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Il
rumore del silenzio
Foibe ed esodo dei 350.000 italiani
d'Istria, Fiume e Dalmazia
Prefazione
Un filo rosso che lega idealmente i fatti che
vogliamo raccontare in queste pagine, con i
giorni in cui il nostro lavoro è andato in
stampa. Un filo rosso che unisce la storia di
questi cinquant'anni, nel silenzio che l'ha
accompagnata, nell'ignoranza che l'ha
contraddistinta, nella subdola politica degli
autori dello sterminio etnico, dei giudici
conniventi e di chi ha sempre saputo ma ha
preferito non parlare. Non stiamo dando la
verità in pillole preconfezionate, vogliamo solo
raccontarvi un pezzo di storia italiana che non
troverete nei libri di scuola; vogliamo dare il
via a un dibattito che attraverso la riscoperta
di una memoria comune, ci può aiutare a trovare
l'impervia strada della pacificazione di un
popolo che ha smarrito il senso di appartenenza
alla medesima vicenda nazionale. Abbiamo parlato
di ignoranza, di silenzio, di politica subdola e
giudici conniventi. Un esempio: a Novembre di
quest'anno si è decretato il non luogo a
procedere nei confronti di tre infoibatori. La
scusa? I reati sarebbero stati commessi su parte
del territorio nazionale successivamente ceduto
ad altro Stato. Peccato, che l'esercizio della
giurisdizione non viene meno in quanto si fonda
sull’applicabilità della legge italiana, per
essere stato il reato commesso in territorio
nazionale al tempo della sua consumazione.
Peccato per tanta ignoranza e malafede da parte
di chi dovrebbe rappresentare ognuno di noi.
Un’ultima considerazione: il giudice che ha
istituito il processo e gli avvocati di parte
civile continuano a ricevere minacce di morte
per il loro interessamento alla vicenda dei tre
assassini. Non aspettatevi di trovare queste
notizie sulle prime pagine dei giornali. Per
certa gente continuano ad esistere italiani,
morti, assassini, avvocati e giudici di serie a
e di serie b; anche per loro abbiamo scritto
questa dispensa.
Genocidio
Foibe, campi di sterminio, fosse comuni, tombe
senza nomi e senza fiori, dove regna il silenzio
dei vivi ed il silenzio dei morti.
Migliaia di scomparsi… dalla storia che
attendono giustizia e verità. Scomparvero dalle
loro case, dall'affetto dei loro cari, dalla
loro terra, dalla Patria che tutti amavano al di
là delle diverse ideologie politiche.
Insieme vittime di un disegno criminale basato
sull'odio etnico degli slavi e sull'ideologia
marxista-leninista, che saldarono il IX Corpus e
le armate titine in un'unica fratellanza con i
collaborazionisti italiani, rei di essersi
macchiati del sangue dei fratelli, sacrificati
sull'altare di un sogno utopistico di
internazionalismo emancipatore dei popoli.
Tra il 25 luglio 1943 (caduta del Regime
fascista) e l'8 Settembre 1943 (data della
comunicazione dell'Armistizio, in effetti
firmato il 3.9.1943) nelle zone del confine
orientale (Friuli, Area giuliana-goriziana,
Trieste, Istria e Dalmazia) tedeschi (slavi
alleati dei tedeschi e partigiani slavi
comunisti) preparano le contromosse alla
prevista modifica di posizione dell’Italia nei
confronti della alleanze.
In quel tempo nelle aree suddette, erano
presenti, con i loro interessi nazionali o
internazionali marxisti, le seguenti fazioni: i
rappresentanti del Regio esercito italiano (che
controllavano non solo le provincie italiane di
Pola, Fiume e Zara, Spalato, ma anche
l’acquisita provincia slovena di Lubiana e
l'intera Dalmazia), i tedeschi (che ritenevano
essenziale il controllo delle vie di
comunicazione con i Balcani sia dal punto di
vista strategico che per il transito delle
materie prime), gli sloveni (divisi tra
filo-tedeschi e filo-comunisti con sfumature
nazionaliste), i croati (il regno di Croazia,
più o meno affiliato alla Corona d'Italia, aveva
in Ante Pavelic l'espressione nazionalista,
filo-tedesca, anti-ebrea e anti-italiana), i
croati filo-comunisti (inquadrati nelle forze
della Resistenza, presenti in Istria e a
contatto con italiani comunisti), i serbi
cetnici, le formazioni volontarie slave
inquadrate nelle SS (Bosniaci, Croati, ecc.).
L'area, inoltre, da sempre considerata di
influenza britannica, collegava le sue mosse a
rapporti stretti sia con Londra che con Mosca,
attraverso le variegate componenti
etnico-politiche.
Questo groviglio di gruppi non si fa trovare
impreparato l'8 settembre, ad eccezione degli
italiani, le cui Forze armate, abbandonate a se
stesse, sono preda dei tedeschi e dei
partigiani.
La creazione dell'Ozak (zona d’Operazioni del
Litorale adriatico) da parte dei tedeschi e la
nascita della RSI (Repubblica Sociale Italiana)
che riprende in mano la guida delle istituzioni
civili e di polizia (carabinieri, Guardia di
Finanza, Pubblica sicurezza confinaria ecc.)
contribuiscono a “bonificare” la zona, che però
non è indenne da atti di guerriglia,
prelevamenti di persone e sparizione,
rappresaglie, deportazioni di natura
etnico-politica.
Le autorità del Reich (nell'ambito delle quali
si distinguono due ali: quella tedesca e quella
austriaca, rappresentata dal commissario Rainer
e dal comandante SS Globocnick) stringono nuove
alleanze appoggiando le nuove fazioni che si
sono create e rafforzate nell'area (in Slovenia:
Bela Garda e Domobranci - milizie armate
anti-comuniste e filo-tedesche; in Croazia:
Ustascia - milizie filo-naziste, ultra
nazionaliste e permeate di mito etnico) a
discapito degli interessi italiani. Tuttavia il
Governo repubblicano fascista riesce a far
sopravvivere la struttura amministrativa e la
presenza militari attraverso reparti come la Xª
Mas, il Battaglione bersaglieri “Mussolini”, il
reggimento alpini “Tagliamento”, la Mdt (Milizia
difesa territoriale), naturalmente i corpi di
Polizia (Carabinieri, Guardia di Finanza e
Pubblica sicurezza) ed altri corpi militari e
para-militari di vario spessore ed importanza
(Guardia civica, Brigate nere, ecc.).
Va rafforzandosi anche la Resistenza italiana
che però si presenta divisa in partigiani
garibaldini comunisti che dal 1944
collaboreranno totalmente con la Resistenza
slava rappresentata dal IX Corpus, rendendosi
responsabili di collaborazione nei prelevamenti
di italiani, come provato dalle testimonianze
dei familiari dei deportati, e di eccidi di
anti-comunisti (Porzus 7.2.1945), sono cioè, la
parte più dura nella guerra civile (Gap) - e in
partigiani osovani.
Dal 1944 sono presenti nell'area forti
contingenti di cosacchi, caucasici e turkmeni,
inquadrati in formazioni militari tedesche ai
quali era stata promessa una terra ed una patria
nelle zone dell'Ozak.
La presenza di numerosi militari paracadutati
tra i partigiani (inglesi, americani, russi) e
di incontri e missioni tra il Regno del Sud e
reparti militari della RSI rendono sempre più
complessa la situazione che esplode alla caduta
del fronte ed al crollo della Germania.
È così che il primo maggio, truppe comuniste
titine entrano in Trieste e Gorizia e, aiutate
dai collaborazionisti italiani, fornite di liste
di proscrizione, prelevano, deportano, infoibano
e detengono in campi di sterminio circa 12.000
Italiani (secondo il Cln)
A Zara, erano entrate il 30.10.1944 mentre a
Fiume e Pola entreranno il 3.5.1945.
Il disegno di genocidio fu condotto senza
distinzioni politiche razziali ed economiche o
di sesso ed età; furono arrestati fascisti ed
anti-fascisti (anche partigiani), cattolici ed
ebrei, industriali, dipendenti privati ma anche
agricoltori, pescatori, donne, vecchi, bambini,
e soprattutto, i servitori dello Stato
(carabinieri, poliziotti, finanzieri, militi
della Guardia civica, ecc.).
Le Foibe colpirono una parte dei prelevati e
furono la tomba di alcuni centinaia di italiani,
ma la maggioranza finì in campi di sterminio ed
in fosse comuni.
Momenti di una tragedia
La
storia non è solo lo studio di date, di
fenomeni, di battaglie, di interpretazioni, ma
la visione di quell'eterno mosaico composto da
milioni di tasselli che parlano di uomini e
donne con i loro dolori, le loro tragedie, i
loro sogni, i loro affetti. È per questo che i
flash che accendiamo nel buio della galleria
scura dell’ipocrisia e del silenzio creata in
cinquant’anni di falsa storia vi sembreranno
scarni, crudi, duri, ma vogliono ricondurre
l'interpretazione della stessa alla lettura
della vita, dei drammi e delle tragedie di
migliaia di italiani.
Zara: “… Nelle giornate del 7 e 8 novembre 1944
(Zara cadde in mano partigiana il 30 ottobre
1944) furono fatti uscire dai sotterranei della
caserma “Vittorio Veneto” una ventina di agenti
ed una trentina di civili ivi rinchiusi, e
quindi, trasportati assieme ad altri venticinque
civili nell’isola di Ugliano. Dopo che i
partigiani accompagnatori hanno consumato il
pasto e bevuto abbastanza, vengono invitati i
primi venticinque a lasciare i loro abiti e
rimanere solo con le scarpe, pantaloni e
camicia. Dopo tale operazione vengono avviati
lungo un sentiero terminante in un precipizio a
picco sul mare e qui massacrati come cani. I
cadaveri finiscono nel burrone h vicino.
Liquidati i primi, i partigiani tornano indietro
per eseguire la stessa operazione con gli altri.
Difatti anche questi vengono invitati a
togliersi i vestiti e a rimanere solo con gli
stessi indumenti dei primi; inoltre, raccolti
tutti i documenti ed ogni carta tenuta dagli
agenti, si procede alla loro distruzione col
fuoco…” (doc. 12 Ministero Esteri)
Fiume: “… avvennero arresti di antifascisti e
fascisti, purché italiani. Per non fare lunghi
elenchi di nomi voglio notare alcuni tra quelli
completamente fuori da ogni movimento fascista.
L'architetto Pagan, il quale, per essere
dissenziente al movimento fascista, fu arrestato
il giorno 3 maggio. Fu arrestata pure la moglie
di un ufficiale della Marina Italiana,
combattente a fianco degli Alleati, nata Sennis.
In seguito venne arrestata anche sua madre, la
direttrice didattica Sennis. Altra persona
arrestata fu Riccardo Bellandi, amatissimo per
il suo buon cuore da tutti i fiumani…”
Spalato: “… Le nefaste giornate vissute dagli
italiani di Spalato durante la temporanea
occupazione delle bande serbo-comuniste
resteranno dolorosamente scolpite nella mente di
quanti hanno avuto la triste sorte di esserne
testimoni oculari. Integerrime figure di
patrioti italiani vennero barbaramente seviziate
ed uccise. Oltre quattrocentocinquanta furono le
vittime cadute nell'eccidio compiuto dai banditi
contro cittadini che altra colpa non avevano se
quella di essere italiani. Le notizie che
giungono dalla dolorante terra di Dalmazia sono
quanto mai angosciose. Oltre all'eccidio dei
maestri delle scuole di Spalato e di altri paesi
dell’interno della Dalmazia, risultano uccisi il
conte Silvio de Micheli Vitturi e l'avvocato
Matteo Mirossevich, commissari comunali alla
Castella, nonché il fiduciario del Fascio di
Castel San Giorgio Mario Valich, gli squadristi
Vincenzo Bilinich, Ben Radovnicovich, Antonio
Biuk, Simeone Segnanovich, Antonio Bonacci,
Stefano Zocchich, tale Craglich, i fratelli
Vittorio e Michele Fiorentino e tanti altri.
Pure, sotto il piombo della furia omicida dei
banditi, sono caduti vari commissari di Pubblica
sicurezza, assieme ad una ottantina di agenti.
Tra gli scomparsi figura anche il dottor Popov,
il dottor Maiano, il dottor Castellini e il
dottor Sorge. A Lissa è stato ucciso lo
squadrista Petrossich. Giuseppe Trzich e la
figlia del viceprefetto Lugher, che da Zara si
recavano a Spalato, sono stati anch'essi
barbaramente assassinati.
Numerosi sono gli italiani i quali prima di
essere uccisi hanno dovuto sottostare a crudeltà
inaudite. A taluni sono stati strappati con
delle tenaglie roventi gli orecchi, altri,
rinchiusi in gabbie di ferro, sono stati esposti
al ludibrio della plebaglia. A stroncare tale
scempio di vite umane sono sopraggiunte le
truppe tedesche, che sono state costrette a
combattere aspramente prima di aver ragione dei
banditi che si erano asserragliati a Salona, la
quale - data la violenza della lotta - è stata
completamente distrutta…
Norma Cossetto
…
Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24
anni di S. Domenico di Visinada, laureanda in
lettere e filosofia presso l'Università di
Padova. In quel periodo girava in bicicletta per
i comuni dell'Istria per preparare il materiale
per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo
“L'Istria Rossa” (Terra rossa per la bauxite).
Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani
irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa.
Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i
letti per spaventare le persone.
Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne
condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri
di Visignano dove i capibanda si divertirono a
tormentarla, promettendole libertà e mansioni
direttive, se avesse accettato di collaborare e
di aggregarsi alle loro imprese. Al netto
rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della
Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri
parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio
Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada
Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti,
Umberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico,
Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo. Dopo
una sosta di un paio di giorni, vennero tutti
trasferiti durante la notte e trasportati con un
camion nella scuola di Antignana, dove Norma
iniziò il suo vero martirio. Fissata ad un
tavolo con alcune corde, venne violentata da
diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati,
quindi gettata nuda nella Foiba poco distante,
sulla catasta degli altri cadaveri degli
istriani. Una signora di Antignana che abitava
di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti
e lamenti, verso sera, appena buio, osò
avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la
ragazza legata al tavolo e la udì,
distintamente, invocare la mamma e chiedere da
bere per pietà…
… Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i
tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella
di Norma, catturarono alcuni partigiani che
raccontarono la sua tragica fine e quella di suo
padre. il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di
Pola, al comando del maresciallo Harzarich,
ricuperarono la sua salma: era caduta supina,
nuda, con le braccia legate con il filo di
ferro, su un cumulo di altri cadaveri
aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed
altre parti del corpo sfregiate. Emanuele
Cossetto, che identificò la nipote Norma,
riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arme da
taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli
altri".
Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le
altre vittime erano state legate dietro. Da
prigionieri partigiani, presi in seguito da
militari italiani istriani, si seppe che Norma,
durante la prigionia venne violentata da molti.
Un'altra deposizione aggiunge i seguenti
particolari: “Cossetto Norma, rinchiusa da
partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di
Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature
alle mani e ai piedi e violentata per tutta la
notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata
nella Foiba.
…La salma di Norma fu composta nella piccola
cappella mortuaria del cimitero di Castellerier.
Dei suoi diciassette torturatori, sei furono
arrestati e obbligati a passare l'ultima notte
della loro vita nella cappella mortuaria del
locale cimitero per vegliare la salma, composta
al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel
fetore acre della decomposizione di quel corpo
che essi avevano seviziato sessantasette giorni
prima, nell'attesa angosciosa della morte certa.
Soli, con la loro vittima, con il peso enorme
dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba
caddero con gli altri, fucilati a colpi di
mitra…
Foibe
Foiba di Basovizza e Monrupino - Oggi monumenti
nazionali. Diverse centinaia sono gli infoibati
in esse precipitati. Sul massacro di Basovizza
il giornale "Libera Stampa" in data 1.08.1945
pubblicava un articolo dal titolo: “Il massacro
di Basovizza confermato dal Cin giuliano. Piena
luce sia fatta in nome della civiltà. Una
dettagliata documentazione trasmessa alle
autorità alleate della zona ed al Governo
italiano”.
L'articolo riportava un documento sottoscritto
da tutti i componenti del Cln e di quelli
dell'Ente costitutivo autonomia giuliana, che
così denunciava i crimini accaduti a Trieste tra
il 2 ed il 5 maggio: “Centinaia di cittadini
vennero trasportati nel cosiddetto "Pozzo della
Miniera" in località prossima a Basovizza e
fatti precipitare nell'abisso profondo
duecentoquaranta metri. Su questi disgraziati
vennero in seguito lanciate le salme di circa
centoventi soldati tedeschi uccisi nei
combattimenti dei giorni precedenti e le carogne
putrefatte di alcuni cavalli. Al fine di
identificare le salme delle vittime e rendere
possibile la loro sepoltura abbiamo chiesto
consiglio agli esperti che hanno collaborato, a
suo tempo, al recupero delle salme nelle Foibe
istriane.
L'attrezzatura a disposizione dei nostri esperti
non è sufficiente data l'eccezionale profondità
del pozzo, il numero delle salme e lo stato di
putrefazione delle stesse…”.
Davanti alle accuse che vengono fatte da alcuni
organi di stampa, di uccisioni indiscriminate,
che avrebbero interessato anche esponenti
antifascisti, il giornale "Pílinorski Dnevmk" in
data 5.08.1945, smentendo l'uccisione di
patrioti italiani, ammette l'infoibamento di
italiani a Basovizza e particolarmente di
poliziotti e finanzieri.
Così scrive: “… Questa nuova Jugoslavia del
maresciallo Tito, che per il numero delle
vittime, per la vittoria comune occupa senza
dubbio il secondo posto dopo l'Unione sovietica
e che è rispettata ed onorata dalla popolazione
slovena, croata e italiana di questa regione,
non è possibile che abbia oltre alla Guardia di
frontiera fascista, ai poliziotti, gettato nelle
Foibe anche i combattenti che hanno combattuto
da fratelli per la nuova Jugoslavia e dieci
soldati Neozelandesi…”
E, proseguendo con la definizione cinica
dell'alibi che ancora oggi alcuni storici
sloveni e croati sottolineano, giunge a dire: "…
sulla terra che ha sofferto per venticinque anni
il terrore snazionalizzatore italo-fascista si è
combattuto per anni contro i nazi-fascisti
assieme ad onesti italiani ed antifascisti non è
questa la prima e nemmeno l’unica grotta dove si
polverizzano le ossa dei criminali italiani e
tedeschi e di quelli che si sono opposti…"
Tra i responsabili degli infoibamenti a
Basovizza può essere indicata la Banda
Zoll-Steffè che presso le carceri triestine dei
Gesuiti imperversò sotto la denominazione della
Guardia del popolo.
Foiba di Scadaicina sulla strada di Fiume.
Foiba di Podubbo - Non è stato possibile, per
difficoltà, il recupero.
Il Piccolo del 5.12.1945 riferisce che coloro
che si sono calati nella profondità di 190
metri, hanno individuato cinque corpi - tra cui
quello di una donna completamente nuda - non
identificabili a causa della decomposizione.
Foiba di Drenchia - Secondo Diego De Castro vi
sarebbero cadaveri di donne, ragazze e
partigiani dell’Osoppo.
Abisso di Semich – “… Un'ispezione del 1944
accertò che i partigiani di Tito, nel settembre
precedente, avevano precipitato nell'abisso di
Semich (presso Lanischie), profondo 190 metri,
un centinaio di sventurati: soldati italiani e
civili, uomini e donne, quasi tutti prima
seviziati e ancor vivi. impossibile sapere il
numero di quelli che furono gettati a guerra
finita, durante l'orrendo 1945 e dopo. Questa è
stata fina delle tante Foibe carsiche trovate
adatte, con approvazione dei superiori, dai
cosiddetti tribunali popolari, per consumare
varie nefandezze. La Foiba ingoiò
indistintamente chiunque avesse sentimenti
italiani, avesse sostenuto cariche o fosse
semplicemente oggetto di sospetti e di rancori.
Per giorni e giorni la gente aveva sentito urla
strazianti provenire dall’abisso, le grida dei
rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli
spuntoni di roccia, sia perché resi folli dalla
disperazione. Prolungavano l’atroce agonia con
sollievo dell’acqua stillante. Il prato conservò
per mesi le impronte degli autocarri arrivati
qua, grevi del loro carico umano, imbarcato
senza ritorno…” (Testimonianza di Mons. Parentin
- da La Voce Giuliana del 16.12.1980).
Foibe di Opicina, di Campagna e di Corgnale – “…
Vennero infoibate circa duecento persone e tra
queste figurano una donna ed un bambino, rei di
essere moglie e figlio di un carabiniere …”(G.
Holzer 1946).
Foibe di Sesana e Orle - Nel 1946 sono stati
recuperati corpi infoibati.
Foiba di Casserova sulla strada di Fiume, tra
Obrovo e Golazzo.
Ci sono stati precipitati tedeschi, uomini e
donne italiani, sloveni, molti ancora vivi, poi,
dopo aver gettato benzina e bombe a mano,
l’imboccatura veniva fatta saltare.
Difficilissimi i recuperi.
Abisso di Semez - Il 7 maggio 1944 vengono
individuati resti umani corrispondenti a ottanta
- cento persone. Nel 1945 fu ancora “usato”.
Foiba di Gropada - Sono recuperate cinque salme.
“… Il 12 maggio 1945 furono fatte precipitare
nel bosco di Gropada trentaquattro persone,
previa svestizione e colpo di rivoltella “alla
nuca”. Tra le ultime: Dora Ciok, Rodolfo Zuliani,
Alberto Marega, Angelo Bisazzi, Luigi Zerial e
Domenico Mari…
Foiba di Vifia Orizi - Nel mese di maggio del
1945, gli abitanti del circondario videro lunghe
file di prigionieri, alcuni dei quali recitavano
il Padre Nostro, scortati da partigiani armati
di mitra, essere condotte verso la voragine. Le
testimonianze sono concordi nell'indicare in
circa duecento i prigionieri eliminati.
Foiba di Cernovizza (Pisino) - Secondo voci
degli abitanti del circondario le vittime
sarebbero un centinaio. L'imboccatura della
Foiba, nell'autunno del 1945, è stata fatta
franare.
Foiba di Obrovo (Fiume) – È luogo di sepoltura
di tanti fiumani, deportati senza ritorno.
Foiba di Raspo - Usata come luogo di genocidio
di italiani sia nel 1943 che nel 1945.
Imprecisato il numero delle vittime.
Foiba di Brestovizza - Così narra la vicenda di
una infoibata il “Giornale di Trieste” in data
14.08.1947.
"… Gli assassini l'avevano brutalmente
malmenata, spezzandole le braccia prima di
scaraventarla viva nella Foiba. Per tre giorni,
dicono i contadini, si sono sentite le urla
della misera che giaceva ferita, in preda al
terrore, sul fondo della grotta.”
Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova) - Luogo di
martirio dei carabinieri di Gorizia e di altre
centinaia di sloveni oppositori del regime di
Tito.
Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia) - A due
chilometri a nord-ovest di Gargaro, ad una curva
sulla strada vi è la scorciatoia per la frazione
di Bjstej. A una trentina di metri sulla destra
della scorciatoia vi è una Foiba. Vi furono
gettate circa ottanta persone.
Capodistria - Le Foibe - Dichiarazioni rese da
Leander Cunja, responsabile della Commissione di
indagine sulle Foibe del capodistriano, nominata
dal Consiglio esecutivo dell'Assemblea comunale
di Capodistria:
"… Nel capodistriano vi sono centosedici cavità,
delle ottantuno cavità con entrata verticale
abbiamo verificato che diciannove contenevano
resti umani. Da dieci cavità sono stati tratti
cinquantacinque corpi umani che sono stati
inviati all’Istituto di medicina legale di
Lubiana. Nella zona si dice che sono finiti in
Foiba, provenienti dalla zona di S. Servolo,
circa centoventi persone di etnia italiana e
slovena, tra cui il parroco di S. Servolo,
Placido Sansi. I civili infoibati provenivano
dalla terra di S. Dorligo della Valle. I
capodistriani, infatti, venivano condotti, per
essere deportati ed uccisi, nell'interno, verso
Pinguente. Le Foibe del capodistriano sono state
usate nel dopoguerra come discariche di varie
industrie, tra le quali un salumificio della
zona…”
Foiba di Vines - Recuperate dal Maresciallo
Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943
cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba,
sul cui fondo scorre dell'acqua, gli assassinati
dopo essere stati torturati, ftirono precipitati
con una pietra legata con un filo di ferro alle
mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano
nell'interno. Unico superstite, Antonio
Radeticchio, ha raccontato il fatto.
Cava di Bauxite di Gallignana - Recuperate dal
31 novembre 1943 all'8 dicembre 1943 ventitré
salme di cui sei riconosciute.
Foiba di Terli - Recuperate nel novembre del
1943 ventiquattro saline, riconosciute.
Foiba di Treghelizza - Reciìperate nel novembre
del 1943 due salme, riconosciute.
Foiba di Pucicchi - Recuperate nel novembre del
1943 undici salme di cui quattro riconosciute.
Foiba di Surani - Recuperate nel novembre del
1943 ventisei salme di cui ventuno riconosciute.
Foiba di Cregli - Recuperate nel dicembre del
1943 otto salme, riconosciute,
Foiba di Cernizza - Recuperate nel dicembre del
1943 due salme, riconosciute.
Foiba di Vescovado - Scoperte sei salme di cui
una identificata.
Altre foibe da cui non fu possibile eseguire
recupero nel periodo 1943 - 1945: Semi - Jurani
- Gimino - Barbana - Abisso Bertarelli - Rozzo -
Iadruichi.
Foiba di Cocevie a 70 chilometri a sud-ovest da
Lubiana
Foiba di San Salvaro.
Foiba Bertarelli (Pinguente) - Qui gli abitanti
vedevano ogni sera passare colonne di
prigionieri ma non ne vedevano mai il ritorno.
Foiba di Gropada.
Foiba di San Lorenzo di Basovizza.
Foiba di Odolina - Vicino Bacia, stilla strada
per Matteria, nel fondo dei Marenzi.
Foiba di Beca - Nei pressi di Cosina.
Foibe di Castelnuovo d'Istria – “Sono state poi
riadoperate - continua il rapporto del Cln - le
foibe istriane, già usate nell'ottobre del
1943”.
Cava di bauxite di Lindaro
Foiba di Sepec (Rozzo)
La
foiba doveva essere la sua tomba
Riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio di
Sisano.
Ecco il suo racconto:
“… addì 2 maggio 1945, Giulio Premate
accompagnato da altri quattro armati venne a
prelevarmi a casa mia con tiri camioncino sul
quale erano già i tre fratelli Alessandro,
Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe
Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo
Littorio dove ci aspettava una mostruosa
accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù
fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e
Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento
vennero presi a calci in tutte le parti del
corpo finché rinvennero e poi ripetevano il
macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al
comando, venivano picchiati da ragazzi armati di
pezzi di legno. Alla sera, prima di proseguire
per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci
diedero un piatto di minestra con pasta nera non
condita. Anche questo tratto di strada a piedi e
per giunta legati col filo di ferro ai polsi due
a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed
urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era
buio. Ad un certo momento della notte vennero a
prelevarci uno ad uno per portarci nella camera
della torture. Era l'ultimo ad essere
martoriato: udivo i colpi che davano ai miei
compagni di sventura e le urla di strazio di
questi ultimi. Venne il mio turno: mi
spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e
poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro
di me, inerme e legato, fra questi una femmina.
Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col
filo di ferro attorcigliato, un terzo con un
pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina
mi picchiava con una cinghia di cuoio. Prima
dell'alba mi legarono con le mani dietro la
schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo
Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi
(Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano
Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada,
mi condussero fino all'imboccatura della Foiba.
Per strada ci picchiavano col calcio e colla
canna del moschetto. Arrivati al posto del
supplizio ci levarono quanto loro sembrava
ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe
me le avevano già prese un paio di giorni
prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei
pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso
di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di
ferro ai polsi già legati con altro filo di
ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro
Udovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche
istante mi spararono qualche colpo di moschetto.
Dio volle che colpissero il filo di ferro che
fece cadere il sasso. Così caddi illeso
nell'acqua della Foiba. Nuotando, con le mani
legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi.
Intanto continuavano a cadere gli altri miei
compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di
mitra. Dopo l'ultima vittima, gettarono una
bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal
dolore non reggevo più. Sono riuscito a rompere
il filo di ferro che mi serrava i polsi,
straziando contemporaneamente le mie carni,
poiché i polsi cedettero prima del filo di
ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di
ore. Poi, col favore della notte, uscii da
quella che doveva essere la mia tomba…
Causa di morte nelle foibe
(Studio medico-legale eseguito su centoventuno
infoibati, recuperati nel dopoguerra R. Nicolini
e U. Villasanta, sotto l'egida dell'istituto di
medicina legale e delle Assicurazioni
dell'Università di Pisa. Direttore F. Domenici).
… La causa mortis può essere stata:
1. proiettili d'arma da fuoco, di solito sparati
al cranio;
2. precipitazione dall'alto con gli effetti che
ne derivano:
fratture multiple, commozione, shock traumatico
grave, embolia, ecc.
3. trauma da corpo contundente (bastone, calcio
di fucile, bottiglie, ecc.) o acuminato con
conseguenti fratture;
4. questi diversi momenti variamente combinati,
sia come cause sovrapposte, sia come
concorrenti.
L'effetto, cioè la morte, non deve essere stato
necessariamente immediato: è ammissibile anche
che, nonostante ferite e traumi, la morte sia
avvenuta a distanza di tempo o per sete o per
fame…
I
"Desaparecidos" di Fiume
Una pagina di eroismo e di amore di Patria
ancora poco nota è quella degli italiani di
Fiume che preferirono la morte alla stella rossa
dei comunisti jugoslavi. Dal 3 maggio 1945, per
tre giorni e tre notti, le truppe del
maresciallo Tito, avide di sangue, si
scatenarono, con inaudita violenza, contro
coloro che, da sempre, avevano dimostrato
sentimenti di italianità. A Campo di Marte, a
Cosala, a Tersatto, lungo le banchine del porto,
in piazza Oberdan, in viale Italia, i cadaveri
s’ammucchiarono e non ebbero sepoltura. Nelle
carceri cittadine e negli stanzoni della vecchia
Questura, nelle scuole di piazza Cambieri,
centinaia di imprigionati attendevano di
conoscere la propria sorte, senza che alcuno si
preoccupasse di coprire le urla degli
interrogati negli uffici di Polizia, adibiti a
camere di tortura.
Altre centinaia di uomini e donne, d'ogni ceto e
d’ogni età, svanirono semplicemente nel nulla.
Per sempre. Furono i “desaparecidos”.
Gli avversari da mettere subito a tacere vengono
individuati negli autonomisti, cioè coloro che
sognavano uno Stato libero; ai furibondi
attacchi di stampa condotti dalla "Voce del
Popolo" si accompagnò una dura persecuzione, che
già nella notte fra il 3 e il 4 maggio portò
all’uccisione di Matteo Blasich e Giuseppe
Sincich, personaggi di primo piano del vecchio
movimento zanelliano, già membri della
Costituente fiumana del 1921.
Assieme agli autonomisti, negli stessi giorni e
poi ancora nei mesi che verranno, trovano la
morte a Fiume anche alcuni esponenti del Cln ed
altri membri della resistenza italiana, fra cui
il noto antifascista Angelo Adam, mazziniano,
reduce dal confino di Ventotene e dal lager
nazista di Dachau secondo una linea di condotta
che trova riscontro anche a Trieste ed a
Gorizia, dove a venir presi di mira dalla
Polizia politica jugoslava, sono in particolare
gli uomini del Comitato di liberazione
nazionale.
La scelta appare del tutto conseguente, dal
momento che sul piano politico il Cln è
un'organizzazione direttamente concorrenziale
rispetto a quelle ufficiali, delle quali è ben
in grado di contestare l'esclusiva
rappresentatività degli antifascisti italiani.
Pertanto, per i titini, appare come l'avversario
più pericoloso, sia perché potenzialmente in
grado di diventare il punto di riferimento della
popolazione di sentimenti italiani, sia in
quanto l'eventuale accoglimento delle sue
pretese di riconoscimento, quale legittima
espressione della resistenza italiana, farebbe
cadere uno dei pilastri principali su cui si
regge l'edificio dei poteri popolari.
Ma la furia si scatenò con ferocia nei confronti
degli esponenti dell'italianità cittadina.
Furono subito uccisi i due senatori di Fiume,
Riccardo Gigante e Icilio Bacci, e centinaia di
uomini e donne, di ogni ceto e di ogni età,
morirono semplicemente per il solo fatto di
essere italiani.
Oltre cinquecento fiumani furono impiccati,
fucilati, strangolati, affogati. Altri
incarcerati. Dei deportati non si seppe più
nulla. Cercarono subito gli ex legionari
dannunziani, gli irredentisti della prima guerra
mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati
e gli ex combattenti. Adolfo Landriani era il
custode dei giardino di piazza Verdi: non era
fiumano, ma era venuto a Fiume con gli Arditi e
per la sua piccola statura tutti lo chiamavano "maresciallino".
Lo chiusero in una cella e gli saltarono addosso
in quattro o cinque, imponendogli di gridare con
loro "Viva la Jugoslavia!". Lui, pur così
piccolo, si drizzò sulla punta dei piedi,
sollevò la testa in quel mucchio di belve, e
urlò con tutto il fiato che aveva in corpo:
"Viva l'Italia!".
Lo sollevarono, come un bambolotto di pezza, o
lo sbatterono contro il soffitto, più volte, con
selvaggia violenza e lui ogni volta: "Viva
l'Italia! Viva l'Italia!" sempre più fioco,
sempre più spento, finché il grido non divenne
un bisbiglio, finché la bocca colma di sangue
non gli si chiuse per sempre.
Qualcuno morì più semplicemente per aver
ammainato in piazza Dante la bandiera jugoslava.
Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo, Giuseppe
Librio, diede tutti i suoi diciott'anni, pur di
togliere il simbolo di una conquista dolorosa.
Lo trovarono il giorno dopo, tra le rovine del
molo Stocco, ucciso con diversi colpi di
pistola.
Nel carcere di Fiume il 9 ottobre 1945 Stefano
Petris scrisse il suo testamento sui fogli
bianchi dell’"Imitazione di Cristo": "…Non
piangere per me. Non mi sono mai sentito così
forte come in questa notte di attesa, che è
l’ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per
l'Italia. Siamo migliaia di italiani, gettati
nelle Foibe, trucidati e massacrati, deportati
in Croazia falciati giornalmente dall'odio,
dalla fame, dalle malattie, sgozzati
iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani e
puntino i loro sguardi verso questa martoriata
terra istriana che è e sarà italiana. Se il
Tricolore d'Italia tornerà, come spero, a
sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per
me, assieme ai miei figli. Domani mi
uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, né
la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come
il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi
accoglierà e a voi, che lascio, così il mio
grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei
mitra, sarà: “viva l'Italia!”.
A nessuno di questi eroi, semplici e
sconosciuti, l’Italia concederà una medaglia
alla memoria. Mentre noi studenti scendevamo in
piazza per Trieste italiana all’inizio degli
anni Cinquanta, diede la vita per la Patria
l'ultimo dei nostri irredenti.
Leonardo Manzi aveva la mia età e come me aveva
dovuto abbandonare Fiume. Morì da profugo a
Trieste il 6 novembre 1953, ucciso dalla Polizia
civile (pagata dagli inglesi) sul sagrato della
chiesa di S. Antonio. Nelle sue mani stringeva
forte un Tricolore. Nelle sue tasche trovarono,
arrossata di sangue, la tessera della "Giovane
Italia".
Dal Diktat alla rinuncia
10.6.1944 - Sei giorni dopo l'occupazione di
Roma, il Governo italiano indirizza alle
autorità alleate un memorandum sostenendo la
necessità di inviare unità navali nei porti di
Trieste, Fiume, Zara e forze armate nei
principali centri della Venezia Giulia
utilizzando anche reparti italiani in
collaborazione con quelli anglo-americani.
Giugno 1944 - A Bolsena, tra il maresciallo
Alexander e Tito si conviene l’attestamento
delle forze jugoslave ad oriente cli una linea,
clie, senza pregiudizi per i confini futuri, cla
Fiume va direttamente a Nord.
15.08.1944 - Il sottosegretario agli Esteri
Visconti Venosta rinnova all’ammiraglio Stone,
capo della Commissione alleata di controllo in
Italia, le richieste avanzate con il Memorandum
del 10 giugno.
11.9.1944 - L'ammiraglio Stone risponde
affermando che il “Comando supremo dia,
presentemente, l'intenzione di mantenere sotto
il Governo militare alleato le provincie di
Bolzano, Trento, Fiume, Pola, Trieste e Gorizia
al momento della liberazione dell’Italia
settentrionale”.
14.9.1944 - L'on. Bonomi, per il Governo
italiano, replica ribadendo le richieste
italiane.
22.9.1944 –L'ammiraglio Stone assicura Bonomi
che le richieste sono state portate a conoscenza
dei Comando supremo alleato.
Febbraio 1945 - Belgrado. Secondo incontro fra
il maresciallo Tito e Alexander: riconferma
della linea di attestamento da Fiume
direttamente a Nord convenuta a Bolsena.
Marzo 1945 - il ministro degli Esteri De Gasperi
inizia una azione diplomatica a Washington per
ottenere l'occupazione alleata di tutta la
Venezia Giulia.
22.4.1945 - Truppe jugoslave occupano Brioni e
le isole adiacenti; il VII Corpo jugoslavo
marcia su Trieste ed il IX Corpo su Monfalcone.
1.5.1945 - Elementi del IX Corpo e partigiani
fanno la loro apparizione nelle zone periferiche
di Trieste.
2.5.1945 - Trieste: resa dei tedeschi alle forze
neozelandesi. Il Comando jugoslavo occupa la
città e ne assume l'amministrazione.
5.5.1945 - Trieste risponde all'occupazione
jugoslava con una manifestazione di popolo e
cinque cittadini rimangono uccisi nel conflitto
con gli slavi.
8.5.1945 - Duro promemoria di Alexader a Tito.
9.6.1945 - Belgrado. Tito, pur protestando,
firma un accordo con il generale Morgan: il
territorio ad occidente della linea Trieste -
Caporetto - Tarvisio e gli ancoraggi di Pola e
della costa occidentale dell'Istria sono posti
sotto controllo diretto degli Alleati.
12.6.1945 - Le truppe jugoslave lasciano
Trieste.
22.8.1945 - Il presidente del Consiglio Parri,
rendendosi conto che rettifiche sulla frontiera
orientale sarebbero state inevitabili e che è
impossibile intavolare negoziati diretti con la
Jugoslavia, avverte il presidente Truman che una
pace ingiusta avrebbe deleterie conseguenze
sulla vita politica italiana.
1.9.1945 - Londra. Conferenza dei ministri degli
esteri delle potenze alleate. Byrnes propone che
l'Italia e la Jugoslavia vengano ad esporre il
rispettivo punto di vista sulla questione del
confine orientale.
18.9.1945 - Per la Jugoslavia parla Kardelj il
quale sostiene che "tutta la Venezia Giulia si
riconnette ai Balcani"; che economicamente
Trieste "è indispensabile alla Jugoslavia"; che
politicamente e moralmente la Yugoslavia "non
può permettere che gli italiani si servano di
Trieste come di una testa di ponte per minare
l'unità dello Stato Jugoslavo e penetrare nei
Balcani". De Gasperi risponde consegnando un
memorandum che, sulla base delle proposte fatte
il 22 agosto, caldeggia un accordo secondo la
linea Wilson del 1919 che, sino al 1940,
rappresentava il massimo delle aspirazioni
jugoslave.
19.9.1945 - Il Consiglio dei ministri degli
affari esteri dei Quattro nomina una Commissione
di esperti per accertare sul posto i dati etnici
ed economici di quelle zone.
24.9.1945 - La delegazione degli Usa, in linea
di principio, accetta la proposta di prendere
come base di trattativa la linea Wilson. Propone
che la frontiera con la Jugoslavia segua
l'andamento degli insediamenti etnici, con i
necessari adattamenti per preservare l'economia
della regione e dando Trieste, trasformata in
porto franco, all'Italia.
9.3/5.4.1946 - Gli esperti si intrattengono
nella Venezia Giulia. Ciascuna delle quattro
delegazioni che compongono la Commissione
presenta una propria relazione. Tutte sono
identiche nella sostanza, ma propongono quattro
diverse linee di frontiera, delle quali la
francese dalle porte di Trieste voltava subito a
Ovest sottraendo all'Italia tutta l'Istria,
aggregando a Trieste il tratto di costa a Sud
della città fino a Cittanova. Da questo progetto
nascerà l'idea del Territorio libero di Trieste.
Aprile 1946 - Consegna della relazione finale
degli esperti che, a parte le discordanti
soluzioni per il tracciato del confine,
riconosce l'esattezza di quanto sostenuto
dall'Italia: nei distretti di Tarvisio, Gorizia,
Basso Isonzo, Trieste e nell'Istria occidentale
e meridionale la maggioranza etnica è italiana.
26.4.1946 - Kardelj dichiara di non poter
accettare alcuna delle proposte degli esperti e
mantiene le richieste presentate a Londra nel
settembre del 1945.
3.5.1946 - De Gasperi sottolinea il valore del
riconoscimento della tesi etnica sostenuta
dall’Italia, specie perché gli esperti non hanno
accolto l'invito dei Governo italiano “perché
l'inchiesta fosse estesa a tutta la zona
contestata ed in particolare alle regioni
popolate in modo preponderante da italiani”.
Molotov, di fronte all'opposizione
anglo-americana di abbandonare Trieste alla
Jugoslavia, propone alternativamente: a)
trasformare Trieste in stato autonomo sotto la
sovranità jugoslava con statuto internazionale,
b) creare uno stato autonomo con due governatori
uno italiano e uno jugoslavo. Da qui il
compromesso disastroso per l’Italia. I Quattro
abbandonano il principio del confine su basi
etniche e adottano la linea di confine francese
ma sottraendo all'Italia il territorio che
avrebbe costituito il Territorio libero di
Trieste.
3.7.1946 - Questa decisione è definitivamente
adottata dai Quattro, malgrado ogni protesta sia
dell'Italia che della Jugoslavia.
10.8.1946 - De Gasperi, ministro degli Esteri,
dice: "La linea francese era già una linea
etnica nel senso indicato dalle decisioni di
Londra… ma, per quanto inaccettabile, era
comunque una frontiera italo-jugoslava che
attribuiva Trieste all'Italia. Che cosa è
avvenuto sul tavolo dei compromessi durante il
mese di giugno perché, il 3 luglio, il Consiglio
dei Quattro facesse tabula rasa della decisioni
di Londra e facesse della linea francese non la
frontiera tra l’Italia e la Jugoslavia bensì la
frontiera tra il cosiddetto “Territorio libero
di Trieste”, dotato di uno speciale Statuto
internazionale e la Jugoslavia?”
20.8.1946 - La delegazione italiana consegna al
segretario della Conferenza di pace una memoria
in cui, fra l'altro, si propone di estendere il
Territorio libero di Trieste fino a Pola e
Brioni, smilitarizzando queste città in modo da
restituire all’Italia i cinquantamila italiani
della costa istriana e di includere nel
Territorio libero di Trieste l'isola di Lussino.
Tali proposte non sono accolte.
Sett. 1946 - La delegazione italiana alla
Conferenza di pace tenta, a più riprese, di far
riprendere in considerazione come frontiera fra
l'Italia e la Jugoslavia la linea etnica e
propone 4’una libera consultazione delle volontà
delle popolazioni interessate" secondo i
principali della Carta atlantica. Inutilmente.
28.9.1946 - La Commissione politica territoriale
della Conferenza di pace approva la linea
francese.
3.11.1946 – Il governo italiano si appella ai
Quattro perché “si proceda alla delimitazione
della frontiera orientale secondo il criterio
della linea etnica… e si ricorra al plebiscito
nelle zone in contestazione… Il Governo italiano
rivendica lo stesso principio nell'eventualità
che venga creato il Territorio libero di Trieste
perché le sue frontiere si estendano almeno sino
alla zona indiscutibilmente italiana di Parenzo
e di Pola".
4/5.11.1946 - Incontro Togliatti-Tito per
un'intesa fra l’Italia e la Jugoslavia: baratto
di Trieste con Gorizia; concessione all’Italia
di un corridoio verso Trieste.
28.11.1946 - i Quattro, raggiunto l'accordo
sulle frontiere del futuro Territorio libero di
Trieste, autorizzano la Jugoslavia a mantenere
cinquemila uomini armati nella Zona B.
10.2.1947 - Firma del Trattato di pace. Sforza,
ministro degli Esteri, in una nota di protesta
per il trattamento impostoci, manifesta il
proposito di chiedere la revisione del Trattato.
La Jugoslavia dichiara di non rinunciare ai
“propri diritti” su tutta la Venezia Giulia e
progetta di rioccupare Trieste, il presidente
Truman ordina l'invio di rinforzi militari. In
base al Trattato di pace, la Jugoslavia
amministra la Zona B a “titolo temporaneo” e
deve limitarsi alla normale amministrazione con
assoluta imparzialità tra i gruppi etnici. La
Jugoslavia applica invece tutti i possibili
mezzi per cancellare ogni aspetto italiano nella
zona.
1947 - Il Consiglio di sicurezza dell’ONU, cui
spetta la nomina del Governatore di Trieste,
condizione per la creazione del Territorio
libero di Trieste, non riesce ad accordarsi. La
Francia suggerisce che l’Italia e la Jugoslavia
si ,accordino fra loro: nessuna delle due parti
si dichiara consenziente sui candidati proposti
dall’altra.
Il problema torna al Consiglio di sicurezza che
se ne occupa, senza risultati, tra la fine del
1947 e la primavera del 1948.
20.3.1948 - Constatata l'impossibilità di
pervenire alla nomina di un Governatore e
valutata l'azione snazionalizzatrice svolta
dalla Jugoslavia nella Zona B, le potenze
occidentali emettono la Dichiarazione tripartita
per cui Stati Uniti, Regno Unito e Francia
invitano il Governo sovietico e quello italiano
ad accordarsi "in vista di un protocollo
addizione al Trattato di Pace con l’Italia per
ricondurre sotto sovranità italiana l'intero
Territorio libero di Trieste".
9.4.1948 - Il Governo italiano accetta la
dichiarazione tripartita.
16.4.1948 - Il Governo jugoslavo respinge la
proposta. La Russia manifesta un netto rifiuto.
4.5.1948 - Bevin, ministro degli Esteri di Gran
Bretagna, dichiara ai Comuni che “Trieste
dovrebbe essere restituita all’Italia” e che “se
il Territorio libero, che è territorio italiano,
fosse restituito all’Italia con la popolazione
italiana che vi risiede esso rappresenterebbe
una buona frontiera…”
28.6.1948 - Il Cominform scomunica il Partito
comunista jugoslavo.
21.2.1949 - All'Onu, Austin, delegato americano,
dichiara al Consiglio di sicurezza che l'art. 2
dello Statuto del Territorio libero di Trieste
costituisce una pietra miliare per la
salvaguardia dei diritti dell'uomo “violati dal
governo poliziesco operante in Zona B”.
Il delegato inglese conferma che “una forma di
governo poliziesco è stata estesa dalla
Jugoslavia alla zona che essa deve amministrare,
con tutte le caratteristiche di un governo
totalitario. Ciò rende impossibile
l'unificazione di questa zona con la zona
anglo-americana in vista della formazione di un
territorio indipendente e democratico secondo le
linee previste dal Trattato di pace. In questa
condizione l'istituzione di un territorio
indipendente significherebbe la creazione di una
zona aperta alle aggressioni dirette, secondo i
metodi così spesso messi in pratica nell'Europa
orientale”.
Luglio 1949 - La Jugoslavia, introducendo il
"dinaro" nella Zona B come unica moneta,
conferma di voler dar vita ad un atto
unilaterale di annessione.
11.2.1950 - Roma. Colloqui del conte Sforza con
il ministro Ivekovic che propone quale base per
la soluzione del problema del Territorio libero
di Trieste l'accordo Tito-Togliatti del novembre
1946. Sforza rifiuta.
8.4.1950 - Milano. Sforza muove caute avances
accolte freddamente dalla Jugoslavia.
28.4.1950 - Tito, in una intervista, risponde a
Sforza che sulla base delle “avances” non è
possibile “iniziare trattative” che, al caso,
vanno sviluppate sulla base dell'accordo con
Togliatti.
1.5.1950 - Sforza ribatte la necessità di un
accordo fra Italia e Jugoslavia. Colloqui
esplorativi con il rappresentante di Belgrado a
Roma. Ottiene un rifiuto. Il ministro degli
Esteri jugoslavo, in due successivi discorsi,
afferma che l'Italia vuole creare un'atmosfera
di minacce e di pressioni.
23.12.1950 - Stipula dell'accordo economico
bilaterale con la Jugoslavia per la sistemazione
delle pendenze finanziarie derivanti dal
Trattato di pace. Tito, all'Ansa, dichiara che
Trieste non è “una grossa questione” ma che, per
risolverla, occorre stabilire “una frontiera ben
chiara ed accettata da ambo le parti”.
13/14-3-1951 - Londra. Incontro del ministro
degli Esteri italiano con il Premier inglese: vi
si esprime “l’ansia di raggiungere un accordo
amichevole con il governo jugoslavo” sulla
questione del Territorio libero di Trieste.
11.7.1951 - De Gasperi, al Senato, conferma la
volontà dell'Italia di riottenere in
un'atmosfera di amicizia con la Jugoslavia.
13.7.1951 - Tito, commentando il dibattito al
Senato, accusa il Governo italiano di coltivare
“piani di reazione fascista”.
28.9.1951 - Kardelj dichiara all'Assemblea
jugoslava che fra le contrapposte tesi, bisogna
trovarne una terza, ma non precisa quale.
Febbraio 1952 - Tito si dichiara favorevole alla
creazione del Territorio libero di Trieste, con
un Governatore alternativamente italiano e
jugoslavo e con un vice governatore dell'altra
Nazione.
De Gasperi risponde che “questo progetto
condurrebbe alla esasperazione dei contrasti
interni tra i due gruppi e ad una continua lotta
imperniata su tali contrasti il che avrebbe come
conseguenza di rendere acuti e permanenti i
contrasti tra i due Paesi confinanti”.
17.3.1952 - Nota verbale del governo italiano a
quelli della Francia, Gran Bretagna, Stati
Uniti: denuncia delle misure prese da Belgrado
nella Zona B in violazione del Trattato di pace.
20.3.1952 - Quarto anniversario della
Dichiarazione tripartita. Incidenti con morti e
feriti a Trieste in un conflitto fra cittadini e
forze di polizia.
Il Governo italiano promuove una energica azione
per ottenere un sostanziale miglioramento
nell'amministrazione della Zona A.
9.5.1952 - Londra. Firma dell'accordo tra Stati
Uniti, Gran Bretagna, Italia che consente una
più larga partecipazione italiana
nell'amministrazione della zona. Mosca protesta.
Belgrado adotta ulteriori misure poliziesche
nella Zona B peggiorando ancora la situazione
degli italiani colà residenti.
8.8.1952 - Nota verbale del Governo italiano a
quelli della Francia, Gran Bretagna, Stati
Uniti, essendo stati introdotti nella Zona B di
Trieste leggi e provvedimenti jugoslavi con un
blocco di tredici ordinanze.
30.10.1952 - L'Italia propone alla Jugoslavia di
sottoporre al giudizio della Corte
internazionale dell’Aja la legittimità dei
provvedimenti estesi alla Zona B. Belgrado,
affermando che la questione è politica e non
giuridica, si sottrae al giudizio della Corte
internazionale dell'Aja.
19.8.1953 - Pella, presidente del Consiglio dei
ministri, nella dichiarazione programmatica al
Parlamento riafferma una “determinazione
altrettanto ferma nella difesa degli interessi
nazionali”.
28.8.1953 - L'Agenzia Jugo-press considera le
dichiarazioni di Pella una dimostrazione che
l'atteggiamento conciliante e indulgente della
Jugoslavia di fronte alla presa di posizione non
costrittiva di Roma non può condurre ad una
soluzione del problema di Trieste".
L'Agenzia United-Press riporta: “Nessuna notizia
è fin qui pervenuta.. circa il proponimento del
Governo jugoslavo di procedere all’annessione
della Zona B. Se la Jugoslavia compisse
effettivamente un simile gesto, inconsulto e
irresponsabile, la reazione italiana sarebbe
senza dubbio quella che la coscienza del suo
popolo esigerebbe”.
30.8.1953 - La Tanjug ritiene provocatorie le
notizie e i commenti della stampa circa la
intenzione jugoslava di annettere la Zona B del
Territorio libero di Trieste.
1.9.1953 - Nota di protesta jugoslava per il
movimento di truppe italiane alla frontiera. Il
Governo italiano nello stesso giorno risponde di
essere stato costretto a prendere tali misure
“di carattere precauzionale protettivo”.
4.9.1953 - La delegazione jugoslava a Roma
respinge la risposta italiana aggiungendo:
“grazie unicamente alla estrema pazienza del
Governo jugoslavo non è stato dato fino a questo
momento l'ordine per contromisure
corrispondenti”.
6.9.1953 - Discorso aggressivo di Tito a San
Basso per cristallizzare a proprio favore la
situazione della Zona B: “devo dire... a tutti
che la questione triestina è stata portata in un
vicolo cieco. Riconoscendo la necessità di
liquidare questo problema, credo che l'unico
modo di risolverlo sarebbe quello di fare di
Trieste una città internazionale e che il
retroterra venga annesso alla Jugoslavia”.
Roma, notte. Nota ufficiosa che tra l’altro
rileva: “nella sua megalomania egli (Tito)
indica ora una sola soluzione da prendere o
lasciare: l'annessione pura e semplice alla
Jugoslavia dell'intero Territorio... tutto ciò
appare talmente incredibile che viene naturale
domandarsi quali siano i veri intendimenti del
dittatore jugoslavo”.
13.9.1953 - Pella, presidente del Consiglio, dal
Campidoglio, ripropone il plebiscito su tutto il
Territorio libero di Trieste e la convocazione
di una conferenza a cinque. Rivolgendosi agli
Stati Uniti ed alla Gran Bretagna dice: “È
dunque tempo che essi riconoscano l'anacronismo
della loro attuale posizione” sia nel Territorio
libero di Trieste che nei confronti dell'Italia.
La proposta Pella è portata a conoscenza di
Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e del
Governo jugoslavo.
2.10.1953 - Pella alla Associated press: “prima
della ratifica del trattato a sei per l'esercito
europeo, deve essere equamente risolta la
questione di Trieste”.
6.10.1953 - Pella alla Camera: "La ratifica del
trattato della Ced da parte del Parlamento
italiano sarà molto facilitato da una previa
soluzione del problema di Trieste".
8.10.1953 - Gli ambasciatori degli Usa e della
Gran Bretagna comunicano che i rispettivi
governi hanno deciso: “tenuto conto del
preminente carattere italiano della Zona A, di
rimettere l’amministrazione di quella zona al
Governo italiano".
9.10.1953 - Pella alla Camera: "la comunicazione
fatta dai governi americano e britannico… non
pregiudica in alcun modo i riconosciuti diritti
dell’Italia sull'insieme del territorio, né
pregiudica la facoltà del Governo italiano di
farli valere e di perseguirne la realizzazione
nelle forme più idonee… Posso dichiarare nel
modo più formale che il fatto dell'accettazione
di amministrare la Zona A non implica alcun
abbandono delle rivendicazioni relative alla
Zona B da parte italiana".
5.10.1954 - Londra. Brosio per l'Italia,
Thompson per gli Usa, Harrison per
l'Inghilterra, Velebit per la Jugoslavia,
siglano il Memorandum d'intesa.
4.11.1954 - L'Italia riassume la diretta
amministrazione della Zona A e la Jugoslavia
assume quella della Zona B, Su ambedue le zone
permane incontestabilmente la sovranità
italiana.
25.9.1956 - Belgrado. Riunione della Commissione
mista italo-jugoslava per definire gli aspetti
economici derivanti dal Memorandum di Londra e
per il libero trasferimento delle persone già
residenti nelle Zone A e B.
1958 - Nuova crisi fra paesi comunisti e
Jugoslavia.
1958-1959 - Intensificazione dei rapporti
economici fra Italia e Jugoslavia ma non di
quelli politici.
4.12.1960 - Popovich, ministro degli Esteri
jugoslavo, a Roma. Il comunicato: “È stata
riaffermata da ambo le parti la precisa volontà,
nell'interesse dei due Paesi, di far quanto
possibile per sviluppare i rapporti di buon
vicinato”.
1.7.1961 - Segni, ministro degli Esteri a
Belgrado, sue dichiarazioni: "Siamo riusciti a
compiere ulteriori notevoli progressi sulla via
intrapresa in questi ultimi tempi nella
reciproca comprensione e collaborazione…
evidentemente ognuno dei due Paesi, per
circostanze comprensibili, segue metodi diversi…
In vari punti abbiamo rilevato che i due governi
sono ispirati da preoccupazioni e da
intendimenti analoghi… Questo compito richiede,
naturalmente, una chiara, meditata e realistica
valutazione delle proprie possibilità e una
graduale e costante opera di realizzazione".
1962-1963 - Stasi nei rapporti italo-jugoslavi.
Marzo 1964 - Invito a Moro di recarsi a
Belgrado.
3.3.1965 - Il “Combat” di Parigi annuncia
negoziati fra Roma e Belgrado e parla di Zona B
definitivamente assegnata alla Jugoslavia. La
Farnesina smentisce.
8/12.11.1965 - Moro, presidente del Consiglio, a
Belgrado. Dai colloqui sarebbero escluse le
questioni strettamente territoriali.
10/16.12.1965 - Riunione a Belgrado del Comitato
misto per le minoranze.
24/25.5.1966 - Zagabria. Riunione dei Comitato
misto per le minoranze.
Gennaio '67 - Trattato commerciale con la
Jugoslavia. Rottura delle trattative per il
rinnovo. Il Ministro Tolloy, a Trieste, lascia
intendere che la rottura è da ascriversi ad
azioni di elementi jugoslavi che avevano violato
il Memorandum d'intesa nella Zona B.
5.1.1967 - Belgrado. Il "Borba", ricordando le
dichiarazioni del segretario agli Esteri
jugoslavo Nikezie: "gli interessi dei singoli o
di alcuni gruppi politici non devono prevalere
su quelli generali", denuncia "una corrente di
freddezza" fra Italia e Jugoslavia.
10.5.1967 - Protesta di Belgrado a Roma per il
raduno degli alpini a Treviso.
13/23.11.1967 - Belgrado: riunione della
Commissione mista per la tutela delle minoranze.
8/10.1.1968 - Visita a Roma del premier Spiliak
e del ministro elegli Esteri Nikezic. Colloqui
con Saragat, con Moro, presidente del Consiglio
e con Fanfani, ministro degli Esteri, dedicati a
problemi di interesse bilaterale. il "Borba"
analizza le relazioni italo-jugosiave rilevando
una volontà di non soffermarsi sul passato ma di
guardare all'avvenire.
Il comunicato ufficiale dice che le parti
manifestano l'intenzione di promuovere ulteriori
miglioramenti nei rapporti bilaterali e di
rendere sempre più costruttiva la politica di
buon vicinato nel rispetto dei reciproci
interessi e perseguendo con fervida volontà gli
obiettivi comuni della pace della convivenza
operosa e distensiva".
24.4.1968 - Zagaria. Il " Vjesnik' denuncia la
campagna svolta “dai settori della destra
italiana per ottenere la restituzione
dell’Istria all'Italia”. Cita brani della
“Discussione” relativi al "biblico Esodo di
trecentomila istriani, fiumani e dalmati" che
hanno abbandonato le loro terre nel timore che
l'occupazione jugoslava potesse, oltre che
separarli dalla madrepatria, privarli della
civiltà cristiana e delle libertà democratiche”.
9.1.1969 - Brioni: Tito esalta i rapporti di
buon vicinato con l’Italia.
25.5.1969 - Kardelj, a Umago d'Istria: "La
regione dell'Istria offre un contributo
specifico all’arricchimento del pensiero e della
cultura dei popoli jugoslavi ed alla creazione
di un clima di comprensione e di accostamento
con il vicino popolo italiano”.
26/29.5.1969 - Nenni, ministro degli Esteri, a
Belgrado: "La frontiera aperta tra l'Italia e la
Jugoslavia è un fatto esemplare in questo
momento di tensione che l’Europa e il mondo
stanno attraversando".
22.9.1969 - Trieste. Il presidente della
Repubblica slovena, ricevuto dal presidente
Berzanti, visita ufficialmente la Giunta
regionale di Trieste. Dichiara di seguire con
molta attenzione quanto succede nel Friuli -
Venezia Giulia avendo le due regioni “molti
interessi in comune”.
2.10.1969 - Saragat, presidente della Repubblica
e Moro, ministro degli Esteri a Belgrado. Tito
al brindisi: "L'attuale grado di feconda
collaborazione fra l'Italia e la Jugoslavia ha
potuto essere raggiunto grazie al coerente
rispetto dei principi di completa eguaglianza,
di non interferenza negli affari interni… Moro,
al ritorno, dichiara che sono stati trattati i
problemi delle comunicazioni nel goriziano. Tali
comunicazioni interessano, però, soltanto la
popolazione jugoslava di confine.
4.10.1969 - Conferenza stampa di Tito che,
invece, afferma: “Oggi lo stato dei rapporti è
tale da consentire, a differenza del passato, la
discussione di problemi delicati come quello dei
confini”.
6.12.1970 - Improvviso annullamento della visita
a Roma di Tito perché l'Ansa comunica che il
ministro degli Esteri Moro, rispondendo ad
interrogazioni di deputati e senatori missini e
democristiani, riguardanti le sorti della Zona B
e del mancato Territorio libero di Trieste, ha
affermato che, in occasione delle note visite
effettuate da parte italiana in Jugoslavia, non
sono state affrontate questioni attinenti alla
sovranità sulla Zona B. "Tali questioni esulano
dagli argomenti da trattarsi nel corso delle
prossime visite in Italia del presidente della
Repubblica socialista federativa jugoslava… Il
Governo non prenderà in considerazione nessuna
rinuncia ai legittimi interessi nazionali".
21.1.1971 - Tepavac, ministro degli Esteri
jugoslavo, commentando un discorso di Moro sulle
relazioni fra i due paesi: “Il Governo italiano
e quello jugoslavo credono nei rapporti
esistenti tra i due Paesi, incluso il Memorandum
del 1954 e le sue implicazioni territoriali…”.
23.3.1971 - Visita di Tito a Roma. Incontro
Moro-Tepavac. Nel comunicato: “Fedeli agli
accordi internazionali stipulati, essi hanno
tenuto a ribadire la determinazione di
continuare a basare i loro rapporti sul
reciproco rispetto dell'indipendenza, della
sovranità e delle integrità territoriale e sul
principio della non interferenza negli affari
interni”.
28.6.1971 - Ribicic, presidente del Consiglio
jugoslavo in un comizio a Predbor: “In
particolare, dato il rafforzamento della fiducia
tra i nostri due paesi, sia noi sia gli italiani
esprimiamo la speranza che con la buona volontà
saranno risolti anche gli ultimi problemi
rimasti ancora aperti”.
15.11.1971 - Moro, ministro degli Esteri, alla
commissione Esteri della Camera, illustra la
posizione dell’Italia in relazione ai rapporti
italo-jugoslavi. Fragoljub Vujika, portavoce di
Belgrado, dice che a Belgrado il discorso di
Moro “è stato accolto con molto favore… i
tentativi di riesumare forze aggressive di
Irredentismo e di rivendicazioni territoriali,
promosse da forze che in passato arrecarono
clanno ai due paesi, hanno richiamato
l'attenzione della opinione pubblica jugoslava,
che è giustamente sensibile a questi fatti".
16.12.1971 - Belgrado. Dichiarazioni di Tito al
Parlamento jugoslavo: "Durante la mia visita
ufficiale in Italia… abbiamo confermato la
reciproca decisione di continuare la politica
dell’amicizia e della cooperazione fra vicini.
Nello stesso tempo sono state create le
condizioni per comporre le questioni pendenti
fra i due paesi".
21.4.1972 - Il “Combat”, da Parigi, dà notizia
di trattative fra Roma e Belgrado per un accordo
in merito alla Zona B. Smentita della Farnesina.
5.5.1972 - Alcuni giornali parlano di accordi
con la Jugoslavia in merito alla Zona B.
Ulteriore smentita della Farnesina.
29.12.1972 - Tito parlando agli attivisti
montenegrini della Lega dei comunisti, denuncia
l'azione dei profughi istriani residenti in
Italia che tendono ad impossessarsi di parte del
territorio jugoslavo; pretendono la
reintegrazione all’Italia della Zona B;
esercitano pressioni sul Governo italiano
affinché non venga raggiunto alcun accordo con
la Jugoslavia. “Naturalmente la Zona B è nostra
e a noi non importa nulla di quanto vanno
cianciando… ; altri vorrebbero riprendere tutta
l'Istria, Zara e tutta la Dalmazia”. Tito chiede
che il Governo italiano prenda nette distanze
“da queste organizzazioni che nutrono aspetti
revanscisti sul nostro territorio”.
16.4.1974 - Tito a Sarajevo dichiara: "La Zona B
non esiste più e se qualcuno deve denunciare la
questione delle ex zone, quelli siamo noi e non
gli italiani. Ma questo noi non lo faremo perché
con la nostra rinuncia a Trieste abbiamo creato
le condizioni per una atmosfera che non esisteva
“in nessuna altra parte dell'Europa”.
Il segretario generale del ministero degli
affari esteri, a Roma, Gaja, con una nota a
Belgrado chiede “informazioni e chiarimenti” sul
discorso di Tito perché “non si comprende…
l’inopportuno accenno ad una riapertura della
questione di Trieste” e deve sottolineare
“l’esigenza che da parte jugoslava non vengano
prese iniziative unilaterali… come è
inammissibile il linguaggio non cortese usato in
alcune frasi della nota verbale jugoslava in
data 30 marzo 1974”.
1.10.1975 - Il ministro per gli affari esteri
Rumor dà notizia al Parlamento della necessità
per l'Italia di rinunciare alla sovranità sulla
Zona B in favore della Jugoslavia.
In 350.000 sulla via dell'esilio
“Felix qui potest rerum cognoscere causam"
argomentava Virgilio nelle "Georgiche" quasi
duemila anni orsono ponendosi davanti alla
soluzione di tutti gli enigmi e all'essenza di
ogni verità dello scibile.
Ma riuscire a far proprie le origini e le
ragioni, i come ed i perché delle cose e degli
avvenimenti significa, oggettivamente,
coincidere con la divinità, estraniarsi cioè
dalla condizione umana. E, comunque, la valenza
di ciò che conosciamo va sempre rapportata a
quello che il prossimo è disposto ad accettare
in una eterna alternanza di forze e di
resistenze. Sul piano storico ciò avviene in
forma evidente tanto che più che ai temi
ricorrenti nei vichiani corsi e ricorsi sarebbe
meglio pensare al perpetuarsi di un sistema. In
altre parole non sono il bene e il male una
volta l'uno l'altra volta l’altro, che
prevalgono, ma le tecniche, i sistemi, appunto,
che li creano. Le dittature, cioè, si alternano
alle dittature e, raramente ad altre forme come
quelle democratiche. È così che in Italia stiamo
vivendo la terza dittattura consecutiva in tre
quarti eli secolo: dopo quella classica e tanto
vituperata del Ventennio, quella resistenziale e
parlamentare o consociativa, che dir si voglia,
e quella odierna che, più che essere della
Seconda Repubblica, pare quella dell’omogenizzazione
delle coscienze, del solidarismo
pseudomondializzante e dell'utopia europeista.
In questo contesto, reale e non storicistico,
quale spazio può avere la vicenda nordorientale
d’italia, la tragedia delle Foibe e quella
dell’Esodo giuliano-dalmata? Quale interesse può
suscitare l’ostinata recalcitranza di chi, come
gli esuli istriani, fiumani e dalmati, oltre a
voler dare il giusto risalto nazionale ai propri
sacrifici vuole combattere fino in fondo la
battaglia contro la perdita forzata della
memoria? Nessun interesse, solo fastidio, anzi,
ostacolo ai disegni di quella terza dittatura
qui descritta e intenta a materializzare la
massima di Orwell: “chi controlla il passato
controlla il futuro”.
L'Esodo dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia
fu provocato dall’azione slavo-comunista di Tito
che, con il concorso internazionale - e non solo
sovietico - e la debolezza interna italiana,
conquistò le terre, le ebbe in sovranità e attuò
una metodica pulizia etnica atta a sopraffare in
Istria la storia, la cultura ed il numero di
italiani a favore di una slavizzazione, anelata
da secoli ed entrata come costante nel
patrimonio genetico slavo. Fin dal 1942 il
futuro boia di Pisino, Ivan Motika, girava
l'Istria redigendo elenchi di notabili italiani
da eliminare per consentire la rapida
penetrazione nel tessuto sociale dell'elemento
slavo-comunista. La prima occasione si presentò
dopo l'8 settembre 1943, in quell’autunno di
sbandamento ed incertezze con le centinaia di
morti della prima fase delle Foibe. Non fu,
quella, una rivolta contadina come valvola di
sfogo per la rabbia dovuta alle vessazioni
fasciste, fu la prova generale di un progetto
che arrivava da lontano, andava lontano e,
certo, faceva leva sul desiderio di vendetta di
qualche singolo.
Nel 1946, secondo l'ammissione dello stesso
Milovan Gilas, braccio destro di Josip Broz
Tito, lui ed Edward Kardelj furono inviati in
Istria allo scopo di sudiare il modo di
subordinare l’elemento italiano ai nuovi
padroni. Il terrore, insieme all'incertezza per
il futuro in una diabolica formula, è il metodo
più sbrigativo per costringere ad andarsene o,
comunque, per tacitare e annichilire. Così fu
fatto mentre l’Italia, impotente ed inetta di
fronte allo strapotere comunista interno, che a
malapena riusciva a non perdere Trieste,
scomputava il valore delle terre perdute
dall'ammontare dei danni di guerra da pagare
alla federativa jugoslava. Come se la Croazia
non fosse stata alleata all'Asse.
Vivere in terra di confine non è un
arricchimento, come qualcuno sostiene, ma è
fonte di un’esistenza in perenne conflittualità,
soprattutto sul piano dell’identità nazionale.
Infatti nei censimenti della popolazione fino al
1910 si può vedere l'effetto della politica
austriaca avversa all’irredentismo italiano e
favorevole alla più fedele componente slava. I
croati sono il 41%, gli italiani il 36%, gli
sloveni il 14%, i tedeschi il 3%. Il censimento
del 1921 si compie, come si ha modo di notare,
antemarcia, evidenzia il 63% di italiani, il 24%
di croati e il 12% di sloveni, ma è visto come
pilotato dalla italianizzazione forzata e dagli
stessi funzionari rilevatori.
Non è ben chiaro il perché dal momento che
questi dati vengono sostanzialmente confermati
dalle prime elezioni a suffragio universale
virile dello stesso anno. Ad ogni modo anche
Carlo Schiffrer, storico ed esperto italiano
alla Conferenza di pace di Parigi nel 1947,
dovette adattarsi a rivisitare tali cifre in
modo, diciamo, politico e diplomatico: “prendere
come base il censimento del 1921 ma non
accettare per buone che le proporzioni tra le
varie nazionalità, le quali si presentano con
una certa costanza in tutti gli ultimi
censimenti a partire dal 1880; in caso di
disaccordo stridente tra i vari dati, scegliere
in genere la cifra più favorevole agli slavi, a
meno che non si tratti del territorio di quei
comuni che erano amministrati dai partiti
nazionali slavi”. Queste modificazioni non del
tutto scientifiche, portarono il gruppo italiano
al 51%, quello croato al 28%, quello sloveno al
12%. I dati qui formati e aggiunti alla già
citata secolare opera di deitalianizzazione
dell'Austria, danno, comunque, la misura del
sentimento di appartenenza delle popolazioni
giuliano-dalmate. In ogni caso si sa di certo,
per vissuto e testimonianze, per le rilevazioni
statistiche dell'Opera per l'assistenza ai
profughi giuliani e dalmati, per le risultanze
di archivi ed uffici quali quelli delle
prefetture, che quasi il 60% della gente se ne
andò - di cui oltre il 90% dell’elemento
italiano - con punte del 90% come a Rovigno,
lasciando città e paesi desolatamente vuoti.
Furono 350.000 dal 1943 ai primi anni Sessanta,
di cui 201.440 censiti e con documentazione
depositata presso l’Archivio di Stato di Roma,
altri emigrati senza lasciare traccia agli
uffici di emigrazione ma assenti dalle proprie
città, altri esodati dopo il 1958, anno delle
rilevazioni ufficiali, altri risultanti da
verifiche numeriche più capillari. Soprattutto
attraverso i centosei campi di raccolta
distribuiti su tutto il territorio nazionale la
presenza giuliano-dalmata caratterizza tutte le
province d'Italia e, di conseguenza, ogni
regione, tanto che, a titolo di cronaca, dalle
diciannove persone censite in Valle d'Aosta si
arriva alle ottantamila del Friuli Venezia
Giulia,
Dallo studio dei censiti si è potuto stabilire
che il 45,6% erano operai, il 5,7% liberi
professionisti, il 17,6% impiegati e dirigenti,
il 7,7% commercianti, artigiani e assimilati e
il 23,4% non ascrivibili alle precedenti
categorie. Da ciò risulta maggiormente ignobile
la tesi di chi definì gli esuli dalle terre
giuliane e dalmate, rapinate da Tito, come
borghesi e fascisti in fuga davanti
all’incalzare della giustizia proletaria e
incapaci di coglierne i vantaggi e le
opportunità. Si ricacciano in gola, inoltre, le
urla e gli sputi degli ignari e male istruiti
ferrovieri di Bologna che indissero uno sciopero
generale di protesta contro il passaggio e la
sosta tecnica dei convogli recanti i profughi in
fuga dal paradiso dell'autogestione titoista.
Nel corso dei cinquant'anni trascorsi
dall'inizio ufficiale dell'Esodo, il 10 febbraio
1947, la Patria fece di tutto per tacere,
nascondere, talvolta fuorviare, questa vicenda.
A noi non basta, anzi ci offende, sapere che
così ci si comportò per una sorta di ragion di
Stato che condannava un problema spinoso e
dirompente sul piano internazionale come il
nostro a rimanere nel dimenticatoio, così come
rifiutiamo moralmente ed eticamente oggi
l'etichetta di nostalgici revanscisti che da
molti ambienti ci viene cucita addosso. La fine
con giustizia di questa vicenda è una pagina che
ancora deve essere scritta e i capitoli di
questa singolare produzione letteraria
riguardano i generi di uguale dignità:
giudiziario, politico ed economico, oltre a
quello astratto ma idealmente più alto, del
riconoscimento per i sacrifici sopportati.
L'Esodo fu da una parte una scelta di vita e di
libertà, dall’altra un grande, inequivocabile,
italianissimo gesto d'amore.
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