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Non dimentichiamo quei martiri
di
Toni Brandi
Arrivati a Dehli verso mezzanotte ore locale, la
polizia di frontiera ci ferma, requisisce i
nostri passaporti, perquisisce i nostri bagagli
e ci trattiene fino alle 2,30, circa quando ci
rilascia, senza nessuna spiegazione, rifiutando
anche di comunicare i propri nomi. Credo che il
rilascio sia anche dovuto all 'intervento della
gentilissima Dott.ssa Cicconi dell'Ambasciata
Italiana. Tre poliziotti ci scortano all'uscita
ed entrano (non invitati..) nel nostro taxi fino
all'albergo "per garantire la nostra sicurezza".
Impeditoci inizialmente di fare passeggiata,
dopo proteste, ci permettono di uscire, sempre
sotto la loro scorta. Dopo poche ore di sonno,
fatta colazione, intendiamo uscire. La polizia è
ancora presente e ci impedisce di lasciare
l'albergo senza la loro "compagnia". Per un paio
di volte entriamo in un taxi e loro,
forzatamente, entrano....e noi usciamo. Contatto
di nuovo l'Ambasciata, nella persona del
Console, Dott Agnis, che si mostra gentilissimo
e promette d'interessarsi della cosa. Ho saputo,
successivamente, che ha fatto tutto ciò che era
in suo potere con le autorità indiane. Verso le
11,30 la polizia, sempre in borghese, ci arresta
senza motivazione. Un poliziotto mi torce il
polso per prendermi il cellulare, un altro
spinge la mia testa in basso ed ambedue mi
costringono ad entrare in macchina. Altri
quattro prendono con forza la mia amica, che
cade per terra, e, con violenza la spingono in
macchina. Ci portano all'ufficio centrale della
"Special Cell" ossia l'unità che si occupa
dell'antiterrorismo e dei crimini contro la
sicurezza dello stato. Requisiscono i cellulari
e le camere e ci rifiutano il permesso di
parlare con il console italiano, l'avvocato e
con il responsabile dello stesso ufficio. Anche
questi poliziotti rifiutano di dare i loro nomi.
Dopo sei ore ci hanno rilasciato. Erano le
18,00, circa. Ringrazio il Console Italiano ed
il suo personale. Non ho grandi rimostranze
contro la polizia indiana che, esclusa la
violenza gratuita al momento dell'arresto e la
detenzione, che considero illegale, si è
comportata gentilmente e ha svolto il proprio
triste lavoro. Sono molto preoccupato riguardo
alla forza che la Cina ha oggi di determinare le
azioni degli altri governi, come quello indiano,
e le azioni delle istituzioni internazionali
come le Nazioni Unite. Trovo gravissimo che, a
causa di interessi finanziari internazionali,
che, ricordiamolo, sono sempre a scapito di
molti per il vantaggio di pochi, e con la
complicità dei grandi media, oggi si tace sul
pericolo che la minaccia militare, economica e
politica cinese rappresenta per la pace,
presente e futura,nel mondo. Siamo
successivamente andati nella zona dove era
appena finita la manifestazione pacifica di
protesta dei Tibetani. Abbiamo saputo che Delhi
era blindata da ventimila poliziotti e che piu'
di cento persone erano state arrestate. La
Torcia Tibetana ha marciato, con cinquemila
indiani e tibetani, per quattro chilometri e,
oggi, 18.4, riparte la "marcia di ritorno a
casa". Devo sottolineare che questa è gente
pacifica che canta, prega e sventola le proprie
bandiere e che, a causa di questi "crimini" è
oggi perseguitata.
Ho avuto l'onore di conoscere Tenzin Choeying,
il presidente di "Students for Free Tibet",
Chime Yungdrung, presidente del National
Democratic Party of Tibet e due deputati del
parlamento Tibetano : Tseten Norbu e Dorjee
Wangdi Dewatshang. Mi raccontano le loro storie
e le loro aspirazioni. Gli spiego che molti in
occidente sono in anima, spirito e corpo con
loro. Credo che il mondo debba essere molto
riconoscente ai martiri Tibetani e non solo per
la giusta causa del Tibet ma perchè è grazie a
questi martiri che i crimini comunisti cinesi
appaiono di nuovo sulle pagine dei nostri
giornali e l'ipocrisia delle Nazioni Unite e
delle istituzioni sportive, politiche e
finanziarie internazionali diventa sempre piu'
palese. E' solo grazie a loro che molti, di
diverse opinioni politiche, si riuniscono in
questa giusta grande battaglia. Infatti, oggi,
sempre piu' gente si rende conto di quanto aveva
ragione Ortega Y Gasset nel dire che "il modo
migliore di dichiararsi di essere un imbecille è
quello di dichiararsi di essere di destra o di
sinistra".
Un giovane ragazzo, Tenzin, mi racconta come è
stato picchiato ed arrestato sia in Nepal che in
India. Nel parlare con questi profughi tibetani,
la mia mente corre alla Lituania. Nonostante
cinquant'anni di oppressione comunista
sovietica,di persecuzioni, con centinaia di
migliaia di lituani spariti nell'inferno dei
gulag e nonostante il tradimento dell'occidente,
la Lituania vive oggi in libertà, parla la
propria lingua e sventola le proprie bandiere.
Ascoltando le storie dei patrioti morti per il
Tibet, ricordo anche una scritta che lessi sui
blocchi di cemento che difendevano il parlamento
lituano dai carri sovietici, nell' agosto del
1991. Vi era scritto "Zusim Kad Gyventume" ossia
"noi moriamo affinchè il nostro popolo possa
vivere". Questo è lo stesso ed il vero messagio
dei martiri Tibetani di oggi. Non dimentichiamo
questi martiri ! Ricordiamoci che la lotta per
la libertà e per l'auto determinazione del
popolo Tibetano è la stessa lotta per la libertà
dei Cristiani nel Darfur, dei Karen e dei monaci
in Myanmar, dei contadini e dei migranti cinesi
e di tutti quelle genti del mondo che rifiutano
di essere omologate come semplici "statistiche"
o semplici "consumatori" alla mercé del "mercato
globale" ma che vogliono, invece, essere veri e
propri popoli orgogliosi delle loro delle loro
tradizioni, delle loro religioni e della propria
identità. Sono convinto che il male non può
trionfare ma perchè ciò avvenga è necessario che
tutti gli uomini e donne di buona volontà si
sveglino ed agiscano perchè la battaglia per la
libertà in Tibet è anche la nostra battaglia.
Toni Brandi |