italiano | english Home Contact us | FAQs | search | Sitemap
Home
Su

 

K Il mondo piccolo di Guareschi K

di Alessandro Tamburini

l'Adige, 9 aprile 2008


Il centenario della nascita, che coincide con il quarantennale della morte, riporta alla ribalta delle cronache la figura di Giovanni Guareschi, da sempre capace di suscitare sentimenti accesi e contrapposti: feroce odio, espresso nella forma della rimozione assoluta, da parte della critica e della società letteraria, amore incondizionato da parte dei milioni di lettori. Anche Guareschi, del resto, è sempre stato uomo di parte, polemista viscerale, fazioso, dichiaratamente schierato in ogni occasione. «Qualcuno si ostina a voler trovare che Candido ha vaghe tendenze destrorse», ebbe a scrivere del settimanale che dirigeva «il che non è vero per niente in quanto Candido è di destra nel modo più deciso e inequivocabile». Ma è anche rimasto sempre un personaggio scomodo, poco addomesticabile e per nulla governabile, visto come acerrimo nemico dalla sinistra e però inviso anche alla parte opposta. Si è macchiato di posizioni anche odiose ed esecrabili, come nel caso della rubrica antiebraica «Il Samuelino», che su Bertoldo anticipava le leggi razziali del 1938, ma gli va riconosciuto di non aver mai nascosto per opportunismo o per lucro le proprie posizioni, e di aver pagato più di una volta di persona, coi due anni di internamento, dal 1943 al 1945, in un lager tedesco, poi coi quattordici mesi di carcere, nel 1954, per aver pubblicato delle lettere, ritenute apocrife, in cui De Gasperi chiedeva agli alleati di bombardare Roma. Vignettista, umorista, su riviste come appunto Bertoldo e Candido ma anche su numerose altre testate, è stato inventore di motti memorabili, fra tutti, quello coniato per le elezioni del '48, quando scrisse «Nell'urna Dio ti vede, Stalin no». Provocatorio, sferzante e spesso caustico, aldilà delle opzioni ideologiche ha comunque fatto scuola e il suo Candido è stato l'unico grande giornale di satira politica prima del Male degli anni Settanta. Il suo bersaglio di fondo era l'Italia nata con la repubblica, che gli appariva paurosa, conformista, facile al compromesso e incline alla corruzione. Di questa è sempre stato spietato flagellatore. Basti ricordare come l'ha fotografata con una vignetta raggelante del gennaio 1946, in cui due ragazzini cenciosi e rattoppati si incontrano, sullo sfondo di macerie della guerra. «Il tuo papà?», domanda uno. «Ucciso dai fascisti?». «E il tuo?», domanda l'altro. «Ucciso dai partigiani». «Facciamo società? Io canto e tu vai in giro con il piattino». Guareschi è stato inoltre autore di numerosissimi libri e sono stati questi a dargli una fama planetaria e una duratura memoria, su tutti la famosa saga paesana di Don Camillo e Peppone, iniziata per caso proprio con un pezzetto su un Candido della fine del '46 e fissata per la prima volta nel '48 con Mondo piccolo: Don Camillo. Il successo di vendite è stato subito enorme e anche di più dopo il 1952, con l'uscita del film di Julien Duvivier, primo di una lunga serie, che ha immortalato i personaggi nelle sembianze di Gino Cervi e di Fernandel. (E va ricordato come Guareschi si sia a lungo ma invano battuto per interpretare lui stesso il personaggio di Peppone). Nel paese della sua bassa parmense Guareschi ha allestito il teatro in cui mettere l'uno contro l'altro l'agguerrito parroco Don Camillo e in sindaco comunista Peppone, in uno scontro fra ideologie, fedi e parrocchie radicalmente contrapposte. L'intento palese è di mettere in ridicolo valori e principi, a suo modo di vedere del tutto posticci, del comunismo, e il mito dell'Unione Sovietica che gli stava dietro, ma quel che ne esce è un ruspante e vivacissimo quadro dell'Italia del dopoguerra, con le sue ferite non ancora rimarginate e troppi conti ancora aperti, con le difficoltà economiche e la miseria, con le insicurezze e le ansie, più che lo slancio, della ricostruzione. In questo scenario, fra la piazza del paese, dove si fronteggiano la chiesa e la Casa del Popolo, sindaco e parroco sono avversari acerrimi ma in fondo leali, che spesso si ritrovano uniti nella causa del buon senso e della generosità, di una pietas che travalica gli steccati della politica e dell'ideologia. A distanza di qualche decennio, si può forse riconoscere qualche ragione in chi continua ad accusare di rozzezza, semplicismo e inadeguatezza questa rappresentazione dell'Italia, dei suoi conflitti e delle sue contraddizioni. È rimasta memorabile una feroce stroncatura di Raboni, che gli negava l'identità di scrittore, per lo stile giudicato pessimo, e lo accusava di aver ridotto la realtà drammatica di una nazione e di un'epoca a rissa fra macchiette, a farsa paesana. Ma proprio in base al giudizio del tempo, va riconosciuta invece a Guareschi proprio la limpida qualità del narratore. La sua lingua sarà anche fatta di appena duecento parole, come era solito dire lui stesso, ma lui è capace di usarle con uno stile essenziale e moderno, fatto di fulminanti ritratti, dialoghi all'americana, sentimenti e passioni potenti concentrate in poche righe. «La Storia è nemica delle storie, ma solo attraverso le storie si capiscono le persone», scrive Peter Bichsel e Guareschi sembra aver applicato al meglio questa lezione. Le sue storie muovono da uno sguardo lucido e ispirato e risultano coinvolgenti fin dalla prima parola, riuscendo essere divertenti e toccanti allo stesso tempo. La sua capacità di affabulazione del tutto naturale, sempre sorretta da una forte valenza emotiva, si colloca in pieno nel solco di una tradizione emiliana che molto si avvale dell'oralità, e che più tardi troverà in autori come Celati e Tondelli dei valenti prosecutori. I personaggi di Guareschi, senza distinguo di fedi politiche o ideologiche, arrivano dritti al cuore del lettore, altrimenti non si spiegherebbe la popolarità di livello mondiale che hanno saputo raggiungere. Don Camillo è stato tradotto e continua a essere letto in tutte le lingue, compresi l'islandese e il serbo-croato, il vietnamita e il lituano. Le odierne celebrazioni, che vedono in programma mostre, rassegne cinematografiche e pubblicazioni (fra cui una ricca biografia edita da Rizzoli), potranno essere un'utile sprone per leggerlo e rileggerlo, a cominciare proprio dall'incipit di Don Camillo: mondo piccolo, con tre piccole storie di presentazione che lette una volta non si dimenticano più.

 

 
l'Uomo Libero - Via San Tomé, 13 - 38064 San Giorgio di Arco (TN)

contatto