storico”:
perché all’impotenza pratica del pensiero non si
aggiunga l’incoscienza teorica.
Soltanto sul terreno comune dell’indagine sulla
dialettica della modernità le più diverse
opzioni teoriche, metodologiche, etico-politiche
possono convergere e prendere gradualmente
posizione sui nodi fondamentali del presente che
la spettacolarizzazione del politico e del
sociale hanno lentamente, ma costantemente,
nascosto.
«In questa luce l’incontro dell’Università
d’Estate 1996 è soltanto una prima presa di
contatto con il problema, una messa a punto
delle tematiche basilari, un primo orientamento
del quale tutti abbiamo qualcosa in comune:
abbiamo perduto le bussole che ci orientavano e
abbiamo scoperto un’apertura d’orizzonte che non
ci saremmo immaginati anche soltanto tempo fa.
«Potremmo anche scoprire che, guardando troppo
le bussole, perdiamo di vista il paesaggio e
tendiamo a identificare la realtà con gli schemi
o, peggio, con la suggestione dei simboli,
diventandone, poi, assurdamente dipendenti e
dignificando l’assurdità con l’impeto morale di
“coerenza” o di “fedeltà”.
«Al contrario è il momento in cui lo “spirito
libero” deve cessare di essere una formula, e
lasciarsi guidare dalla dialettica dell’oggetto
che gli sta di fronte e di cui egli stesso fa
parte. Un atteggiamento degno degli aspetti
migliori dell’illuminismo che alcuni di noi, in
passato, hanno considerato con sospetto.
Sospetto immotivato: soltanto dalla massima
kantiana «abbi il coraggio di servirti della tua
propria intelligenza!» (Risposta alla domanda
«che cos’è l’illuminismo?», 1783) ha potuto
prendere forma l’intenzione prima del corso
progettato».
ù
All’Università d’Estate 1996 Francesco
Ingravalle tenne una relazione dal titolo: «La
critica della modernità in Friedrich Nietzsche e
Guy Débord» in seguito pubblicato
dall’associazione culturale Noctua di Torino con
il titolo Sulla dialettica della modernità - Per
una reinterpretazione critica della modernità
quale introduzione ad un saggio di Renato
Pallavidini (anche questo presentato in forma
sintetica nella medesima università in due
relazioni dal titolo: «La dimensione
etico-spirituale in Marx e nel materialismo
dialettico della Terza Internazionale» e «La
critica al bourgeois e all’individualismo
liberale in Rosseau: un nodo di incontro
trasversale tra culture diverse». (Chi fosse
interessato a questo libro richieda il nostro
nuovo catalogo in corso di stampa). Sempre a
quell’università era previsto un intervento di
Enrico Galmozzi che per cause di forza maggiore
non si è potuto tenere ma che fu in seguito
pubblicato in “Orion” con il titolo «Georg
Simmel: la metropoli e la vita mentale».
Per quanto mi riguardava ritenevo che finalmente
si stava approdando ad un punto di svolta
decisivo. Finalmente e veramente si stavano
creando le premesse per la messa a punto di
un’idea antagonista fuori dagli schemi. Eravamo
ancora all’ABC, ma uscivamo in modo eclatante
dagli schemi incrociando idee veramente nuove.
Ma proprio in quell’università un fatto per me
mortificante mi prostrò profondamente e cancellò
in un sol colpo tutti i miei ritrovati
entusiasmi. Tra i relatori c’era anche Ali
Schutz, uno svizzero tedesco che vive a Milano,
personalità di punta del mondo islamico italiano
che tra l’altro ha alle spalle una vecchia e
radicale militanza di sinistra. Un uomo della
cui amicizia mi onoro. Al suo ingresso in sala,
accompagnato dalla moglie somala che, vestita da
perfetta musulmana e che aveva con il marito,
lei ormai all’ottavo mese di gravidanza,
affrontato in pieno agosto i terribili tornanti
che conducevano a Madesimo ove si teneva
l’università, la sala si svuotò dei pochi
astanti. Infatti la maggioranza dei francesi,
dei tedeschi e degli austriaci aveva deciso per
quel giorno di non essere presente preferendo
andare in gita. Gli altri (quasi tutti) uscirono
all’inizio della relazione. Si rimarcava così il
rifiuto per la presenza di una donna non europea
e di un uomo che aveva “tradito” l’anima
europea.
Capii che all’interno del circuito di “Sinergie
Europee” il lavoro da compiere era ancora molto
ampio anche perché le tesi dei relatori italiani
circa la questione della modernità non avevano
né suscitato scandalo né grande interesse al
dibattito, cosa che puntualmente invece accadeva
quando si trattava di pur interessanti relazioni
sulla religione, il sacro o quant’altro.
In ogni caso cominciai a riflettere sul problema
dell’immigrazione visto dal punto di vista
francese. E mi posi anche il problema
dell’identità francese ed europea cercando di
vederlo sempre da un punto di vista
dell’aderente francese.
Considerai comunque che i tempi erano del tutto
prematuri per introdurre nel circuito di
“Sinergie Europee” quanto veniva fuori dalle
riflessioni di persone come Ingravalle o
Galmozzi. I Francesi erano sordi e per
conseguenza lo era tutto il mondo francofono e
l’area tedesca.
Quando all’Università d’Estate 1998 il redivivo
Faye ha esposto la sua relazione sull’“archeofuturismo”
che avete potuto leggere sugli ultimi numeri di
“Orion”, in un primo momento appuntai la mia
attenzione soprattutto sulla questione
immigrazione-islam e mi esibii in un intervento
estemporaneo di forte dissenso di cui gli
astanti avranno certamente memoria. Ma poi, ad
Università conclusa la mia attenzione è stata
calamitata dagli altri ingredienti
dell’esposizione fayana, vale a dire da quegli
aspetti di indubbia sintonia con quel “fil rouge”
che legava i momenti salienti del percorso di
“Orion” e che si era interrotto dopo
l’esposizione di Ingravalle all’Università
d’Estate del 1996. Si tornava a fare i conti con
la soggettività, la modernità, la tecnica, il
futuro...
Certo, certo, l’idea di ricercare nell’“uomo
bianco” occidentale e nei suoi supposti arcaismi
la soluzione ad alcune questioni cruciali è a
dir poco surreale ed ingenua anche perché dopo
cinquant’anni di complottismo demoplutogiudaico
la questione della decadenza “europea” viene
ancora una volta posta fuori dall’Europa stessa
(questa volta sulle spalle degli immigrati) e
quindi si indicano “vie di salvezza”
estetizzanti assolutamente prive di fondamento
logico-consequenziale. Ma questi, a mio avviso e
dopo un minimo di riflessione, mi sono apparse
tare inevitabili e marginali rispetto ad
un’indubbia rimessa a punto del pensiero
antagonista che deve fare i conti con la
modernità e il suo possibile sviluppo. Il nucleo
centrale della questione era invece soprattutto
strategico e apriva la possibilità di
ristabilire con i francesi nuove connessioni di
dibattito. Non si apre, attraverso l’esposizione
di Faye, tutto l’orizzonte — ma uno spazio
soddisfacente sì.
Ma questa volta, sempre dal mio punto di vista,
sono molti italiani a segnare il passo. Al Faye
che indicava una foresta molti di noi si sono
messi a guardare i singoli alberi. Con
incongruenze macroscopiche. Così là dove Faye,
per esempio, parlava dell’ingegneria genetica si
è potuto registrare un’alzata di scudi proprio e
soprattutto da parte di quanti ritengono
ridicolo parlare di “razzismo biologico”, cioè
di salvaguardia del patrimonio genetico
indoeuropeo. In altre parole esiste un
patrimonio genetico che è patrimonio di tutti e
sul quale non si deve intervenire con
manipolazioni da laboratorio, però la
salvaguardia “naturale” di patrimoni originari
rifiutando l’imbastardimento è pura bestemmia. E
si ricorre a tutto l’armamentario
tradizionalista per contestare la praticabilità
dell’ingegneria genetica dimenticando che
attraverso le arti possibili (incroci e
selezioni) i nostri avi altro non hanno fatto
che manipolare la natura trasformandola.
Cosicché oggi non esiste un cavallo, un cane, un
gatto e neppure un pollo (per non parlare di
frutta e verdura) che somigli anche lontanamente
a quanto era presente sulla terra una ventina di
secoli addietro. E di esempi di simili
contraddizioni potrei farne a decine. Ma non è
questo il punto. Come serve a poco qui e ora
soffermarmi su altre osservazioni, per esempio
sulla contrastata teoria delle élite alla quale
si è opposta tutta una serie di obiezioni
democratico-legali legate al consenso e
all’autorità o alla sovranità.
Insomma, si è rifiutato aprioristicamente (da
parte di molti) di interpretare il nucleo
centrale dell’idea “archeofuturista” proposta da
Faye.
Che è invece quanto mi propongo di fare io
proprio per riaprire un dibattito interrotto tre
anni fa.
Perché la nostra comunità non sia tentata di
battezzare il prossimo millennio con idee
anarcofuturiste (già si potrebbe discutere su
eventuali idee anarcofuturiste) cercherò di dire
perché possiamo dirci “archeofuturisti”. Sul
prossimo numero. |