|
Perchè il Tibet Viva
In
queste ore nelle strade di Lhasa,
pattugliata da oltre 20.000 soldati
cinesi e da una cinquantina di
blindati dell’Armata Rossa, decine e
decine di prigionieri politici
tibetani sfilano sui carri
dell’esercito di Pechino ammanettati
e a testa bassa mentre dagli
altoparlanti una voce metallica
intima a quanti non sono stati
ancora arrestati di consegnarsi
prima che sia troppo tardi. E sempre
in queste ore sono stati affissi sui
muri della cosiddetta Regione
Autonoma del Tibet e delle contee e
aree tibetane incorporate nelle
province del Sichuan e del Gansu,
manifesti in cui si avverte la
popolazione che ogni assembramento
verrà immediatamente sciolto con la
forza dalla Polizia Armata che ha
l’ordine di sparare sulla folla.
Questo
è la situazione del Tibet odierno,
governato da quella Cina che si sta
gioiosamente preparando a celebrare
la sua parata olimpica pronta ad
incassare il plauso e la meraviglia
del mondo per le sue conquiste e le
sue scintillanti vetrine. Quella
Cina autorefenrenziale che parla di
sé come di una “società armoniosa”
che grazie al “socialismo di
mercato” è proiettata verso un
futuro di superpotenza economica e
grazie alla forza dei suoi muscoli
(pochi giorni or sono Pechino ha
aumentato del 18% il suo già oneroso
budget per le spese militari) anche
di superpotenza politica.
In
un’intervista rilasciata alla
giornalista Ursula Gauthier e
pubblicata in gennaio dal
settimanale francese le Nouvel
Observateur, il Dalai Lama affermava
che nel corso dell’ultimo incontro
che i suoi inviati avevano avuto nel
giugno 2007 con alcuni dirigenti
cinesi, questi ultimi avevano
“puramente e semplicemente negato
l’esistenza di un problema
tibetano”.
Adesso
quei dirigenti dovranno ricredersi.
Adesso, che a Lhasa sono esplose
incontenibili la rabbia, la
frustrazione, il furore delle donne
e degli uomini del Tibet esasperati
da oltre cinquant’anni di giogo
coloniale brutale e inflessibile.
Adesso, che a Labrang, Ngaba, Ganja,
Machu e in altre località del Tibet
storico si susseguono manifestazioni
e proteste invariabilmente represse
nel sangue. Adesso, che ovunque nel
mondo si manifesta la disperazione
del popolo tibetano.
L’orrore della carneficina di Lhasa.
L’orrore delle fotografie dei
cadaveri degli assassinati dalle
pallottole cinesi sparate ad altezza
d’uomo. L’orrore dei rastrellamenti,
delle incarcerazioni indiscriminate,
delle torture. Tutto questo dimostra
che esiste un problema tibetano.
Esiste per Pechino ma esiste anche
per la diplomazia internazionale che
fatica a rimanere muta, cieca e
sorda (come certamente vorrebbe) di
fronte alla tragedia che si sta
consumando sul Tetto del Mondo.
E il
problema tibetano è molto semplice,
pur nella sua drammatica
complessità. Il dominio cinese, in
oltre sessant’anni di repressioni,
non è riuscito a normalizzare il
popolo tibetano né all’interno né
all’esterno del Tibet. Le immagini
che in questi giorni stanno
circolando sui circuiti televisivi e
sulla Rete, ci fanno vedere come la
protesta sia portata avanti
principalmente da giovani e
giovanissimi. Che si tratti di laici
o di monaci, si tratta sempre di
persone che non erano nemmeno nate
nel 1959. Che nonostante tutta la
retorica e la disinformazione cinese
continuano ad essere fedeli
all’identità tibetana e non si
piegano al pugno di ferro di
Pechino. Che continuano a sperare e
a lottare per un Tibet libero. Per
rangzen, il termine tibetano che
designa l’indipendenza così come
quello sanscrito swaraj di gandhiana
memoria.
Non a
caso “Rise up, resist, return”
(Insorgi, Resisti, Ritorna) è lo
slogan principale di quella “Marcia
Verso il Tibet” che cinque
organizzazioni della diaspora
tibetana hanno fatto partire da
Dharamsala il 10 marzo e che
attualmente, dopo un primo stop
provocato dalla polizia indiana che
il 13 marzo aveva arrestato i primi
cento marciatori, è ripresa e
proprio oggi ha lasciato lo stato
indiano dell’Himachal Pradesh ed è
entrata in quello del Punjab
puntando verso Nuova Delhi. Oggi il
popolo tibetano sente che
l’occasione olimpica mette come non
mai la Repubblica Popolare Cinese
sotto i riflettori dell’opinione
pubblica internazionale e questa
consapevolezza, insieme alla sempre
più forte disperazione, ha acceso
una scintilla che a Lhasa come a
Dharamsala, come in tanti altri
luoghi ha convinto i tibetani ad
agire. Credo sia importante
sottolineare il peso che proprio la
“Marcia Verso il Tibet” intrapresa
dagli esuli in India ha avuto e
continua ad avere per la situazione
tibetana. Anche se sono da escludere
le capacità organizzative di cui
parlano i cinesi, che accusano la
“cricca del Dalai Lama” di essere la
responsabile dell’insurrezione di
questi giorni, è però molto
probabile che le notizie della
“Marcia” diffuse in Tibet attraverso
un passaparola di telefonate, Sms,
Mms, lettere (non Internet perché in
Tibet la comunicazione telematica è
strettamente controllata
dall’apparato poliziesco), ascolti
collettivi dei programmi di Radio
FreeAsia, siano state per i tibetani
una ulteriore spinta a protestare. E
infatti tra il 10 e il 13 marzo,
mentre in India la “Marcia Verso il
Tibet” si snodava lungo le strade
dell’Himachal Pradesh, a Lhasa
cominciavano a tenersi le prime
manifestazioni. Dapprima sparuti
gruppi di monaci poi masse sempre
più ingenti di laici e religiosi,
sono scese nelle strade della
capitale tibetana per protestare
contro l’occupazione cinese.
Sarà
bene ricordarlo. Si è trattato per
almeno tre giorni di manifestazioni
assolutamente pacifiche dove non è
volata nemmeno una pietra ma si sono
uditi solo slogan e preghiere.
Nonostante questo Pechino ha
risposto immediatamente con la
solita brutalità e durezza.
Manifestanti arrestati e torturati
in prigione, asfissianti controlli
di polizia, monasteri assediati per
impedire ai monaci di uscire. Ed è a
questo punto che la collera dei
tibetani è esplosa incontenibile
contro ogni segno visibile della
presenza cinese. I simboli
dell’occupante (negozi, edifici,
automobili) sono stati presi a
sassate, divelti e a volte dati alle
fiamme. In qualche sporadico caso a
fare le spese della frustrazione
tibetana sono stati anche alcuni
coloni cinesi. I nodi di decenni di
vite vissute come cittadini di terza
classe nel proprio Paese, decenni di
angherie, umiliazioni, sofferenze,
discriminazioni sono infine venuti
al pettine.
E’
difficile capire cosa stia passando
nella testa della nomenclatura
cinese in questo momento. Difficile
stabilire se il segnale che sta
arrivando loro dalle vie e dalle
piazze di Lhasa, dai monasteri e dai
villaggi dell’Amdo (luogo natale
dell’attuale Dalai Lama) e del Kham,
perfino da alcuni insediamenti dei
nomadi, li farà recedere dalla
posizione di totale chiusura in cui
si sono autorinchiusi. Difficile
capire se almeno qualcuno nelle
stanze dei palazzi del potere di
Zhongnanhai stia rimpiangendo di non
aver dato ascolto e spazio alla
posizione moderata e disponibile del
Dalai Lama. Di aver sempre sempre
chiuso in faccia la porta alla
richiesta di dialogo del Dalai Lama.
Di aver detto sprezzantemente ai
suoi inviati che “non esiste alcun
problema tibetano”.
Di
almeno una cosa però adesso, grazie
all’eroismo e al sacrificio di
centinaia di persone, possiamo
essere certi. Hu Jintao, Wen Jiabao
e gli altri autocrati di Pechino
hanno dovuto prendere atto che
esiste un “problema tibetano”. A
caldo stanno dando la colpa alla
“cricca del Dalai” ma non si deve
escludere che possano aver compreso
come in realtà stanno le cose. Ed
ora si trovano di fronte ad un
bivio. Possono illudersi di pensare
di risolvere il problema con ancora
più repressione, ancora più torture,
ancora più condanne a morte, ancora
più coloni oppure, realisticamente,
comprendere una buona volta
l’irriducibilità della questione
tibetana. Probabilmente è per loro
l’ultima spiaggia. Perché se non
ottiene almeno una modesta apertura
di credito, la ragionevole politica
del Dalai Lama non avrà più alcuna
chance agli occhi del suo popolo che
già oggi, nonostante l’immensa
devozione che lo circonda sul piano
religioso, politicamente non
convince settori significativi della
sua gente.
Nei
prossimi giorni vedremo cosa accadrà
nel Paese delle Nevi. E’ di pochi
istanti fa la notizia che il Dalai
Lama, come gesto estremo per porre
termine alla carneficina e in
risposta alle accuse cinesi di
essere il mandante delle
manifestazioni, si è dichiarato
disponibile a dare le “dimissioni”
dalla guida del suo governo. Si
tratta probabilmente di una minaccia
indirizzata ai dirigenti cinesi
affinché gli consentano di poter
continuare a chiedere al suo
martoriato popolo moderazione. Nei
fini e nei mezzi. Dubito che possa
essere ascoltato con autentica
sincerità da quanti hanno ancora le
mani lorde del sangue di centinaia
di vittime e non smettono di
ricoprire l’Oceano di Saggezza di
insulti e contumelie. Comunque
vadano le cose però, ritengo che sia
indispensabile che continui in India
il movimento gandhiano della “Marcia
Verso il Tibet” che potrebbe
divenire per la questione tibetana,
quello che la “Marcia del sale” del
Mahatma Gandhi rappresentò per la
lotta di liberazione dell’India. E’
fondamentale che la vitalità,
l’energia, l’entusiasmo, che la
“Marcia Verso il Tibet” sta
suscitando tra i tibetani e i loro
sostenitori internazionali non si
spengano e anzi vengano
continuamente alimentati. Solo così
infatti le donne e gli uomini del
Tibet, dentro e fuori il loro Paese,
potranno trovare la forza,
l’energia, l’ispirazione per
continuare la lotta senza soccombere
ai demoni della rabbia cieca, della
disperazione e del furore. Solo così
la scintilla della battaglia per un
Tibet libero potrà rimanere ben viva
e visibile a tutti. Anche ai cinesi
di buona volontà.
Perché
il Tibet viva.

20
marzo 2008 |